E poe...sia! - 10 aprile 2022, 08:55

Ridendo s'impara

L'ironia e la libera intelligenza

Illustrazione di Marinella Paudice (2022)

Illustrazione di Marinella Paudice (2022)

Quante volte, in lungo e in largo, è stata ribadita l'importanza di una sana risata?

Quante volte, per sentito dire o personalmente, si è appurato l'effetto benefico (se non addirittura curativo) dell'#ironia?

Soprattutto: oggi, domenica 10 aprile – avete già (sor)riso?

Io sì, miei cari #poetrylovers, un sacco: pensando a voi, intenti nella lettura dell'articolo mensile e scoprendone il tema portante, apparentemente poco adatto al periodo storico-sociale in cui stiamo vivendo.

Per quale ragione, dunque, discutere d'ironia?

Mai risposta è stata più ovvia: ne abbiamo bisogno! Ci serve per riempire la mente quanto l'aria per riempire i polmoni. Punto. Proprio adesso, a partire da subito.

Perchè? Perchè di fronte al male e all'assurdo, riflessi sullo specchio opaco della menzogna, soltanto uno spirito autosufficiente e riflessivo, capace di scindere l'orrore dalla propria libera intelligenza potrà affrontarne gli effetti senza impazzire. Senza desensibilizzarsi ma, piuttosto, traslando la realtà su un piano più sopportabile e umano. Rendendo buffo e digeribile il veleno infusoci a forza in vena, dalla vita.

E così l'ironia – come uno scudo emotivo- permette di avvicinarsi col pensiero e la parola ad argomenti barbari e paure primordiali senza tuttavia esserne travolti o, peggio, resi indifferenti.

 

Analizziamone le varie sfumature, a partire dal significato letterale.

In questo primo caso, semplicemente, potremmo definire l'ironia “un atteggiamento di bonario e divertito distacco dalle cose”: famose le espressioni “osservare con ironia” o “sguardo ironico; ancora, in una connotazione negativa: “humour, umorismo, derisione, irrisione, sarcasmo, scherno”.

Proseguendo col significato etimologico, tuttavia, comincia a dipingersi un quadro ben più ampio di questa qualità; l'origine del termine affonda le sue radici nel latino (ironīa) e nel greco (εἰρωνεία), che si traduce “dissimulazione, ironia” e a sua volta deriva dal sostantivo εἴρων -ωνος: “dissimulatore, finzione, interrogazione”.

Interessante, non trovate? Cosa mai c'entrerà l'ironia con la recitazione, la formulazione di domande e, addirittura, la doppiezza?

Per scoprirlo, facciamo un altro passo avanti, approdando all'ultimo dei significati: quello psicofilosofico, che più di tutti (contro ogni previsione) si traduce in comportamenti concreti. Nessun palco, se non il presente.

Esaminando in particolare il concetto d'ironia socratica, notiamo quanto essa concorra nel mantenere alto il livello di curiosità ma (contemporaneamente) basso quello della sicurezza in se stessi; insomma: “sapendo di non sapere”, sarà difficile riuscire a ironizzare su qualcosa o qualcuno senza essersi prima informati a dovere, eludendo la fase di ricerca e comprensione dei dati raccolti. Ecco la vera potenza dell'ironia, una delle armi cui la tanto desiderata #pace dovrebbe aggrapparsi: trattare con leggerezza e acume i fatti (probabilmente tra le più complesse competenze umane) è pressocchè impossibile senza preparazione. Sempre non si voglia scadere nell'umorismo spicciolo, nel grottesco, nell'ignoranza. Le persone davvero ironiche non possono né sanno accontentarsi del racconto collettivo della realtà: sono affamati, indisponenti, irriverenti; salgono sui muri se la visuale gli è impedita, scavano gallerie se la strada gli è negata. Soltanto in questo modo, assecondando la propria libera intelligenza appunto, nasce il formidabile meccanismo cognitivo grazie al quale – (sor)ridendo e scherzando - si lasciano trapelare verità. Dubbi. Domande: pericolose eppure salvifiche.

Ecco l'essenza autentica dell'ironia, ripulita dalla funzione superficiale di mera distrazione e facile divertimento; ecco come “ridendo s'impara”.

 

Dunque, ricapitolando, una volta compresa l'importanza di questo dono, cosa resta da fare?

Esercitarsi, esercitarsi, esercitarsi! Ironizziamo con intelligenza, “frughiamo” con decisione nelle tasche dei perchè, scherziamo spesso. Vestiamo le notizie e i momenti di fresca ilarità, ricordando sempre quanto peso abbia l'ironia sulla nostra salute mentale ed emotiva.

 

Anche oggi, cari amici, concludiamo in bellezza con la Poesia che, come un abbraccio, raccoglie a sé e amplifica ogni aspetto della vita, sia esso astratto o concreto.

L'ospite odierno è Sara Garbo, traduttrice professionista e artista a tuttotondo. L’autrice predilige le tematiche della quotidianità, scegliendo aneddoti e spunti interessanti da utilizzare come pretesto per riflessioni ironiche, talvolta sarcastiche (ma guarda un po'!?); di seguito alcuni componimenti tratti dalla raccolta “I Divertissement delle sorelle Garbo”.

 

GENTE COMUNE

Chi chiami “gente comune”? Sì, sì, giornalista in TV,

son comune io, ma non tu?

Spiega senza lacune!

 

Ch’io non sia figura illustre non significa comunque

che io sia una qualunque:

son fra l’api ape industre.

 

So che non vuoi offendere apposta,

perciò cambia forma, che ti costa?

 

TORINO

Bignola di crema, la mia Torino,

fine, risorgimentale pasticcino,

protagonista del cabaret antico

che la vide capital d’un regno aprico.

 

Bicchierino di liquore al cioccolato,

servito sotto il Monviso innevato,

che sfoggia la sua forma un po’ per vizio,

quasi a far il verso al Museo Egizio.

 

Così viva è l’ottocentesca cornice…

Un momento, quel signore è forse Nietzsche?

 

CERVELLO

Quanto pesa il mio cervello,

sì, direi che è un gran fardello.

 

Perché, tu ce l’hai ancora?

Io non più, ed è da allora

che non soffro e il mal m’ignora.

 

Ma non dirmi, ma che bello!

Che ne hai fatto, fortunello?

 

Mi dirai che non mi onora,

ma del resto non mi sfiora:

l’ho venduto…e alla buonora!

 

Sicché io con te favello

e il tuo capo è orfanello?

 

Sì, è così, ma non peggiora

Non l’ho usato mai finora

Cosa vuoi, che cambi ora?

 

Questa volta, semplicemente, rideteci su!

Alla prossima,

P.S. Buona Pasqua a tutti!

Johanna Poetessa

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