Il mondo accademico dell’Università di Torino fa quadrato dopo la tragica scomparsa di Nicolò Di Ciò, il bambino di appena 7 anni travolto e ucciso mentre andava a scuola in bicicletta con il padre nel controviale di corso Regina Margherita. Un evento drammatico che ha sconvolto la città, riaprendo con forza il dibattito sulla sicurezza delle infrastrutture ciclabili e sulla gestione dello spazio pubblico.
L'appello di oltre 200 accademici
Docenti, ricercatori e vertici dell'Ateneo si sono uniti per inviare una lettera aperta al sindaco Stefano Lo Russo, chiedendo un cambio di passo immediato e radicale nelle politiche di mobilità della città. Tra le proponenti figurano Maria Cristina Caimotto (Coordinatrice del sottogruppo Mobilità Attiva e Ciclabilità della RUS), Laura Corazza (Delegata della Rettrice per la sostenibilità), Silvana Dalmazzone (Delegata della Rettrice al Public Engagement) e Anna Mastromarino (Direttrice della Scuola di Scienze Giuridiche, Politiche ed Economico-Sociali). A dare un ulteriore e forte peso istituzionale all'iniziativa è la firma della Rettrice dell'Università di Torino, Cristina Prandi, affiancata da oltre duecento accademici. L’iniziativa è partita dal Campus Luigi Einaudi, spinta anche dalla vicinanza fisica al luogo del drammatico investimento. Qui ha infatti sede la Scuola di Scienze Giuridiche, Politiche ed Economico-Sociali, che comprende i tre Dipartimenti guidati dalle direttrici Janina Caffarena, Valeria Marcenò e Angela Ottoz, tutte firmatarie dell’iniziativa.
Un "modello olandese"
L’intento, come si evince dalla missiva, non è polemico, ma intende richiamare alla responsabilità collettiva e all'azione rapida per evitare nuove tragedie. Come si legge nel testo inviato a Palazzo Civico: “Sappiamo che non è semplice attuare i cambiamenti, ma questa morte deve interrogare tutta la cittadinanza e nessuno deve tirarsi indietro nel riconoscere in che modo non abbiamo fatto abbastanza e cosa dobbiamo fare affinché questa sia davvero l’ultima volta che ci ritroviamo a piangere una tragedia così tremenda eppure così annunciata”.
I firmatari rimandano al modello olandese. "Nei Paesi Bassi un parametro usato per misurare la qualità di vita in città è legato a quanto un bambino di otto anni può muoversi in autonomia, senza essere accompagnato da un adulto, in bici o a piedi. Perché se una città è sicura per bambini di otto anni in giro da soli, è sicura per tutte le persone che la abitano. A Torino invece un numero sempre più grande di genitori dice che vorrebbe portare i figli in bici a scuola, ma ha paura".
"Serve un modello completamente diverso — aggiungono —, serve un cambiamento sistemico che garantisca il diritto umano fondamentale di muoversi in autonomia e sicurezza nel luogo in cui si vive. E serve farlo subito, prima di ritrovarci a piangere un'altra vita spezzata”.
Una settimana di dolore e mobilitazione
La tragedia, avvenuta una settimana fa, martedì 22 settembre, si è consumata in pochi istanti in un tratto di strada ritenuto da tempo critico dai residenti. Nicolò stava raggiungendo la scuola elementare Francesco d’Assisi dell’Istituto Comprensivo Tommaseo insieme al genitore quando è avvenuto l'impatto, a pochissimi metri dalla ciclofficina del padre. Nonostante il casco le ferite riportate si sono rivelate fatali. Nel quartiere l’episodio ha fatto partire una mobilitazione spontanea per denunciare le condizioni di una ciclabile considerata troppo stretta e insicura, costretta tra parcheggi e traffico d'attraversamento.
La reazione della cittadinanza non si è fatta attendere con un flash mob costituito da un cordone di protezione “umana" formato dai genitori in bicicletta e semplici cittadini. Una risposta notevole che ha portato in strada quella mattina circa 300 persone.
Da quel primo appello spontaneo, la mobilitazione non si è più fermata. Ogni mattina, all'orario d'ingresso degli istituti scolastici, centinaia di persone — convocate da sigle e comitati come Fiab Bike Pride Torino, Fridays For Future e Vanchiglia Insieme — continuano a radunarsi per formare catene umane e presidiare le strade.
Le tensioni con chi guida le auto
Nonostante la natura pacifica dell’iniziativa — nata a seguito della morte di un bambino di sette anni — non sono mancati gli attriti. Già dal primo flash mob si sono registrati momenti di forte tensione, con conducenti spazientiti per i rallentamenti. Nella giornata di ieri, lunedì 28 settembre, gli animi si sono nuovamente surriscaldati ed è stato necessario l'intervento della polizia per gestire la viabilità e sedare i diverbi.
Per evitare l'escalation e proteggere i partecipanti, gli organizzatori hanno diffuso un apposito vademecum in cui si raccomanda la massima calma, invitando tutti i partecipanti a non rispondere alle provocazioni e alle invettive degli automobilisti.