Copertina - 03 luglio 2026, 06:59

Cristina Prandi (UniTo), un anno per la 1°donna alla guida dell'Ateneo: "Tra qualche tempo non sarà più una notizia"

"Cosa chiedo al futuro sindaco? Mi piacerebbe che si parlasse di Torino come capitale della conoscenza. Una città che investe in università, ricerca e innovazione investe anche sul proprio sviluppo economico e sociale"

Professoressa Cristina Prandi, lei è stata eletta Rettrice dell'Università di Torino a giugno 2025. A distanza di un anno il primo bilancio?

È stato un anno molto intenso, dedicato innanzitutto all'ascolto e alla costruzione di un metodo di lavoro condiviso. Fin dall'inizio abbiamo voluto valorizzare il dialogo con tutte le componenti dell'Ateneo, perché sono convinta che un'università si governi insieme, mettendo a sistema competenze ed esperienze diverse. Ho trovato una comunità con grande voglia di contribuire al cambiamento e di affrontare insieme le sfide che abbiamo davanti come quella dell’internazionalizzazione. L'Università continua a crescere sul piano della ricerca e i più recenti ranking internazionali confermano l’eccellenza del lavoro svolto. È solo il primo anno, ma credo che siano state poste basi solide per il lavoro che ci attende.

Dopo 600 anni, è la prima donna a ricoprire questo incarico. Su di lei c'era una grande attesa per la questione della parità di genere. Cosa è stato fatto e cosa intende mettere in campo?

Essere la prima Rettrice dell'Università di Torino rappresenta certamente un grande onore, ma anche una responsabilità. Spero che, tra qualche anno, questo non faccia più notizia. L'Università ha già strumenti importanti, a partire dal Gender Equality Plan; il nostro compito è continuare a farli vivere concretamente, promuovendo una cultura sempre più inclusiva e attenta alle pari opportunità. La parità si costruisce ogni giorno, creando le condizioni perché tutte e tutti possano esprimere il proprio talento, senza che stereotipi o pregiudizi diventino un ostacolo. È un lavoro culturale prima ancora che organizzativo, e riguarda l’intera società.

Il mandato precedente al suo era stato segnato dalle occupazioni pro Palestina. Sono state cancellate anche collaborazioni con atenei israeliani. Non c'è il rischio di una deriva eccessivamente politica del mondo accademico, che per sua natura dovrebbe garantire il pluralismo?

L'Università è, per definizione, il luogo del confronto tra idee diverse. Questo confronto, però, deve sempre svolgersi nel rispetto delle persone, delle regole e della libertà di espressione di tutti. Il nostro compito non è alimentare contrapposizioni, ma creare le condizioni perché il dialogo sia possibile e si fondi sulla conoscenza, sul metodo scientifico e sul rispetto reciproco. L'Università non può sottrarsi ai grandi temi del presente, ma deve affrontarli con gli strumenti che le sono propri: lo studio, la ricerca, il pensiero critico e il confronto aperto. È così che si tutela davvero il pluralismo e si contribuisce alla crescita della società.

Anche ricercatori e assegnisti si sono mobilitati contro la precarizzazione delle università. A prescindere dagli interventi del Governo e dai finanziamenti pubblici, cosa possono fare le università? Cosa succederà all'Università di Torino con la fine del PNRR?

La precarietà nella ricerca è un tema che riguarda l'intero sistema universitario e richiede risposte strutturali a livello nazionale. Le università possono fare la loro parte, valorizzando le competenze, programmando con lungimiranza e creando le migliori condizioni possibili per chi fa ricerca. La conclusione del PNRR segna un passaggio delicato: quelle risorse hanno consentito investimenti straordinari e prodotto risultati importanti. La vera sfida inizia adesso. All'Università di Torino abbiamo avviato una riflessione per individuare gli strumenti organizzativi e finanziari più efficaci per non disperdere il patrimonio di competenze, progettualità e infrastrutture costruito in questi anni e per trasformarlo in un'opportunità di crescita stabile per l'Ateneo.

Torino città universitaria: il capoluogo piemontese è veramente a misura di studente? Un punto di eccellenza e un aspetto su cui bisogna lavorare?

Torino ha tutte le caratteristiche per essere una delle principali città universitarie europee. Ha due grandi atenei, un sistema di alta formazione in ambito artistico, musicale e coreuticoun sistema della ricerca molto competitivo, una straordinaria offerta culturale e un tessuto produttivo che sta investendo sempre di più nell'innovazione. Sono elementi che rendono la città molto attrattiva. Resta centrale la questione dell'abitare. Il costo e la disponibilità degli alloggi incidono sempre di più sulla possibilità di scegliere dove studiare. È un tema che richiede un impegno condiviso tra università, istituzioni e soggetti pubblici e privati, perché rendere Torino davvero accogliente significa garantire a tutti il diritto di vivere pienamente l'esperienza universitaria.

Tra un anno si vota alle Comunali di Torino. Da Rettrice, quali temi vorrebbe entrassero nell'agenda della campagna elettorale e del futuro sindaco?

Mi piacerebbe che si parlasse di Torino come capitale della conoscenza. Una città che investe in università, ricerca e innovazione investe anche sul proprio sviluppo economico e sociale. Vorrei vedere al centro temi come il diritto allo studio, l'attrazione dei talenti, la qualità della vita degli studenti, il trasferimento tecnologico e la capacità di trattenere i giovani che qui si formano. Oggi la competitività delle città passa sempre di più dalla capacità di creare ecosistemi nei quali università, imprese, istituzioni e ricerca lavorino insieme. È una partita che Torino può giocare da protagonista.

L'Università, anno dopo anno, sta assumendo un ruolo e un prestigio che va ben oltre il semplice compito di insegnamento alle nuove generazioni. Quali sono secondo lei i motivi di questo ampliamento di panorama e quale la direzione?

L'Università oggi non è soltanto il luogo in cui si formano professionisti, ma è un motore di sviluppo economico, sociale e culturale. Produce ricerca, trasferisce innovazione alle imprese, dialoga con le istituzioni, promuove inclusione e contribuisce a orientare il dibattito pubblico. Questa evoluzione è destinata a rafforzarsi. Per questo gli atenei sono diventati interlocutori sempre più importanti delle istituzioni, delle imprese e della società. Non significa snaturare la missione dell'università, ma svolgerla fino in fondo. La ricerca deve rimanere libera, ma deve anche saper generare valore per il territorio. Quando un'impresa innova grazie a un progetto sviluppato con l'università o quando una startup nasce da un laboratorio di ricerca, quella conoscenza torna alla collettività. È proprio questa la missione di un'università pubblica: essere un punto di riferimento.

Dopo anni di "competizione", UniTo e PoliTo sempre più spesso cercano di lavorare insieme. È davvero cambiato qualcosa tra i due maggiori atenei torinesi?

Università di Torino e Politecnico hanno storie, vocazioni e competenze differenti, ma proprio per questo sono complementari. Le grandi sfide non si affrontano da soli. Negli ultimi anni sono aumentate le occasioni di lavoro comune, dalla ricerca ai rapporti internazionali, fino ai progetti che riguardano la città e il sistema dell'innovazione. È una collaborazione che non cancella le specificità dei due Atenei, ma le valorizza. Ed è un valore aggiunto per tutta Torino.

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