Riceviamo e pubblichiamo il racconto di Michela, paziente che ha voluto condividere la propria esperienza diretta a seguito di tre ricoveri nelle strutture sanitarie torinesi delle Molinette e del Mauriziano.
"Dal 27 settembre scorso la mia vita è cambiata improvvisamente a causa di un serio problema di salute che mi ha costretta ad affrontare tre ricoveri ospedalieri tra le Molinette e il Mauriziano, due delle più importanti strutture sanitarie torinesi. Dopo oltre un mese trascorso tra Pronto Soccorso, reparti, esami e terapie, ho deciso di raccontare la mia esperienza. E il mio giudizio sarà decisamente controcorrente rispetto alle tante notizie negative che quotidianamente leggiamo sulla sanità pubblica. Il mio voto? Un bel 10 e lode a entrambi gli ospedali.
Non perché tutto sia perfetto o perché non esistano criticità, ma perché ho visto con i miei occhi una realtà complessa, nella quale medici, infermieri e operatori sociosanitari lavorano senza sosta, affrontando situazioni che richiedono una resistenza fisica e psicologica straordinaria. Ho visto soprattutto un'umanità, una professionalità e un'attenzione nei confronti dei pazienti che meritano di essere raccontate.
Partiamo dal Pronto Soccorso. La situazione, inutile negarlo, è spesso paragonabile a un girone dantesco. L'affluenza è impressionante, con giornate in cui si superano i 150 accessi. Barelle, corridoi affollati, anziani disorientati, persone sofferenti e un continuo susseguirsi di emergenze. In questo scenario, che può apparire caotico, il personale sanitario continua a lavorare incessantemente, spesso affrontando turni di oltre dodici ore.
Eppure, nonostante la pressione, ciò che mi ha maggiormente colpita è stata l'attenzione riservata ai pazienti. Ti chiamano per nome, ti spiegano quello che stanno facendo, cercano di rassicurarti quando sei spaventato. Può sembrare una banalità, ma non lo è affatto. Quando si è malati e vulnerabili, sentirsi chiamare per nome significa continuare a essere riconosciuti come persone e non semplicemente come numeri o cartelle cliniche. Questo assume un'importanza ancora maggiore per gli anziani, spesso disorientati e impauriti, ai quali ho visto riservare parole gentili, pazienza e delicatezza.
C'è poi un mondo quasi invisibile agli occhi di chi non ha mai trascorso molto tempo in ospedale: quello dell'assistenza alle persone allettate. Pazienti che devono essere lavati, cambiati, aiutati a mangiare e assistiti più volte durante la giornata. Ho visto operatori sociosanitari svolgere queste mansioni senza sosta, con una pazienza e una sensibilità straordinarie, rispettando sempre la dignità delle persone. Un lavoro faticoso, spesso poco riconosciuto, ma assolutamente indispensabile.
E poi arriva il fatidico momento dei pasti. A differenza dei reparti, dove generalmente è possibile scegliere tra diverse pietanze, in Pronto Soccorso il menù è spesso prestabilito. E qui, credetemi, se ne vedono davvero di tutti i colori. C'è chi riceve la pasta e vorrebbe il passato di verdure, chi ha il passato e reclama la pasta, chi protesta perché non gradisce il secondo. Naturalmente le esigenze alimentari legate a problemi di salute devono essere rispettate, ma talvolta sembra che qualcuno dimentichi di trovarsi in ospedale e non in un ristorante gourmet a cinque stelle. Anche in queste circostanze ho visto gli addetti alla distribuzione dei pasti farsi letteralmente in quattro per cercare di accontentare tutti.
La stessa cura l'ho ritrovata nei reparti delle Molinette e del Mauriziano. Medici disponibili a spiegare, infermieri attenti, operatori pronti a intervenire e personale che, nonostante la stanchezza, continua a mantenere un atteggiamento rispettoso e professionale. E credetemi, la gentilezza, il garbo e la pazienza non sono affatto scontati, soprattutto quando si lavora quotidianamente a contatto con la sofferenza.
Troppo spesso sentiamo parlare di malasanità, di Pronto Soccorso al collasso e di pazienti costretti ad attendere per ore. Sono problemi reali, che meritano attenzione e soluzioni concrete. Tuttavia, bisogna ricordare che il Pronto Soccorso non funziona secondo l'ordine di arrivo, ma attraverso un sistema di triage che stabilisce le priorità in base alla gravità delle condizioni cliniche. I pazienti in immediato pericolo di vita hanno la precedenza, anche se questo non significa che tutte le attese siano giustificabili. Prima di accusare indiscriminatamente chi lavora negli ospedali, forse dovremmo osservare ciò che accade realmente dietro quelle porte.
Non voglio sostenere che nella sanità torinese non esistano problemi. Le criticità ci sono, così come le carenze di personale, le difficoltà organizzative e i carichi di lavoro eccessivi. Ma credo sia necessario distinguere le responsabilità del sistema dall'impegno quotidiano di chi vi lavora. La sanità torinese possiede ancora un patrimonio umano e professionale straordinario, che merita di essere sostenuto e valorizzato.
Ed è proprio su questo punto che vorrei richiamare l'attenzione delle istituzioni e del Governo. In un momento storico in cui si destinano ingenti risorse agli armamenti e alla difesa, ritengo indispensabile rivedere le priorità della spesa pubblica e destinare maggiori finanziamenti alla sanità, alla ricerca scientifica, alla prevenzione e all'assistenza delle persone fragili. La salute non può essere considerata una voce di bilancio da comprimere, ma un diritto fondamentale sancito dalla nostra Costituzione.
Investire negli ospedali significa garantire diagnosi tempestive, cure adeguate, personale sufficiente e maggiori possibilità di sopravvivenza. Investire nella ricerca significa offrire speranza a milioni di persone che convivono con malattie rare, autoimmuni, croniche e degenerative. La sicurezza di un Paese si misura anche dalla sua capacità di curare e proteggere i cittadini.
Chi affronta una malattia importante comprende quanto possa essere sottile il confine tra la normalità e una vita improvvisamente stravolta. Io stessa, dal 27 settembre, ho dovuto confrontarmi con questa realtà. Ed è proprio per questo che oggi sento il bisogno di ringraziare pubblicamente chi mi ha assistita e continua ad assistere quotidianamente migliaia di persone.
Il mio ringraziamento va ai medici, agli infermieri, agli operatori sociosanitari, al personale ausiliario, agli addetti alle pulizie, alla distribuzione dei pasti e a tutte quelle figure che contribuiscono al funzionamento di un ospedale. Persone delle quali spesso non conosciamo neppure il nome, ma delle quali ricordiamo un gesto, una parola gentile o un momento di conforto.
Vorrei anche rivolgere un invito ai cittadini. Quando vi trovate in un Pronto Soccorso, prima di giudicare, provate a osservare. Guardate il lavoro incessante del personale, la complessità delle situazioni e l'impegno necessario per garantire assistenza. Se qualcosa non funziona, è giusto denunciarlo. Ma quando incontriamo professionalità, attenzione e umanità, dovremmo avere la stessa determinazione nel raccontarle. La buona sanità merita di essere conosciuta tanto quanto la malasanità.
Dopo tre ricoveri, il mio giudizio rimane dunque estremamente positivo. Alle Molinette e al Mauriziano assegno un 10 e lode, non perché siano ospedali perfetti, ma perché ho incontrato persone che, nonostante difficoltà enormi, hanno saputo mettere al centro il paziente e la sua dignità.
Gli ospedali di Torino funzionano ancora, grazie soprattutto alla competenza, alla professionalità e all'umanità di chi ogni giorno indossa un camice o una divisa per assistere gli altri. Ma proprio per questo meritano maggiori risorse e un'attenzione concreta da parte delle istituzioni.
Un ospedale non è fatto soltanto di muri, macchinari e posti letto. È fatto soprattutto di persone che si prendono cura di altre persone. E quando questa umanità resiste anche nelle condizioni più difficili, merita rispetto e riconoscenza.
Alle Molinette e al Mauriziano, dunque, il mio più sincero grazie. Perché dietro ogni camice c'è una persona, dietro ogni paziente c'è una storia e dietro ogni gesto di cura c'è qualcosa di insostituibile: l'umanità".