Attualità - 20 ottobre 2026, 17:25

Galfer occupato, gli studenti attaccano: "Soldi alla scuola, non alla guerra"

"Facciamo come in Francia: la scuola è nostra"

Immagine d'archivio

"In tutta Europa, dalla Francia alla Spagna, all'Albania, alla Germania, all'Italia, gli studenti si stanno mobilitando per rivendicare una scuola e un sistema diverso, che sia capace di rispondere ai bisogni delle persone anziché alle logiche del mercato e della guerra. Anche noi, studenti e studentesse del Galfer, abbiamo deciso di prendere parola e di riprenderci gli spazi della nostra formazione. A partire da Martedì 13 Ottobre abbiamo occupato la nostra scuola creando momenti di confronto e proponendo una didattica alternativa", scrivono in una lunga nota gli studenti occupanti del Galfer.

"La nostra occupazione nasce dalla solidarietà verso tutte le scuole che vivono situazioni di abbandono e precarietà. Sappiamo che il Galfer ha beneficiato di interventi di ristrutturazione, ma non possiamo rimanere in silenzio davanti alle disparità tra i diversi istituti. Rifiutiamo categoricamente un classismo che nasce nelle scuole da quando si è giovani, la scuola deve essere uguale per tutti.

Mentre centinaia di migliaia di studenti chiedono investimenti maggiori nella scuola il ministro Valditara cerca di scappare dai problemi e avanza la proposta di decreto che fissa un tetto massimo del 30% di studenti stranieri con evidenti lacune linguistiche. Vieta di indossare burqa e niqab a scuola, atto già reso illegale (salvo giustificato motivo) dalla legge n.152 del 1975 impedendo di indossare qualsiasi mezzo idoneo a rendere difficile il riconoscimento della persona in un luogo pubblico o aperto al pubblico. Viene proposta come riforma volta ad aumentare l'inclusività, ma chiaramente parla di un problema inesistente, dato il numero minimo e non rilevante degli studenti coinvolti. Vediamo questo decreto come l'ennesimo atto propagandistico che porta il ministero a lavorare su problemi inesistenti e al contempo a ignorare i 69 crolli di tetti nelle scuole, l'edilizia fatiscente e le norme di sicurezza non rispettate nel 91% degli edifici scolastici italiani. Questo tipo di politica è inaccettabile e pretendiamo che la voce di noi studenti venga ascoltata e che le nostre richieste vengano accolte.

La nostra mobilitazione riguarda l'intero sistema scolastico e comprende anche la tutela dei docenti e del personale, le cui condizioni di lavoro sono inseparabili dalla qualità della nostra formazione. Chiediamo un corpo docenti che sia meno precario e maggiormente tutelato, per diminuire le differenze della qualità dell'insegnamento e garantire la stessa offerta formativa agli studenti.

In un momento storico in cui l'industria bellica viene presentata come una necessità inevitabile, mentre istruzione, sanità e welfare continuano a essere insufficienti, rivendichiamo successivamente una scelta politica chiara: investire nel nostro futuro, non nella guerra. Vogliamo una scuola pubblica, sicura e accessibile, nella quale la sicurezza e le opportunità non dipendano dalle condizioni economiche delle famiglie o dall'istituto che si frequenta. Rifiutiamo una scuola sempre più simile a una caserma, fondata sulla disciplina, sulla selezione e sul controllo, anziché sul confronto e sul pensiero critico. Vogliamo una didattica alternativa, partecipata, fatta di assemblee, dibattiti, laboratori e approfondimenti che ci permettano di comprendere la realtà e di trasformarla. La scuola non deve limitarsi a prepararci al mondo del lavoro, ma deve formarci come persone e cittadini consapevoli. 

Riguardo i disagi che la protesta ha causato riteniamo sia necessario chiarire alcuni punti: non abbiamo inteso privare la nostra comunità scolastica del diritto di usufruire del servizio pubblico, abbiamo scelto di interrompere, seppur temporaneamente, la normale quotidianità scolastica proprio per far si che tutti fossero a conoscenza della protesta e per lasciare un segno forte. L'unico modo per far ascoltare la nostra voce è quello di creare un disagio a chi normalmente non ci ascolterebbe. Di fronte all'indifferenza, abbiamo voluto creare un'occasione di presa di coscienza politica e civica, un ostacolo alla routine che permettesse di fermarsi, guardarsi intorno e interrogarsi sulla realtà che ci/vi circonda.

Alle reazioni di sdegno espresse da alcuni docenti e studenti, accompagnate da reazioni violente che non accettiamo come civili o giustificabili, rispondiamo senza negare il diritto di ciascuno di dissentire. Se loro si dichiarano sdegnati dal nostro comportamento e da rivendicazioni che, a loro giudizio, nascerebbero da semplici capricci, noi proviamo sdegno e vergogna di fronte all'indifferenza verso ciò che accade intorno a noi. Ci chiediamo come sia possibile condannare con tanta fermezza il disagio minimo provocato da una mobilitazione e non mostrare la stessa attenzione verso le disuguaglianze, le difficoltà e le ingiustizie contro cui ci stiamo opponendo. Non pretendiamo che tutti condividano le nostre modalità di protesta, ma chiediamo che le ragioni che ci hanno spinto a occupare il nostro istituto vengano ascoltate e discusse nel merito, anziché liquidate come un capriccio. Perché il dissenso nei confronti dei nostri metodi non deve diventare un pretesto per ignorare le questioni che stiamo sollevando. 

I popoli non hanno mai chiesto il permesso per lottare per i propri diritti. Anche in una scuola spesso poco politicizzata, crediamo che la crescente presa di coscienza politica degli studenti, alimentata anche dalle esperienze di mobilitazione dello scorso anno, dimostri che sia possibile rompere l'indifferenza e costruire una comunità più consapevole. Questa occupazione non vuole essere un gesto isolato, ma un passo verso una mobilitazione più ampia, capace di unire gli studenti del Galfer a quelli delle altre scuole di Torino, d'Italia e d'Europa. Vogliamo costruire solidarietà, organizzazione e partecipazione, perché nessuno debba sentirsi solo nelle proprie rivendicazioni. Abbiamo voluto sfruttare al meglio la risonanza mediatica di un liceo così importante come il Galfer per far sentire le voci degli studenti. Da sempre la nostra scuola ha un forte impatto sulla politica Torinese e abbiamo voluto esprimere le rivendicazioni della protesta anche per tutti gli altri istituti che non vengono messi al centro dell'attenzione. 

La settimana si è conclusa con un corteo oceanico di studenti e studentesse di tutte le scuole che sono scesi in piazza. La manifestazione non è potuta arrivare sotto città metropolitana per chiedere delle risposte effettive e la polizia ha replicato con idranti, lacrimogeni e manganelli sugli studenti medi. Torino non si è fermata e il giorno dopo, Sabato 17/10 gli studenti e i lavoratori sono scesi in piazza per una protesta popolare contro il carovita e il caro carburante.

La protesta e la lotta continueranno finché non verremo ascoltati tutti e tutte. Siamo stanchi dei tagli e delle riforme propagandistiche che non risolvono minimamente i problemi degli studenti. Vogliamo essere protagonisti delle scelte che ci riguardano.

L'école est à nous", conclude la nota degli studenti.

comunicato stampa