Copertina - 01 ottobre 2026, 00:00

Luca Romano, l’Avvocato dell’Atomo con 300mila follower: “Il nucleare è l’energia più green di tutte. Il Piemonte può diventare capitale della nuova filiera”

Dalla passione nata alle medie al dottorato in Ingegneria Industriale a Tor Vergata, passando per la pagina Facebook aperta in pieno lockdown e il libro da 25 mila copie. Il fisico torinese che ha fatto del nucleare una battaglia: “Preferisco Torino a Milano, Roma o Napoli”

È torinese, classe 1988, fisico, giornalista scientifico, divulgatore. Tutti conoscono Luca Romano come L’Avvocato dell’Atomo, la pagina aperta durante il Covid diventata tra i progetti più seguiti in Italia e all’estero sul tema nucleare. Oggi vive tra Torino e Roma, dove sta finendo il dottorato in Ingegneria Industriale, e dal 2022 fa il divulgatore a tempo pieno.

Partiamo dall’inizio. Da dove nasce la passione per l’Atomo e quando ha capito che voleva fare l’Avvocato?

La passione per l’atomo in un certo senso nasce molto molto tempo fa. La prima volta che sul libro di Scienze delle medie ho sentito parlare di atomi mi ero già incuriosito. Alle elementari mi piacevano molto gli animali e sognavo di fare Biologia, ma dalle medie in avanti progressivamente c’è stato uno spostamento verso la Fisica. Per l’atomo come forma di energia, a parte una ricerca alle medie, non avevo sviluppato una passione particolare. In quegli anni non se ne parlava proprio. Poi c’è stato il tentativo di Berlusconi tra il 2008 e il 2010 di riportarlo in Italia, sul quale all’epoca ero laico. Non ero favorevole perché non riuscivo a pensare che Berlusconi potesse fare qualcosa di giusto - sono cresciuto in una famiglia molto di sinistra e io stesso mi sono sentito molto di sinistra fino a pochi anni fa - ma nemmeno ero contrario. 

Al referendum del 2011 ha votato?

 No, non votai. Quel weekend andai via, non ero a Torino. Avessi votato probabilmente non avrei preso la scheda sul quesito del nucleare, mentre avrei votato per gli altri tre, l’acqua pubblica e il legittimo impedimento. Ero molto manicheista. Oggi sono più capace di dare credito anche agli avversari politici quando fanno qualcosa di giusto e dare torto alla mia parte quando sbaglia, anche se attualmente non ho più una parte politica. In passato mi consideravo di sinistra, adesso mi considero un liberale progressista, ma non mi sento rappresentato in Italia. Adesso ovviamente voterei a favore del nucleare e inviterei a votare a favore.

 Quando ha iniziato ad approfondire davvero?

 Dopo il 2015, dopo gli accordi di Parigi, ho iniziato a scrivere sui social dell’impatto ambientale del nucleare. Poi è arrivata la pandemia. Il 6 aprile 2020 ho aperto la pagina Facebook“Avvocato dell’Atomo”. Non pensavo diventasse un progetto tanto seguito, ma volevo trattare l’argomento sui miei profili e dovevo ammazzare il tempo. Il primo lockdown ero da solo in casa. I miei genitori erano categoria a rischio, abitavano nel mio stesso condominio ma i contatti erano limitati. Mi sono fatto due mesi e mezzo in un appartamento a fare niente. Insegnavo a scuola, facevo tre ore di didattica a distanza al mattino e poi ero da solo tutto il giorno. Da lì ho avviato questo progetto che è sicuramente andato oltre le mie aspettative. Nel 2022 ho pubblicato con Fazi Editore “L’Avvocato dell’Atomo. In difesa dell’energia nucleare”. Oggi siamo intorno alle 25 mila copie vendute. Quando ho visto che il libro vendeva bene, che iniziavano a chiamarmi per conferenze pagate, ho capito che potevo sostenermi con questo lavoro. Ho mollato la scuola e dal 2022 faccio il divulgatore a tempo pieno. In passato avevo avuto un blog, avevo scritto per una rivista online, ma non pagava, per cui avevo un po’ rinunciato all sogno della comunicazione della scienza - in nome del quale ho fatto anche il master in Giornalismo Scientifico a Ferrara - per fortuna i social lo hanno fatto rientrare dalla finestra.

 Veniamo a Torino. Torino è stata la città della Fiat e oggi vuole essere capitale green. Può diventare anche capitale italiana del nuovo nucleare?

Sì e no. Tutte le città vogliono diventare capitale green perché porta voti. Che Torino abbia una vocazione migliore di altre, non lo so. Sono stati fatti lavori positivi, altri avrebbero dovuto essere fatti, tipo la seconda linea di metro che stiamo aspettando da un po’. Per il nucleare, già oggi Torino è una delle sedi di newcleo, che sta sviluppando nucleare di quarta generazione. L’altra sede è in Francia, poi hanno laboratori qui a Torino, a Brasimone vicino a Bologna e in Francia. In Italia puoi fare ricerca sui materiali, ma nel momento in cui vuoi sperimentare con roba nucleare in Italia ci sono una serie di paletti. Forse in futuro Torino potrebbe diventare una città green e nucleare, ma servirebbe un deciso cambio di atteggiamento da parte dell’Italia prima e di Torino poi. Non vedo Torino come sede ideale per una centrale nucleare. È una città energivora, ma il Po secondo me ha una portata ancora troppo bassa per alimentare un impianto di grandi dimensioni, e poi gli impianti solitamente si fanno lontani dalle grandi città. Il Piemonte invece sì. Penso al Vercellese, dove c’era la centrale di Trino. C’è grande disponibilità d’acqua, un’antropizzazione inferiore (la pianura non ha densità di popolazione così elevata) ed è già collegata all’infrastruttura elettrica perché c’era Trino e c’è la centrale a gas di Chivasso. Potrebbe essere la sede di un impianto in futuro. A Torino ci sono quei due mostri di centrali a gas, verso Moncalieri imboccando la tangenziale, molto grosse. Sarebbe bello poterle sostituire un giorno con energia pulita.

 E la formazione? Con Politecnico e Università?

Il corso di Ingegneria Nucleare del Poli è uno dei migliori in Italia e forse in Europa. Politecnico di Torino e di Milano sono eccellenze assolute. L’Italia in generale è un Paese che forma un sacco di ingegneri nucleari, siamo il secondo in Europa per numero di ingegneri nucleari per milione di abitanti, dopo la Francia. Certo, la maggior parte poi va a lavorare all’estero per ovvi motivi. Ma da questo punto di vista siamo già oggi un centro importante. 

Cosa la lega ancora a Torino? Vive ancora qui?

 Io vivo qui e questa città mi piace. Ha dei difetti, ma non vivrei in nessun’altra grande città italiana. Preferisco sicuramente Torino a Roma, Milano o Napoli. Ha il giusto equilibrio tra l’essere una città mitteleuropea, che mantiene un certo grado di pulizia, efficienza, tranquillità, e l’essere una città sud-europea, mediterranea, che offre vita notturna, movimento. È un po’ un compromesso. L’ho trovato anche a Monaco di Baviera, un’altra città che mi ricorda Torino. Il mio lavoro è su tutta Italia, faccio molte conferenze in giro. Se devo dire la regione che mi invita più spesso è il Veneto, credo quanto tutte le altre 19 messe assieme. Lì c’è un tessuto imprenditoriale molto forte, molto attento ai temi dell’innovazione e del costo dell’energia.

Andiamo sull’attualità. Il governo dice nucleare in Italia entro il 2030. Ci crede?

Nucleare entro il 2030 nel senso di reattori operativi è fuori discussione, non è possibile in nessun caso. Avere cantieri aperti entro il 2030 potrebbe non essere fuori dal mondo. È stato approvato al Senato il ddl sul nucleare, che non riporta il nucleare in Italia ma si limita a creare le regole per consentirne la reintroduzione. Poi serviranno decreti attuativi e a quel punto la decisione politica vera. Si deciderà l’anno prossimo, ci sono le elezioni. Se vince una coalizione dove i partiti antinucleari pesano molto, questo decreto resterà lettera morta. Se vince un governo intenzionato a spingere, allora magari si farà qualcosa. A quel punto non escludo cantieri aperti o progetti di localizzazione entro il 2030. Poi da lì al primo kilowattora passeranno 7-8 anni. Quindi 12-13 anni in totale.

Ultima generazione, Fridays for Future. Quando li incontra c’è dialogo? 

Con alcuni, a volte. Non sono tutti anti-nucleare. Non approvo il loro modo di fare, non credo che incollarsi all’autostrada o gettare una zuppa su un quadro sia esattamente un’azione importante di sensibilizzazione. A me sembra più un modo per far parlare di sé. Loro non si dichiarano esplicitamente contrari al nucleare, tendono a scrollarsi di dosso l’argomento dicendo che sì, il nucleare è bello, ma ci vuole troppo tempo, siamo in emergenza e bisogna agire subito. Poi cosa comporta questo agire subito non è chiaro. Molto spesso l’argomento finisce con l’essere che il nucleare potrebbe anche andare bene, ma in generale bisogna cambiare il sistema economico, questo capitalismo estrattivo e quant’altro. E questo mi preoccupa, perché se non è cambiato con le rivoluzioni del Novecento, non mi sembra che siamo in prossimità di cambiarlo adesso. Se affidiamo la soluzione dei problemi del clima alla speranza di una rivoluzione globale che spazzi via il capitalismo entro pochi anni, temo che siamo fregati. Questi movimenti li vedo come ragazzini in preda al panico e quando sei in preda al panico non ragioni razionalmente, non sei in grado di pianificare, vuoi solo fare qualcosa, farti sentire. Molto spesso quello che fanno è inutile quando non dannoso. È come il pollaio in fiamme: le galline corrono di qua e di là urlando. Ma proprio perché è in fiamme è il caso di capire dov’è la porta e cercare di aprirla, perché continuare a urlare non sortisce nessun effetto. Abbiamo devastato l’industria europea per ridurre le emissioni relativamente di poco, il risultato è una crescita dei partiti di estrema destra negazionisti del climate change, mentre le emissioni continuano a salire trainate da Cina, India e Stati Uniti. 

A Torino poi c’è un caso specifico.

Sì. A Torino le piazze da qualche anno sono ostaggio di alcuni gruppi particolarmente facinorosi ai quali dell’ambiente non importa assolutamente nulla e le manifestazioni dei Fridays, così come il 25 aprile o il Pride, sono una scusa per occupare le piazze. Io sono stato cacciato due volte dal 25 aprile, quest’anno e l’anno scorso, perché avevo il berretto con la bandiera ucraina. Ero con il consigliere Silvio Viale, che aveva la cravatta della Nato, ma noi non avevamo bandiere Nato, né altri simboli considerabili provocatori, eravamo lì con bandiere dell’Unione Europea e dell’Ucraina e siamo stati cacciati in malo modo. Stessa cosa è successa a gruppi cacciati dal Pride perché avevano la bandiera ucraina. È un fenomeno che qui a Torino è particolarmente presente rispetto ad altre città.

E i No Tav?

Sono un esempio di dissonanza cognitiva. Vai a una manifestazione sull’ambiente opponendoti a una linea ferroviaria che serve a spostare il traffico merci dalla gomma alla rotaia, cioè a ridurre le emissioni. È ridicolo dire che la Tav non serve perché oggi le merci viaggiano su gomma: serve proprio a toglierle dalla gomma. Persino il famoso studio costi-benefici sulla Tav aveva detto che non conviene perché si tolgono troppi camion e lo Stato perderebbe le accise sulla benzina. Dovremmo volerla tutti, è un beneficio ambientale evidente.

A Torino se dici nucleare puoi trovare un muro. Flash mob davanti a Trino, Legambiente… Come si può scardinare un fronte così radicato in Piemonte?

Secondo me si sta scardinando da solo. Io quel flash mob me lo ricordo, non erano così tante persone e avevano tutte una certa età. Legambiente idem. Ho avuto come avversari nei dibattiti figure di Legambiente, Kyoto Club, tutti over 50 quando non over 70. Il ricambio generazionale è già in corso. Se guardiamo i sondaggi oggi in Italia abbiamo un 50% di italiani favorevole o possibilista sul nucleare, un 25% incerto, un 20% cocciutamente contrario. Ma tra i giovani i favorevoli sono 2 su 3, siamo al 64%. Il trend è evidente. Sono convinto che col tempo avremo un’opposizione che si riduce sempre di più. Queste posizioni oltranziste sono patrimonio di una minoranza rumorosa ma anziana che sparirà col tempo.

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