Quarto suicidio dall’inizio dell’anno nella Casa Circondariale di Torino e sesto complessivamente negli istituti penitenziari del Piemonte. Nella tarda serata di ieri un detenuto di nazionalità svizzera, con posizione giuridica definitiva e ancora un lungo residuo di pena da scontare, si è tolto la vita all’interno del padiglione B dell’istituto torinese.
A trovare il detenuto è stato un agente della Polizia Penitenziaria in servizio nella sezione, durante il normale giro di controllo serale. Immediato l’allarme e l’intervento del personale sanitario con un’ambulanza medicalizzata. Nonostante i soccorsi, poco prima della mezzanotte il medico non ha potuto fare altro che constatare il decesso.
“Siamo di fronte all’ennesimo dramma che si consuma in un carcere e che non può essere liquidato come una semplice emergenza”, denuncia Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria. “L’emergenza, per definizione, è qualcosa di improvviso e imprevedibile. Qui, invece, siamo davanti a una condizione strutturale, conosciuta e denunciata da anni. Ogni volta assistiamo allo stesso copione: cordoglio, dichiarazioni, annunci. Poi il silenzio, fino al prossimo evento drammatico”. Per il SAPPE, il fenomeno suicidario in carcere rappresenta anche un fortissimo agente stressogeno per il personale di Polizia Penitenziaria e per gli altri detenuti. Le ripercussioni morali e materiali possono infatti essere molteplici: dal sentimento di rabbia degli altri ristretti, che possono rivolgere proteste e accuse al personale della sezione, ritenendolo responsabile di non avere effettuato controlli adeguati o tempestivi, fino alla sensazione di impotenza che può colpire gli stessi poliziotti che si trovano a vivere direttamente un evento tanto traumatico.
“Il collega, che ha trovato il detenuto e dato immediatamente l’allarme, ha agito con tempestività e sangue freddo. Ma troppo spesso si dimentica il prezzo che questi eventi lasciano addosso agli uomini e alle donne della Polizia Penitenziaria”, sottolinea ancora Capece. “Un suicidio può generare stress, senso di colpa, impotenza e un profondo logoramento psicofisico. Eppure, chi interviene per primo e chi quotidianamente lavora nelle sezioni detentive viene spesso lasciato solo a gestire anche le conseguenze emotive di tragedie di questo genere”. Per questo il SAPPE sottolinea come un efficace programma di prevenzione del suicidio e un'organizzazione strutturata del servizio di intervento siano strumenti indispensabili non soltanto per tutelare i detenuti, ma per la sicurezza e il benessere dell’intero istituto.
“Non possiamo continuare a chiedere a un agente, spesso solo in una sezione con decine di detenuti, di essere contemporaneamente sorvegliante, sentinella del rischio suicidario, mediatore dei conflitti e punto di riferimento per persone che presentano fragilità psichiche e sociali”, aggiunge Vicente Santilli, segretario nazionale del SAPPE per il Piemonte. “Il carcere non può diventare il contenitore di tutto il disagio che la società non riesce a prendere in carico altrove. Servono psichiatri, psicologi ed educatori presenti e realmente operativi, non interventi occasionali e frammentari. E serve personale di Polizia Penitenziaria in numero adeguato”.
Secondo Santilli, “sovraffollamento, carenza di organico e insufficiente presa in carico sanitaria non sono tre problemi distinti: sono tre facce della stessa crisi del sistema penitenziario. Affrontarne soltanto uno significa continuare a scaricare gli altri due sulle spalle degli agenti”. Il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria richiama quindi l’Amministrazione penitenziaria e il Governo alla necessità di interventi immediati e strutturali, a partire dal rafforzamento degli organici della Polizia Penitenziaria, dalla presenza effettiva e continuativa dei servizi sanitari e psicologici, da protocolli realmente operativi per la prevenzione del rischio suicidario e da un adeguato sostegno al personale coinvolto in eventi traumatici. “Contare i morti dentro un’istituzione dello Stato dovrebbe essere considerato un fallimento dello Stato stesso, non una delle tante sterili statistiche di settore”, conclude Capece. “Il quarto suicidio nel carcere di Torino e il sesto in Piemonte dall’inizio dell’anno impongono una risposta immediata. Non servono altre parole di circostanza: servono decisioni, risorse e responsabilità. E servono adesso”.