Conversazioni - 22 gennaio 2022, 09:10

Il giardino in noi e fuori di noi

Una riflessione personale sull'io che parte dalle parole del grande filosofo James Hillman

Dipinti di Barbara Gabriella Renti - LULE

Dipinti di Barbara Gabriella Renti - LULE

La metafora della mente come un giardino che bisogna coltivare è tipica della psicoterapia: ci aiuta a rispettare noi stessi, a bilanciare il piacere e il dovere: ad avere cura di noi. Io però farei un passo in avanti o forse un passo indietro nella storia dell’umanità, accompagnata dalle parole del grande filosofo James Hillman, interpretate dal mio spirito. Noi siamo nel giardino: uno dei più importanti miti ci racconta di Adamo ed Eva e di come la vita sia nata nel giardino. Come potremmo vivere se non parte di questo giardino? Come potremmo fiorire se non come fiori di un giardino?

Noi siamo parte della terra: dalla terra siamo nati e nella terra ritorneremo. La nostra psiche è parte di una più grande psiche che la nutre, da cui si differenzia in un meccanismo a-duale: psiche e natura sono distinte ma parte di un tutto.

Camminiamo in un parco e ci sentiamo felici e rilassati, lontano dai rumori della città. Certo la natura è anche pericolosa ma camminare in montagna su percorsi controllati o addentrarci in un giardino pieno di fiori ci fa bene all’anima: comunicazione di sensazioni, immagini e odori che toccano la nostra mente.

Sono ora nella foresta della mia mente, camminando nella psiche del parco. Sono solo un pezzo del parco, che è psiche. Sono qui per raccogliere immagini e trasformarle in parole.

Avrete riconosciuto il pensiero di Hillman che parla di una sua passeggiata all’interno di un giardino giapponese. Il mondo della natura è un mondo di metafore e insegnamenti a disposizione. Il vento carezza l’acqua sul lago e anche noi ci sentiamo come carezzati, liberi: la nostra pelle respira. Ecco la reminiscenza dell’ultima mia passeggiata: le foglie cadute mi ricordano come nulla sia imperituro e che tutto cambia, in un ciclo. Mi rammentano come la fortuna e la sfortuna siano una ruota che gira, come sia il bello, sia il brutto, sia l’ansia e sia la gioia non durino in eterno. L’ansia perisce, crolla giù sul terreno come queste foglie. Qui perse nella mia mente dei ricordi. La psiche esterna da fuori è penetrata all’interno.

Il ciclo delle stagioni è la metafora del mutamento e del ritorno. La neve sulle foglie ci dice che vi è un tempo per riposare, per riprendere le forze e sbocciare in primavera. Il movimento dell’acqua calmo ci dona la calma di cui abbiamo bisogno. Le metafore della psiche esterna sono nostre da cogliere.

Conosciamo troppo spesso il mondo attraverso le cose: gli oggetti. E dove sono le immagini e le metafore che rendono la nostra psiche parte di tutto? Torniamo indietro nella storia e ricordiamoci chi siamo, esseri della natura, natura noi stessi. Questa psiche allora si trova veramente solo dentro di noi? E fuori? Il fiore di cui non conosciamo il nome che ci sorprende per il suo colore e ci dona gioia per il suo sporgere tra il verde chiaro di un prato? Ecco salutiamolo con il rispetto di cui è degno. Onoriamo il suo colore perché colora le nostre menti.

Sono metafore e forse siamo nel mito romantico di poeti già morti? Ma la brezza di un vento fresco nella calura estiva non vi dà piacere? Il roseto comunale? Un temporale estivo che rinfreschi l’aria?

Nell’antica religione romana si parlava di Genius Loci, lo spirito protettivo di un luogo. Ora sappiamo che è un mito ma i miti sono moderni e antichi. E io penso di poter scegliere i miei. Il mito del successo? O il mito della magia di un luogo, con il suo spirito e la sua caratteristica mi dà forza e mi sostiene.

Il vento dolce e il colore dei fiori carezzano la mia anima, come se l’anima della natura, la psiche di un giardino desse nutrimento al mio giardino interno e io scelgo di onorare il Genius Loci e facendolo onoro me stessa, fatta di terra che nella terra ritorno.

Ora Prima
S’annuvola la sera e
in immagini si sfalda

(Barbara Gabriella Renzi, Mnamon, 2019)

L’ansia e la paura, quelle nuvole che trasformano il cielo ci lasciano segni di paura sul corpo, brividi e corrugano la nostra fronte, ma passano, si sfaldano come se non fossero mai esiste al nuovo giorno,

Paure
Ereditammo stridule foglie piangere assieme.
Ed era solo un volo di mosca franare ingrato.

(Barbara Gabriella Renzi, Mnamon, 2019)

Le foglie si seccano, se schiacciate nei palmi delle mani e calpestate emettono suoni acuti, striduli, che grattano le nostre orecchie, ma cosa sono? Sono sole mosche che scacciamo con la nostra mano.

Barbara Gabriella Renzi

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