- 28 luglio 2016, 07:34

L'oro olimpico Livio Berruti a Torinosportiva: "Agli atleti che vanno a Rio consiglio di vivere questo evento con gioia"

Parla il campione torinese: "Gli atleti devono scoprire i propri limiti e cercare di superarli, perché chi fa lo sport in maniera pulita è sempre vincitore; Le Olimpiadi del 2024? I Giochi rappresentano un momento bello e formativo"

La storica immagine dell'arrivo di Livio Berruti nella finale dei 200 metri alle Olimpiadi di Roma del 1960

La storica immagine dell'arrivo di Livio Berruti nella finale dei 200 metri alle Olimpiadi di Roma del 1960

Ci sono campioni che è bellissimo incontrare, in modo particolare quando si ci si avvicina ai Giochi Olimpici. Sono coloro che hanno fatto la storia dello sport e della manifestazione a cinque cerchi che appassiona miliardi di persone in tutto il mondo. Uno di questi campioni è Livio Berruti, medaglia d’oro nell’atletica nei 200 metri alle Olimpiadi di Roma del 1960. L’occasione di incontrarlo è arrivata nella conferenza stampa di chiusura delle attività sportive stagionali del CUS Torino, che si è svolta ieri mattina presso la filiale della Banca Alpi Marittime di Via Santa Teresa. Abbiamo avuto quindi modo di intervistarlo a poco più di una settimana dall’inizio dei Giochi di Rio.              

Buongiorno Berruti, cosa si sente di consigliare agli atleti italiani che si apprestano a partecipare ai Giochi Olimpici?
«Gli consiglio di affrontare questo evento e lo sport con gioia, con la curiosità di scoprire i propri limiti e cercare di superarli. Nello sport non è tanto importante battere gli avversari, ma sconfiggere se stessi, i propri limiti. Come dico sovente: chi fa sport in maniera pulita, serena e gioiosa è sempre vincitore, anche quando non vince mai».  

Nel 1960 vinse a 21 anni quello straordinario oro nei 200 metri ai Giochi Olimpici di Roma. Le fa piacere constatare che quell’impresa è ancora tanto importante nel nostro paese?
«Per me è una sorpresa incredibile, non me lo sarei mai aspettato. Sicuramente fa molto piacere e dimostra che ho avuto, insieme agli altri atleti che hanno partecipato a quelle Olimpiadi, la fortuna di rappresentare un momento di rinascita della nazione. Gli anni sessanta sono stati un’epoca creativa, piena di slanci in avanti, con tante speranze e anche concretezze, tutte cose che oggi purtroppo non ci sono più. Siamo stati fortunati perché abbiamo avuto la possibilità di rappresentare questo momento formativo della nazione e l’abbiamo fatto con gioia, sorriso e amicizia, senza quella diffidenza tragica di oggi, che è figlia dei dubbi derivanti dal doping. Abbiamo vissuto in un ambiente più sereno e meno soggetto ai condizionamenti esterni».  

Ci sono state molte polemiche sulla candidatura olimpica di Roma per il 2024: lei cosa ne pensa? Si augura che Roma ospiti le Olimpiadi?
«Le olimpiadi rappresentano un momento bello e molto formativo. Come si è visto anche a Torino nel 2006, i Giochi Olimpici creano un’atmosfera molto particolare e gioiosa, nella quale tutti sorridono, perché si verifica l’abbattimento di ogni discriminazione, da quella etica a quella ideologica, dalla discriminazione professionale a quella economica. Quando lo sport è fatto con queste condizioni è bello e crea un’immagine positiva. Roma ha molti problemi, ma penso che l’entusiasmo mostrato da Malagò sia sufficiente per dare a tutti la sensazione che non ci saranno quelle sorprese negative che hanno condizionato sovente lo stato italiano».  

Ha parlato spesso del doping: cosa pensa della vicenda degli atleti russi?
«Già ai miei tempi alcuni atleti si dilettavano a fare delle prove in tal senso, soprattutto nell’est Europa, dov’erano dei pionieri. Diciamo che purtroppo oggi c’è una tale dipendenza dallo strapotere farmacologico, che è difficile stabilire una netta linea di demarcazione tra il lecito e l’illecito. Ai miei tempi vedevi il medico ogni quattro anni, soltanto prima dei giochi o per fare dei controlli muscolari. Ora il medico è una componente fondamentale della quotidianità dell’atleta. Lo sport ha perso un po’ di ingenuità e di semplicità, sta diventato quasi una formula uno molto sofisticata».

 

Giorgio Capodaglio

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