Qualora sussistesse ancora qualche dubbio, in merito alla gravitazione dell'interesse strategico degli USA verso l'Indo-Pacifico, il discorso del Segretario alla Difesa Pete Hegseth dello scorso 31 maggio a Singapore dovrebbe averlo definitivamente eliminato, perchè ha delineato con estrema chiarezza cosa intende fare Washington nella Regione.
L'intervento è avvenuto in occasione dello “Shangri-La Dialogue”, summit riconosciuto come il più importante dell'Asia per i temi della Difesa, a cui partecipano i Ministri dei principali Paesi dell'area, per cui i concetti espressi dal politico americano sono arrivati dritti agli interlocutori che potrebbero essere i più interessati e coinvolti dalle azioni statunitensi.
“Peace through strenght – Pace attraverso la forza” è stato il fondamento concettuale su cui Hegseth ha basato tutte le sue successive considerazioni, ribadendo quindi che gli USA intendono rafforzare ulteriormente il proprio potere militare, considerandolo come l'unico vero deterrente per garantire la pace e per mantenere la supremazia nel mondo e, in particolare e non a caso, nell'area Indo-Pacifica. In tale contesto ideologico, peraltro non una novità per Washington, è stato annunciato per il 2025 un incremento del 13% delle spese per la Difesa (arrivando a più di un Trilione di dollari), anche per porre rimedio ad una situazione deficitaria creata dalla precedente amministrazione democratica, che Hegseth ha definito come “debolezza ereditata”.
Con il passo successivo del suo discorso, il Segretario ha rivolto la sua attenzione verso la Cina, definita come la principale minaccia per la stabilità della Regione asiatica, vista la crescente espansione del suo potenziale militare, per ora rivolto principalmente al Mar della Cina, ma che sta sviluppando nuove prospettive di impiego in un'ottica mondiale. Inoltre, l''avvertimento che Hegseth ha voluto dare al summit è quello che, secondo le valutazioni del Pentagono, che sarebbero state confermate dall'Intelligence, Pechino sarebbe pronta ad invadere Taiwan entro il 2027. Un atto ritenuto probabile, che determinerebbe conseguenze devastanti per tutta la regione Indo-Pacifica e comporterebbe riflessi negativi in termini globali.
Dopo questa premessa, il Ministro ha confermato quindi che il principale interesse strategico americano si è ormai spostato dall'Europa all'Indo-Pacifico e persegue tre lineamenti fondamentali. Il rinforzo dell'alleanza con i partner già attivi con gli Stati Uniti, quali Giappone, Australia, India e ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-est Asiatico, di cui fan parte una decina di Paesi, che cooperano in politica, economia e sicurezza). L'idea americana sarebbe quella di creare una Coalizione di deterrenza, che dovrebbe perseguire rapidamente alti livelli di interoperabilità, mediante esercitazioni congiunte e condivisione delle basi militari.
E' chiaro che, sotto il profilo puramente militare, l'unico modello che potrebbe ispirare Washington è indubbiamente la NATO, perché riuscire a realizzare, anche nell'area indo-pacifica, un'organizzazione come l'Alleanza Atlantica, o comunque somigliante, sarebbe un bingo strategico per gli USA e una possente spada di Damocle incombente per la Cina. Tuttavia, il conseguimento di un simile risultato non è proprio dietro l'angolo, se si considera che la NATO è nata nel 1949 ed ha impiegato decenni per raggiungere il livello di operatività, di credibilità e, di conseguenza, di deterrenza attuale, che la pone al vertice delle coalizioni politico-militari mondiali. Un processo di crescita che ha necessitato di molto tempo, ma anche di un notevolissimo coinvolgimento degli Stati Uniti, in termini di investimenti finanziari e di assetti operativi, risorse che, per ragionevole analogia, ora Washington dovrebbe impegnare nel Teatro Indo-pacifico per sostanziare il suo progetto di NATO asiatica.
Pertanto, pur se gli USA stanno cercando di allungare la loro coperta militare, comunque è impossibile renderla infinita, per cui stanno realmente prevedendo di ridisegnare l'architettura mondiale del loro impegno, sganciandosi in parte dal Teatro del Nord Atlantico che, perlomeno ufficialmente, sembra perdere priorità rispetto a quello del Pacifico. Peraltro, un ulteriore passaggio dell'intervento di Hegseth è particolarmente illuminante per comprendere che gli USA sono comunque consci dei loro limiti, perchè lo stesso discorsetto fatto il giugno scorso da Trump agli Alleati europei della NATO, in merito al loro impegno, è già stato propinato in anticipo ai potenziali partner orientali, che sono stati sollecitati ad assumersi una maggiore responsabilità nel garantire la propria sicurezza, aumentando significativamente la loro spesa militare. In pratica, Hegseth ha ribadito lo slogan che “America first non vuol dire America alone”.
Appare pertanto evidente che, per quanto si sentano potenti, gli Stati Uniti sono consapevoli che per mantenere la loro supremazia globale hanno assolutamente bisogno dei loro Alleati, perché non sono in grado di sostenere autonomamente un simile sforzo, soprattutto con una Cina in continua ascesa militare.
E questa inoppugnabile considerazione dovrebbe ridimensionare decisamente tutti quei timori del Vecchio Continente circa lo sganciamento degli Stati Uniti dalla NATO, che hanno sinora condizionato le valutazioni delle Capitali europee su come garantire la sicurezza del Continente, di fronte all'ipotesi di espansionismo verso ovest di Mosca.
Infatti, per quanto risulti certo che Washington ridurrà il proprio impegno in Europa, se davvero vorrà mantenere il predominio mondiale, non può permettersi non solo di abbandonare l'Alleanza Atlantica, ma addirittura di pensarla più debole, perchè di fronte c'è la Russia di Putin.
Un avversario che, indipendentemente da come si risolverà la questione ucraina, molto difficilmente tenterà di invadere l'Europa, per cui non dovrà essere combattuto, quanto piuttosto dovrà essere costretto a tenere impegnato il grosso delle sue forze verso occidente, in modo che non possa più di tanto ingaggiarsi in altri Teatri operativi, soprattutto quello indo-pacifico. E questo, in fondo, potrebbe essere il vero e nuovo interesse strategico degli USA verso la NATO, che non è dettato dal loro generoso desiderio di garantire la sicurezza dell'Europa, ma piuttosto è finalizzato a favorire la loro gravitazione verso l'estremo oriente.
Tutto sommato, si tratta del solito approccio imperialistico di Washington che ora investe anche l'Europa, assurta così ad attore strumentale ai nuovi interessi americani. Tuttavia, dimenticando i modi barbari con cui Trump ha soggiogato ai propri voleri gli Alleati europei (5% del PIL nazionale per la Difesa), questa nuova visione USA potrebbe comunque costituire un'importante opportunità per l'Europa sia per la propria sicurezza sia per recuperare quella dignità indispensabile al Vecchio Continente per giocare un ruolo nel mondo. Questo purché garantisca concretamente quel maggiore impegno richiesto dagli USA, necessario per mantenere viva ed efficiente l'Alleanza Atlantica, di cui l'Europa potrebbe divenirne l'anima. Per ottenere questo però dovrebbe puntare forte sulla NATO, orientando le proprie risorse pressoché unicamente verso questo scopo, senza altre distrazioni, compreso partecipare ad esercitazioni internazionali nella regione dell'Indo-pacifico che, a meno dell'infruttuoso compiacimento dell'alleato americano, non hanno alcuna utilità. Ciò vale anche per l'Italia, che sarebbe meglio tenesse le proprie portaerei nel Mediterraneo, perché i recenti giretti nel Pacifico o peggio ancora nel Mar della Cina non rientrano nei nostri interessi e in quelli del futuro dell'Europa.