«Cariche di cura, Il lavoro invisibile delle donne tra salute, famiglia e occupazione», il convegno dedicato al rapporto tra lavoro, cura e parità di genere, promosso dalla Consigliera di Parità della Città metropolitana di Torino in collaborazione con la Fondazione FARO si è svolto oggi presso la sala Madri Costituenti della Città metropolitana di Torino. L’incontro ha visto la partecipazione di un pubblico rappresentativo dell’ampiezza delle problematiche che l’assistenza va a toccare: il mondo accademico, imprenditoriale, assistenziale, datoriale e le professionalità sanitarie di tutti i livelli.
Accendere l’attenzione sui carichi di cura e sull’impatto che generano nell’organizzazione sociale dei paesi occidentali significa fare luce su scenari che presentano ampie zone di ombra.
Il lavoro di cura, che si intende riferito all'insieme delle attività — materiali, organizzative e relazionali — dedicate all'accudimento di figli, all'assistenza di familiari anziani, fragili o non autosufficienti, e alla gestione della vita domestica, implica da un lato il coinvolgimento di una professionalità, la badante o meglio assistente famigliare, sommersa sia nella definizione dei compiti che nel riconoscimento sociale, ma ancora di più interessa il lavoro secondario che ricade prevalentemente a carico delle donne, a prescindere da istruzione o posizione professionale.
È un lavoro essenziale al funzionamento della società e dell'economia, ma resta in gran parte non retribuito, non contrattualizzato e statisticamente invisibile, poiché si svolge nella sfera privata e non rientra nelle misurazioni economiche tradizionali. Si inserisce in un sistema sociale italiano storicamente familistico: un modello di welfare che affida implicitamente alla famiglia — e, di fatto, prevalentemente alle donne — il compito di colmare i vuoti lasciati da servizi pubblici insufficienti (asili nido, assistenza agli anziani, supporto alla non autosufficienza), anziché riconoscerlo come responsabilità collettiva.
Anche qualora sia svolto da persone estranee alla famiglia, è un lavoro al quale non viene riconosciuto l’elevato carico di responsabilità e specializzazioni che comporta, negandogli di fatto la possibilità di inserirsi nelle contrattazioni alle quali meriterebbe di partecipare.
Per approfondire questo scenario complesso e articolato ha aperto i lavori la Consigliera di Parità Città metropolitana Elisa Raffone che ha espresso gli obiettivi della giornata: “Il lavoro di cura rappresenta il motore invisibile che tiene in piedi un intero sistema produttivo, ma risponde a un’equazione economica strutturalmente sbilanciata, che crea profonde disuguaglianze di genere. I caregiver, in prevalenza donne, pagano un prezzo molto alto in termini di perdita di chance di lavoro, avanzamenti di carriera e, in ultimo anche sul piano pensionistico al termine della loro vita lavorativa. La domanda che rivolgiamo agli esperti che hanno voluto condividere la nostra riflessione è “Esistono strumenti compensativi e misure idonee a riportare l’equilibrio in un sistema che ne è intrinsecamente privo?".
I saluti istituzionali sono stati espressi dagli interventi di Rossana Schillaci, consigliera metropolitana delegata alle Politiche sociali e di parità, Chiara Cerrato, consigliera di Parità Generale della Regione Piemonte, Maria Grazia Grippo, Presidente del Consiglio Comunale Torino, Luigi Stella, direttore generale della Fondazione FARO che ha così introdotto il punto di vista di chi ha costruito nel tempo modelli e metodi di assistenza e cura fondati sui principi delle cure palliative: “Come Fondazione FARO, lavorando ogni giorno nel settore della cura, sappiamo quanto questa sia importante ma anche quanto possa essere un peso da sostenere, soprattutto se quel peso rimane invisibile diventando quindi fattore di disuguaglianza. Proprio per questo, abbiamo voluto fortemente la Certificazione per la Parità di Genere che però ha valore solo se cambia i comportamenti, le scelte e la cultura dell’organizzazione. Abbiamo voluto fortemente questo incontro: una società che riconosce il valore della cura è una società migliore ma una società che sa anche condividerne il peso è una società più giusta”.
La sessione introduttiva ha poi avuto lo scopo di delineare il contesto di riferimento ospitando gli interventi di Chiara Benedetto, Presidente della Fondazione "Medicina a misura donna" che ha messo l’accento su ulteriore problema che i carichi di cura comportano: "Le donne sostengono ancora oggi una quota rilevante – ben il 76% – dei carichi di cura, nella vita professionale come in quella familiare, spesso a discapito della propria salute. È necessario promuovere una vera cultura della prevenzione genere-specifica, ma anche una nuova consapevolezza del sistema: la salute di chi cura non può essere affidata soltanto alla responsabilità individuale. Proteggerla significa aumentare gli anni di vita in buona salute delle donne e, al tempo stesso, rendere la cura più equa e sostenibile per tutti".
Manuela Naldini, Professoressa Ordinaria di Sociologia presso l’Università degli Studi di Torino ha poi illustrato il contesto sociologico nel quale cercare soluzioni più efficaci: “Nonostante i progressi compiuti, le disuguaglianze di genere restano profonde, soprattutto nel mercato del lavoro e nella distribuzione delle responsabilità di cura. In Italia, l’invecchiamento della popolazione e il declino demografico rendono ancora più evidente un crescente care deficit, mentre il welfare continua a fare ampio affidamento sulle famiglie e, al loro interno, soprattutto sulle donne. La sfida è ripensare le politiche sociali nella direzione di una società del prendersi cura, in cui uomini, donne e istituzioni pubbliche condividano più equamente responsabilità e tempi della cura.”
La tavola rotonda operativa intitolata Il lavoro invisibile delle donne tra salute, famiglia e occupazione, moderata da Marina Sozzi dell’Ufficio Culturale della Fondazione FARO ha messo a confronto prospettive e competenze differenti che hanno illuminato i diversi aspetti di invisibilità che contribuiscono a non riconoscere l’assistenza che si svolge all’interno della famiglia come un progetto di cura che deve essere sorretto da competenze e strumenti adeguati.
Entrando nel merito dei contributi Ileana Leardini, direttrice del Consorzio Ovest Solidale e Massimo Rizzato, Organizzatore didattico dello SFEP della Città di Torino si sono alternati esponendo le difficoltà rilevate nel corso della loro esperienza professionale: “Tra le assistenti familiari, gli operatori della cura e le persone che si stanno formando per entrare in questo settore emerge la fatica di gestire situazioni sanitarie complesse insieme alla dimensione emotiva: assistere una persona fragile significa confrontarsi continuamente con malattia, perdita di autonomia, sofferenza e solitudine”. Ed è sulla formazione che intervengono nella ricerca di modelli di miglioramento: “Attualmente manca inoltre un sistema strutturato e organizzato in grado di collegare efficacemente formazione, servizi e famiglie, nonostante quanto previsto dal LEPS di processo nell'ambito del Piano per la Non Autosufficienza. La sfida, pertanto, non consiste soltanto nel creare nuovi servizi, ma soprattutto nel rendere più accessibili, coordinati e visibili quelli già esistenti. Riconoscere il valore della cura significa investire nella formazione delle assistenti familiari, valorizzarne le competenze, creare opportunità di aggiornamento e favorirne l'integrazione nelle reti territoriali dei servizi”.
Infine hanno offerto un contributo significativo contro gli stereotipi: “Quando gli uomini assumono un ruolo attivo nella cura degli anziani, dei figli o delle persone fragili contribuiscono a modificare il modo in cui la società percepisce il valore della cura. Nelle organizzazioni ciò significa superare l'idea che la conciliazione tra vita privata e lavoro riguardi esclusivamente le donne. Nelle famiglie significa distribuire in modo più equo responsabilità e tempi di cura. Nei servizi significa offrire modelli professionali differenti e contribuire al superamento di stereotipi che limitano tutti”.
Paola Sderci, responsabile del Servizio Sociale dell'Asl TO3 ha portato la sua esperienza sviluppata in quella fase nella quale le persone che hanno bisogno di assistenza entrano in contatto con le reti secondarie costituite dai servizi di cura ospedaliera e domiciliare. “E in queste occasioni che ho potuto rilevare quanto i bisogni dei caregiver risultino veramente sommersi: si trovano ad affrontare problematiche sempre più importanti, con un grave impatto, che crea situazioni di stress, “burnout” e, soprattutto, grosse limitazioni nella vita sociale e lavorativa. Per queste persone occorre attivare modalità di sollievo dal lavoro di cura e sarebbe utile che i professionisti dei Servizi Sanitari con i quali si relazionano (medici, infermieri, fisioterapisti) entrassero in relazione con le reti informali degli utenti con una metodologia vicina al modello del “lavoro di rete”, con presa in carico integrata tra servizi sanitari e servizi sociali”.
Franco Tartaglia, psicologo del lavoro, psicoterapeuta, docente e consulente delle organizzazioni ha evidenziato come i processi e la cultura organizzativa possano essere oggetto di discriminazione, andando a interagire e a sommarsi con le difficoltà derivanti dai carichi di cura. “La parità di opportunità si verifica quando accanto ad una serie di attenzioni "hard", di tipo strutturale (ad esempio la presenza di un nido aziendale) c'è attenzione verso i processi soft, ad esempio dei percorsi di selezione privi di bias che non discriminino le donne per certi ruoli, dei processi di valutazione oggettivi, una cultura organizzativa caratterizzata da un'attenzione verso le persone al di là di quelle che sono le loro differenze di genere”.
Le conclusioni di Elisa Raffone, consigliera di Parità della Città metropolitana di Torino, riassumendo i contributi ricchi di spunti dei diversi interventi, hanno evidenziato quanto il confronto e l’approfondimento su questo tema complesso vada a toccare aspetti che spaziano dalla formazione, alla costruzione di reti che coinvolgano vari livelli di servizi territoriali, ad un lavoro capillare per far crescere la cultura e la consapevolezza del valore della cura e la riconoscano come pilastro del welfare che contribuisce alla qualità della convivenza civile.
La priorità per i prossimi anni viene individuata nel riconoscimento: economico, professionale e sociale. Riconoscere il lavoro di cura significa valorizzarne le competenze, investire nella formazione e inserirlo stabilmente nelle reti territoriali, ma il beneficio maggiore consiste nel disinnescare uno dei limiti che blocca la crescita professionale femminile penalizzando l’accesso a ruoli apicali, e generando gap retributivo e pensionistico e in definitiva minore autonomia economica.