Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, in collaborazione con Associazione Genesi, presenta Continente Arte, una mostra personale di Adji Dieye.
Per questa occasione Adji Dieye presenta nuove produzioni che spaziano dalla video-installazione all’installazione scultorea, proseguendo la propria ricerca sui rapporti tra architettura, archivi, rappresentazione pubblica e costruzione delle identità nazionali e post-coloniali.
Il titolo della mostra, CONTINENTE ARTE, in programma dal 10 settembre all'11 ottobre, allude a una tensione che attraversa da tempo il sistema culturale contemporaneo: quella tra l’opera e il contesto geografico, storico e identitario da cui essa proviene. Troppo spesso, infatti, il “continente” — inteso non soltanto come luogo geografico ma come insieme di appartenenze culturali, etniche e politiche — finisce per prevalere sull’arte stessa, diventando la chiave interpretativa dominante attraverso cui il lavoro viene osservato, raccontato e valutato. La mostra nasce proprio da questa riflessione, interrogando i meccanismi che trasformano l’identità dell’artista in un dispositivo narrativo capace talvolta di oscurare la complessità dell’opera.
Fulcro del progetto è una nuova video-installazione a due canali che riflette sul concetto di libertà artistica e sui dispositivi attraverso cui l’arte contemporanea viene spesso narrata dal sistema dell'arte, in particolare da quello del mercato. I due video condividono la medesima ambientazione: uno studio televisivo dedicato alla vendita di opere d’arte, allestito come un tradizionale set di televendita. Le opere presentate sono le stesse, così come è la stessa l’artista chiamata a intervenire all’interno della narrazione. A cambiare sono invece i protagonisti incaricati di promuoverle e venderle al pubblico.
Attraverso registri differenti, i due televenditori, Tiziana Bianchi (personaggio fittizio interpretato da Valeria Bruni Tedeschi) e Alessandro Orlando (che interpreta se stesso, ma declinato al contempo in un venditore in una feria d’arte), costruiscono infatti discorsi che attribuiscono valore alle opere facendo leva quasi esclusivamente su elementi esterni alla loro effettiva complessità formale e concettuale. L’attenzione si concentra sulla provenienza geografica dell’artista, sugli stereotipi associati agli artisti afrodiscendenti, sulle aspettative del pubblico rispetto a determinati temi identitari e sociali, fino a trasformare l’opera in una sorta di pretesto per la conferma di narrazioni già note. La televendita diventa così una metafora dei processi di mediazione culturale che accompagnano l’arte contemporanea, mettendo in discussione il ruolo di critici, curatori, istituzioni, media e mercato nella costruzione del significato e del valore delle opere.
Accanto alla video-installazione, la mostra presenta una serie di nuove sculture composte da strutture metalliche che evocano torri instabili, architetture precarie e costruzioni in bilico. Queste "torri ubriache” proseguono la ricerca dell’artista sull’architettura, in particolare sullo stile neo-sudanese: il riferimento principale è il mercato Sandaga di Dakar, la cui struttura metallica venne costruita dopo l’Esposizione coloniale di Marsiglia del 1922, riutilizzando parte del metallo del padiglione dell’AOF, poi spedito a Dakar.
l progetto invita così a interrogarsi su chi costruisca il significato delle opere, quali narrazioni vengano privilegiate e quali invece restino inascoltate.
La performance di Luc Ndikubwimana
Sempre il 10 settembre, alle 19, si terrà la performance RE-VEIL: the sound of images di Luc Ndikubwimana. Il lavoro si concentra sulla riscrittura dell'immaginario collettivo, attraverso una performance afro-futurista di sound art che dialoga con una composizione di videoarte, entrambe focalizzate sul percorso dell'arte nera, delle culture afrodiscendenti e delle voci nere che hanno attraversato e rivoluzionato la storia contemporanea.
La performance non cede, dunque, alla visione che conserviamo all'interno del nostro "archivio delle idee", fortemente razzista, al quale attingiamo quotidianamente nell'osservazione del Mondo. Essa punta, al contrario, a riappropriarsi della narrazione delle storie nere e a rendere evidenti le connessioni tra musica, danze e tradizioni afrodiscendenti nere globali, diasporiche e non.
La performance rappresenta un momento di restituzione dell’Agitu Ideo Gudeta Fellowship, affirmative action nata per contrastare l’assenza di diversità nel panorama artistico, sviluppata da Centrale Fies, in collaborazione con Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e Palazzo Grassi - Punta della Dogana.