Cultura e spettacoli - 06 gennaio 2026, 11:48

Paola Fracchia, truccatrice sui set: “Mi pagavo i corsi di nascosto. Con Giorgio Tirabassi lavorai parlando di jazz” [INTERVISTA]

Ha lavorato con Willem Dafoe, Tim Burton, Cesare Bocci. Tra i film cui ha partecipato girati in città anche “La bella estate”: “Deva Cassel? Vedo l’odio sui social, ma è una ragazza meravigliosa, educata e di sani principi”

Paola Fracchia al Museo del Cinema con Willem Dafoe

Paola Fracchia al Museo del Cinema con Willem Dafoe

Paola Fracchia è una delle oltre 500 maestranze del Piemonte nel settore del cinema. La capo truccatrice è uno di quei mestieri fondamentali che tuttavia spesso passano inosservati. La sua passione tuttavia nasce da lontano e il suo percorso non ha seguito una linea retta. Classe 1966, nata ad Alba, ha fatto il liceo classico a Bra per poi iscriversi a Giurisprudenza.

“Ho dato due terzi degli esami. Non è stata una libera scelta, volevano che ereditassi il lavoro di mio nonno che era notaio, ma il mestiere di truccatrice era una strada che avevo intrapreso già da tempo di nascosto, mettendo via le paghette della nonna”, racconta Fracchia. 

“Sono sempre stata portata per le cose artistiche, ho studiato danza e musica. Il lavoro del notaio non era nelle mie corde. Anche se anche nei lavori come il mio c’è sempre bisogno di un background: devi avere degli argomenti con cui parlare agli attori mentre li stai truccando. Una volta dovevo truccare Giorgio Tirabassi, che notoriamente non sta mai fermo, l’ho intrattenuto parlando di jazz. Il 50% di questo lavoro è tecnica, ma il resto è esperienza personale”.

Come è iniziata la sua carriera? 
“Nel cinema ho iniziato nella seconda metà degli anni ’90, come assistente della caporeparto Nadia Ferrari. Sono stata con lei per quasi dieci anni, poi ho voluto cambiare per arricchirmi come esperienze. Il cinema richiede delle competenze molto specifiche, ma il lavoro si ruba con gli occhi. Ricordo che all’inizio lavavo spugnette e piumini tutti i giorni, ma intanto osservavo gli altri, assimilavo competenze che non ti insegnavano a scuola”.

Qual è stato il suo primo set? 
“Per la serie di Mediaset “Non chiamatemi papà” per la regia Nini Salerno e con Umberto Smaila. Per per me è stato molto divertente, mi sentivo molto protetta. È importante essere in una situazione di protezione, la tua capo reparto non è solo una persona che comanda, ma anche che dà lo spazio giusto. Ci deve essere un grande affiatamento e una grande collaborazione. Sono stata fortunata”.

Tra i suoi lavori più importanti cui ha preso parte nel Torinese, il Gattopardo e la Bella Estate. Come è andata? 
“Per film d’epoca come il Gattopardo oltre a conoscere bene il periodo storico, la difficoltà maggiore è il make up non make up. Devi far finta che non siano truccati. Si deve osservare la classe sociale prima di tutto, quelle delle più basse non avevano nulla. Si lavora anche molto con il casting. Se hai fatto un buon lavoro, ti sembra si essere in un’altra dimensione, è la magia del cinema. Per La bella estate si è lavorato tantissimo con i miei album fotografici di famiglia. I look della protagonista, Yara Vianello, sono ispirati a quelli di una mia zia. Sul set di entrambi ho incontrato Deva Cassel. È meravigliosa,  ma vedo l’odio sui social, le dicono delle cose tremende. In realtà è una ragazza di un’educazione incredibile. È timida, ma è una ragazza di sani principi. Durante La bella estate abitava insieme a Yara e siccome aveva meno pose cucinava, faceva la spesa e le pulizie per tutte e due. Ricordo che a un certo punto era autunno e aveva bisogno di altri indumenti, ha chiamato la madre per farsi mandare i suoi vestiti nonostante lei le avesse detto di comprarsene di nuovi. Ero basita. Non è una cosa scontata”.

È più difficile truccare un uomo o una donna?
“L’uomo forse, perché il truccatore si occupa di tutto ciò che sta sulla faccia dell’attore quindi si occupa anche di barba e di basette. Si lavora tanto a pelo, bisogna sapere usare le code di yak, tagliare a seconda dell’epoca e acconciare la piega sul viso utilizzando i ferri marcel. Sul set di “Terapia d’urgenza” Cesare Bocci aveva barba, basette e pure il moschino. Contemporaneamente però registrava “Il Commissario Montalbano” dove era sbarbato. Ci trovavamo alle 5 della mattina, all’inizio era un po’ teso, poi ha imparato a fidarsi. Mi portava la torta di sua moglie e poi addirittura si addormentava mentre lavoravo”.

Ci sono attori e attrici con cui è stato difficile interagire? 
“A dire il vero pochi. Ho invece incontrato tante belle persone. Neri Marcorè è delizioso, è di un’allegria incredibile, mette sempre musica che incontra i miei gusti, ci si diverte un sacco. Mi hanno stupito anche per la loro semplicità Tim Burton e Martin Scorsese”.

È vero che 'ci vuole un villaggio' per truccare su certi set?
“Di solito io lavoro con due o tre persone per le produzioni più grandi. Poi dipende dalle comparse che ci sono. Eravamo davvero tanti ad esempio sul set de “La legge di Lidia Poet”, “L’amica geniale” e di “Kingsman”, ma anche per “Nord Sud Ovest Est”, eravamo come aggiunti sei persone oltre al reparto fisso”.

Qual è il set di cui conserva il miglior ricordo? 
“Un set che mi ha stupito in cui ho fatto la prima assistente Italia era uno di Netflix America, la miniserie “From Scratch” con Zoe Saldana. Con tutto il mio reparto abbiamo fatto prima un colloquio su zoom con parrucchieri e truccatori di alto livello. Parliamo di professionisti che hanno lavorato sul set dei film di Avatar e della Marvel. Eppure c’è stata la fiducia totale e il rispetto del mio lavoro. Il brainstorming che abbiamo fatto, in cui c’era anche la sceneggiatrice, è stato un segno di rispetto. Sul set poi non ho mai sentire urlare e vociare, cosa che invece sui quelli italiani accade spesso. Lavorare così dovrebbe essere la norma”.

Lei è docente alla MBA Academy. Cosa insegna ai suoi studenti e studentesse? 
“Rispetto a una volta ci sono molti più corsi, masterclass, una volta non c’erano, ma c’era tanto apprendimento però sul campo. Imparavi a bottega. Adesso è più facile mettere insieme le due cose, ci sono più possibilità, ma le persone sono più distratte. Insegno make di base e poi ho avviato un corso dedicato al cinema. A Torino non ce n'era uno, nessuno aveva mai sviluppato un format del genere. Cinque anni fa in pieno covid con la direttrice della sede torinese abbiamo ideato questo corso. È un’infarinatura ma se ce l’avessi avuta io mi avrebbe aiutato. Escono formati da un punto di vista tecnico che va dal saper leggere un copione o rapportarsi con la costumista”.

Come ha visto cambiare il settore cinema in generale a Torino?
“Con Rete Cinema Piemonte stiamo lavorando sui corsi di aggiornamento, per far sì che il cinema non sia più romanocentrico. Qua ci sono circa 500 lavoratori che hanno sviluppato una professionalità molto alta in tutti i reparti. Vorrei lasciare un’eredità alle nuove generazioni. Torino è sempre un po’ sottotono, ma anche grazie a Film Commission vogliamo far sapere che chi viene a lavorare sappia che qui ci sono maestranze su cui può fare affidamento”.

Chiara Gallo

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