Copertina - 01 marzo 2026, 00:00

Giorgia Garola: "Un anno alla guida dei metalmeccanici. La cultura sta cambiando ma sono ancora poche le donne protagoniste"

Eletta a fine 2024, l'ad di Scam fa un bilancio del suo primo periodo alla guida dell'Amma: "Meritiamo parità di trattamento e stipendi, ma per essere autorevoli non dobbiamo imitare la leadership maschile"

Giorgia Garola, 47 anni, è amministratore delegato di Scam e, da oltre un anno, ricopre la carica di presidente di Amma, l'associazione di categoria che - nell'universo dell'Unione Industriali di Torino - rappresenta le industrie metalmeccaniche e meccatroniche. Il settore merceologico più numeroso di tutti. Ma la sua nomina, a fine 2024, ha fatto rumore anche per il record che porta con sé: è infatti la prima donna nella storia a ricoprire quel ruolo. Una storia lunga 105 anni.

Presidente Garola, come è stato questo primo anno (abbondante) da donna alla guida dell'Amma?
“E' andato molto bene. Ho fin da subito avuto un grandissimo riscontro da parte del Consiglio generale, anche se la predominanza è ancora fortemente maschile: sia nel mondo delle imprese in generale che in quello associativo, noi donne siamo ancora poche. Spero che la mia presenza sia da stimolo. Dopo la mia nomina c'è stato un iniziale stupore, ma poi ci siamo messi subito a lavorare". 

Nota già qualche effetto?
"Da quando ci sono io, qualcosa si sta muovendo, almeno a livello associativo. Ma in generale il numero di donne manager e di imprenditrici è ancora piuttosto basso, così come lo sono gli stipendi, a parità di mansione. Parliamo di un gap di almeno il 15% in meno, a sfavore delle donne”.

A livello economico, però, non è un periodo facile.
“Lo scenario è indubbiamente critico, visto che una grande componente dell’Amma è legata all'automotive. Ma, da donna, ho voluto portare un maggiore senso di cura. Cerchiamo di supportare le aziende il più possibile per diversificare, implementare e collaborare con aziende di altri settori. Diciamo che ho cercato di dare un tocco femminile”.

E' ancora così difficile essere donna, in un mondo industriale (e non solo) molto maschile?
"Credo che molte barriere ce le generiamo da sole proprio noi donne. Per quanto i numeri dimostrino che dalle università esca una maggioranza di laureate, circa il 60%, peraltro più in fretta e con voti più alti, arrivate nel mondo del lavoro ci creiamo ostascoli invisibili, non ci sentiamo all’altezza e ci impegniamo molto di più per dimostrare il nostro valore. Per fare vedere di essere all’altezza. Ci generiamo dei bias anche dove non ci sono: la spinta di coraggio deve arrivare da noi. All'interno dell'Unione Industriali abbiamo una commissione “diversity, equity inclusion” dove un centinaio di aziende portano best practice e testimonianze per fare da stimolo alle donne a mettersi in gioco, a buttarsi. Dobbiamo contaminare, stimolare e creare confronto”.

Si definirebbe femminista?
“Non sono femminista, credo anzi che dobbiamo collaborare tra uomini e donne. Ma, come donne, dobbiamo cercare di guadagnare autorevolezza senza emulare modelli di leadership maschile. Dobbiamo dimostrare di valere con i fatti, con il merito”.

In cosa si sente particolarmente torinese?
“Sono sabauda perché faccio anche io le cose, a volte, senza sbandierarle. Noi torinesi siamo fatti così: ci concentriamo sul pragmatismo del fare e sulla qualità di come lo facciamo. Siamo più concentrati a vedere i risultati e ci vendiamo meno bene di altri territori. E poi c'è una parola che mi fa sentire tanto torinese”. 

Quale?
“Resilienza: vedo una Torino tanto resiliente, soprattutto le pmi che hanno vissuto scenari di crisi notevoli dal 2008 al Covid, fino alle attuali incertezze geopolitiche. Siamo molto resilienti, le aziende non si danno per vinte, cercano nuove strade dopo aver vissuto per tanti esclusivamente sull’automotive. Ora però c'è anche lo Spazio, la Difesa e altro ancora. Noi, come azienda, siamo orgogliosamente torinesi, con fornitori a chilometro zero e con l'intenzioen di rimanere sempre qui, anche se ormai esportiamo in 70 Paesi”.

Cosa la rende orgogliosa di essere torinese?
“Per lavoro viaggio molto, sono appena tornata dall’estero. Ma devo dire che se una volta ti riconoscevano solo se parlavi di Juventus, ora ci riconoscono tutti e per tanti motivi: dalle Atp Finals al Museo Egizio, alle tante altre risorse legate alla cultura. I numeri che vedo tramite Camera di Commercio di Torino dimostrano che il turismo è un’altra delle nostre capacità emergenti, come territorio”.

Che zona della città ritiene la "sua" Torino?
“Sembrerà curioso, ma per me "casa" è sempre stato corso Galileo Ferraris, anche se negli anni ho cambiato abitazione e numeri civici. Sono cresciuta alla Crocetta e tutto il mio mondo ruota lì, i miei punti di riferimento sono lì e così via. Quando sono a Torino il mio posto del cuore è quello, basti pensare che la mia parrocchia è quella dove sono stata battezzata e dove sono state battezzate le mie tre figlie”.

Vede in qualcuna di loro una candidata a raccogliere il suo testimone?
“Se vedo una scintilla in loro? Non lo so. Il mio passaggio generazionale è stato difficile. Per le mie figlie mi auguro che possano seguire i loro talenti e che facciano quello che le appassiona, anche nella vita professionale. Se poi vorranno lavorare con me, ne sarò felice. Ma non le voglio vincolare”.

Leggi tutte le COPERTINE ›