Copertina - 31 marzo 2026, 00:00

Torino a tutto Subsonica: “Dopo 30 anni siamo ancora qua per fare musica insieme”

La band celebra il traguardo e lancia il nuovo album “Terre Rare”

La band lancia il nuovo album “Terre Rare”

Subsonica festeggiano 30 anni di carriera e nella loro città lo fanno il tour I Cieli su Torino: due settimane di festa in tutta la città con quattro concerti ed eventi in programma fino al 12 aprile. A coronamento dei trent’anni insieme, il nuovo album: Terre Rare.

Cominciamo dal titolo, Terre Rare, perché lo avete scelto e quali sono le ‘terre rare’ per voi?

“Le Terre Rare dei Subsonica sono un elemento organico e fondamentale per questa band - racconta Boosta - perché nell'arco di questi anni, nella ricerca dei suoni e della nostra poetica e grammatica, abbiamo esplorato e ancora continuiamo ad esplorare e ci rendiamo conto che, come succede per le terre rare, ci sono elementi diversi che vanno estratti. Poi naturalmente c'è un contesto che è più alto e diverso perché le terre rare non sono così rare come possiamo immaginarci, ma sono comunque complesse da estrarre. Il paradosso è che servono sia per la transizione ecologica, pur distruggendo il territorio e quindi teoricamente per il nostro bene da un lato, che per le armi militari, per i chip e per questa esponenziale e progressiva avanzata della tecnologia nelle nostre esistenze”.

Quali sonorità avete scelto di portare nel nuovo disco e qual è il messaggio che vorreste veicolare al pubblico?

“Il suono di questo disco rispecchia quello che siamo noi cinque. Siamo cinque musicisti, persone che hanno scelto di vivere insieme per tanti anni pur mantenendo un'identità precisa molto diversa e quindi ogni nostro viaggio in solitaria ha visitato panorami diversi. Questo è il primo disco che abbiamo scelto di scrivere anche facendo un viaggio oltremare, perché siamo arrivati ad Essaouira che è la porta del deserto, della musica Gnawa, la porta di un mondo in cui la musica è ancora un sintomo di spiritualità profonda e quindi ci riconnette con la terra, con il senso di comunità. Come sempre, abbiamo cercato non di impadronirci di quel linguaggio ma di utilizzarlo come una sfumatura in più, che è molto presente in questo disco perché tutto quello che facciamo è la somma di quello che siamo singolarmente”.

Trentanni, per una band sono quasi un record, cosa è cambiato da quando avete iniziato e cosa è rimasto?

“Dei trent'anni passati insieme è rimasto molto perché siamo ancora qua, abbiamo sempre bisogno di essere più fedeli al desiderio di fare musica e di farla uno vicino all'altro. Quindi abbiamo scritto e pensato alla musica solamente quando ne avevamo bisogno, abbiamo preso i nostri spazi e dopo trent'anni quello che rimane è la stima e la voglia di rimanere sul palco insieme e anche la voglia di celebrare l'idea che un gruppo, che come tutti i gruppi quando si è giovani nasce non sapendo cosa porterà il futuro perché non ci pensi quando sei piccolo, si accorge poi guardando indietro che ha fatto un percorso lungo, affascinante che può ancora raccontare molto”.

Oggi ci sono tanti artisti che lasciano per il burn out da troppo lavoro, sempre più spesso nei testi delle canzoni sentiamo di depressioni e di crisi esistenziale soprattutto tra i più giovani. Da fratelli maggiori” qual è il consiglio che vi sentireste di dare alle nuove generazioni di band e di cantanti?

“È un momento difficile specie per chi fa arte e musica perché è sempre considerato uno strumento di serie B quando invece ci sono evidenze più che scientifiche che la musica e l'arte servano profondamente a vivere meglio. Forse l'unico consiglio che mi sento e che ci sentiamo di dare è quello di essere più fedeli possibile alle proprie urgenze. Se un ragazzo ha bisogno di fare musica, ha urgenza di raccontare, perché noi raccontiamo quello che sentiamo attraverso la musica, è giusto che lo faccia. Non bisogna mai confondere il concetto di successo con il concetto di popolarità, perché la popolarità è un corollario del successo che va e viene, mentre il successo è quello che abbiamo noi, ossia la possibilità di fare ancora quello che amiamo dopo che abbiamo pensato di farlo tanti anni fa. È un privilegio che è frutto di una serie di eventi fortunati anche, è una ricetta alchemica di cui più o meno tutti sanno gli ingredienti, ma nessuno sa in che ordine debbano essere inseriti per poter funzionare. Quello di cui ti rendi conto è che poterti svegliare al mattino facendo quello che ami diventa un privilegio enorme”.

Da poco è finito il festival di Sanremo, avete mai avuto in mente di tornare su quel palco?

“Il palco di Sanremo è sempre un palco affascinante, perché racconta un pezzo della storia di costume della musica italiana. Noi facciamo parte di quel pezzo, ci sono dei momenti in cui lo sentiamo più affine a noi: così è stato nel 2000 quando siamo andati insieme, era l'anno in cui hanno vinto gli Avion Travel, un anno non di rivoluzione ma comunque è stato il 50esimo. A noi piace andare agli anniversari, quindi vorremmo tornare a Sanremo per i 100 anni del Festival”.

A Torino avete ben quattro date in programma, qual è il vostro rapporto oggi con la città e come lavete vista cambiare nel corso degli anni nei confronti della musica?

“Torino è una città che ha saputo rigenerarsi, che è cambiata, che per certi versi si è mossa in maniera non lineare rispetto alla sua storia, ma che ha conservato una linfa di vitalità importante e lo vediamo in questi anni e comunque da tutte le forme di arte e di resistenza che stanno uscendo e resistendo. È inevitabile che come tutti i moti della vita, anche una città, ha una vita, un movimento sinusoidale: c'è un picco in alto, un picco in basso, è un'onda che si sussegue come tutto quanto nella vita degli esseri umani e nella storia. Siamo molto felici di essere nati e vissuti in questa città, prima di tutto perché se non ci fosse stato Torino, o meglio se non ci fosse stata questa città, noi non saremmo stati i Subsonica, senza Torino non sarebbero esistiti i Subsonica perché tutto quello che ci ha alimentato, fatto crescere il desiderio, invogliato ad amare quello che amiamo e a farlo insieme, è stato all'interno di questa città. I nostri sogni sono stati veramente ai piedi della collina, ai Murazzi, guardando il fiume e abbiamo sognato, suonato, immaginato, pensato. È una città in cui è molto bello ritornare, quindi noi torniamo per questi 4 eventi e siamo felici di poterlo fare”.

Avete seguito immagino gli eventi di Aska, cosa ne pensate di quanto accaduto e del ruolo che hanno ancora i centri sociali per la cultura del territorio?

“Parlavo poche settimane fa con giovani musicisti della scena napoletana, che mi dicevano che a discapito dell’hype di cui gode quella città oggi, le uniche vere occasioni di socialità e scambio culturale per i più giovani oggi sono offerte dai centri sociali. Sul resto rischia di calare il buio della gentrificazione - spiega  spiega Max Casacci -. A Torino è stato così per molti anni. Prima che la città incominciasse nei primi ‘90 ad offrire quelle opportunità di aggregazione che ne hanno trasformato volto e carattere. Aska, negli ultimi anni era diventato uno dei luoghi sulle mappe della socialità giovanile, anche indipendentemente dalla sua natura politica. Era inoltre un luogo attivo nella vita del quartiere. Oggi è un inutile presidio di camionette, che servono unicamente a fare da spot elettorale per le prossime elezioni in città. Ognuno tragga le proprie conclusione su chi ci guadagna e chi ci perde”.

Qual è la strada da seguire per i Subsonica dopo questi primi 30 anni?

“Il sogno per i prossimi trent'anni dei Subsonica è quello di continuare a vivere il più a lungo possibile in buone condizioni. È un'entità vivente, noi siamo un corpo fatto di cinque organi e come tutti gli esseri viventi ambiamo alla sopravvivenza, ad una sopravvivenza ben vissuta. Credo che rimarremo in attività fin quando ci sentiremo al posto giusto, il che significa essere al posto giusto con i pensieri, con le parole, con la voglia di raccontare con il palco, con la voglia di starci vicini e di sentirci suonare e ispirare l'un l'altro” conclude Boosta.

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