Eventi - 02 dicembre 2018, 10:50

ArTorin: quando l’arte sperimenta sui social

Scorci quotidiani della nostra città, arricchiti da ritagli delle più grandi opere del passato, per raccontare virtù e soprattutto vizi della realtà odierna

ArTorin: quando l’arte sperimenta sui social

Il Bacco di Caravaggio seduto su un tram ristorante, l’uomo di Magritte che fa la spesa al mercato, una dama di Monet sulle scale mobili della metropolitana. Queste e molte altre sono le immagini proposte da ArTorin. L’arte a Torino. Un progetto artistico che, per ora, vive solo sui social (Facebook e Instagram) e che negli ultimi giorni sta godendo di una crescente e meritata popolarità.

Le immagini incantano, l’idea è riuscita, impossibile non chiedersi chi ci sia dietro tutto ciò.

Una sola persona o un gruppo? “Nessun gruppo. Nessuna organizzazione. Il progetto viene portato avanti da una sola persona che progetta, realizza e pubblica le varie opere. Per tutelare la mia identità ho deciso sin da subito di adottare uno pseudonimo. Michi Galli appunto. Un fantasma che esiste solo nel web e che mi permette di muovermi con disinvoltura in un territorio abbastanza rischioso, dove si toccano temi a volte molto taglienti e dove un passo falso potrebbe compromettere un'intera carriera. La mia. L'altra mia carriera, quella in carne ed ossa.

Inoltre utilizzando uno pseudonimo e non conoscendo l'autore, si alimenta quella che viene considerata la quarta dimensione dell'arte, capace di rendere tutto più interessante, affascinante e magnetico: il mistero.”

Un misterioso artista che ha dato vita ad ArTorin meno di un anno fa. “La prima immagine è stata pubblicata il 2 febbraio 2018, sebbene i lavori fossero iniziati già da qualche mese per consentirmi di accumulare una cospicua quantità di materiale da proporre. Il progetto è dunque nato agli inizi del 2018, ma i suoi germi circolavano già da qualche anno, quando l'idea di fondere passato, presente e denuncia sociale era più concreta che mai, il tutto avendo come sfondo meravigliosi scorci urbani troppo spesso dimenticati.”

Quindi stiamo parlando di un progetto nato con l’obiettivo di veicolare una denuncia sociale? “Sì, ero alla ricerca di un'espressione artistica capace di denunciare situazioni socialmente insostenibili in modo leggero e veloce, ma che non fosse allo stesso livello delle illustrazioni, piene di luoghi comuni e messaggi vuoti, che circolano sui social network.

Ultimamente qualche utente social mi ha lanciato frecciatine dicendo d'aver copiato il lavoro dell'artista ucraino Alexey Kondakov. Di non averlo minimamente reinterpretato e di voler solamente sfruttare la sua idea. Reputo ingiuste queste accuse, considerando che, pur nella somiglianza del mezzo espressivo, i nostri progetti hanno stili e temi diversi. Il medium è lo stesso, ma il fine non lo è.

E, comunque, prima d'aver avviato il progetto, non conoscevo il lavoro di Kondakov.”

Ma oltre la denuncia sociale c’è dell’altro, giusto? “Sì, il messaggio più evidente è quello che dichiaro anche nella descrizione della pagina: l'arte non è morta. Siamo convinti che l'arte sia roba da museo. Da vedere, studiare (in Italia troppo poco) e soprattutto osservare. Ma pur sempre roba da museo rimane. L'arte non è roba da museo. Quella pala d'altare dipinta dal Masaccio, un tempo, era l'unica immagine che le persone potessero vedere. Non esistevano tutte le immagini che popolano e bombardano la nostra realtà quotidiana. Loro avevano solo le opere degli artisti. E su quella pala d'altare pregavano! O ancora, più vicino a noi, Picasso con Guernica. Noi andiamo al Prado e ammiriamo il suo capolavoro. Bene. Ma veramente abbiamo capito e interiorizzato il dramma che l'artista voleva mostrarci con quei corpi smembrati e scomposti, da lui dipinti? La storia è ciclica, lo sappiamo, e l'arte, che sempre storia è, continua a riproporsi e ripresentarsi a noi. Questo è il messaggio. L'arte è sempre stata contemporanea (come vuole Maurizio Nannucci, con la sua insegna al neon sull'archeologico di Berlino)”.

 

Negli ultimi giorni il numero dei seguaci di ArTorin è aumentato molto, merito soprattutto di quella che, finora, è l’immagine di maggior successo del progetto: Il bacio di Hayez davanti al regionale veloce di Porta nuova. I due noti innamorati di fronte a uno scorcio, per noi torinesi, altrettanto noto. Ingredienti perfetti per un successo inevitabile che aumenta il bacino del pubblico e regala visibilità a tutte le immagini a venire e a tutte quelle già pubblicate.

Tra queste ce ne sono alcune che Michi Galli ama particolarmente, come “La ragazza de Il bar delle Folies Bergères, che raffigura in modo eterno il peso di un lavoro straniante e logorante.  E l’Ophelia di Millais, la mia preferita in assoluto, sia per la composizione, sia per il significato, infatti il mio sogno sarebbe quello di farla diventare un simbolo per la lotta all'inquinamento. Viviamo con la spazzatura sotto allo zerbino e ancora non ci decidiamo a cambiare rotta verso un futuro più sostenibile. Di questo passo faremo la stessa fine di Ophelia.”

Mentre il pubblico di questo progetto cresce, c’è chi già spera in una mostra. In questo momento non c’è ancora una data o un luogo ma è sicuramente un obiettivo a cui lo stesso Michi Galli tende. Noi, intanto, continueremo a goderci l’arte che vive sui social, reale e volatile allo stesso tempo.

 

Rossana Rotolo

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