È un fronte istituzionale e sindacale compatto quello che si è riunito questa mattina, mercoledì 7 gennaio, nel palazzo della Provincia di Asti. Al centro del confronto il futuro incerto della sede Konecta di via Guerra e dei suoi 400 lavoratori, minacciati dal piano industriale che prevede, entro giugno 2026, la chiusura del sito astigiano (insieme a quello di Ivrea) per un accentramento totale su Torino.
Il sindaco e presidente della Provincia, Maurizio Rasero, ha incontrato le segreterie regionali e territoriali di Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil, unitamente alle Rsu aziendali. Dall'incontro è emersa una strategia chiara: fare pressione sulla Regione Piemonte affinché la politica prenda in mano una situazione sempre più critica.
La richiesta di un tavolo regionale
Il primo cittadino ha ribadito la sua piena disponibilità a sostenere la causa, allineandosi alla richiesta sindacale di ottenere con urgenza un tavolo di confronto con il presidente della Regione, Alberto Cirio. Una richiesta che, come sottolineano amaramente le parti sociali, era già stata avanzata due anni fa in tempi non sospetti, quando il settore mostrava i primi segni di sofferenza, ma che non ha mai trovato riscontro con l'apertura di un confronto formale. L'obiettivo primario resta quello di rimuovere dal tavolo il trasferimento coatto dei 1.100 dipendenti complessivi verso il capoluogo piemontese.
I rischi per i lavoratori più deboli
A margine dell'incontro Marco Perello, segretario Uilcom Uil Alessandria Asti, ha tracciato un quadro drammatico delle ricadute sociali del piano. La preoccupazione maggiore riguarda le fasce più deboli della forza lavoro. In prima linea ci sono i cosiddetti lavoratori fragili: circa 150 persone che, a causa di patologie professionali come danni all'udito, sono state dichiarate "non cuffiabili" dal medico competente. "Attualmente svolgono lavori di back office, ma domani l'azienda potrebbe dichiarare che non ha più bisogno di loro e lasciarli a casa", spiega Perello.
Altro nodo critico è quello dei lavoratori somministrati, la cui posizione è appesa a un filo: il rischio concreto è il mancato rinnovo contrattuale, una mossa che si tradurrebbe in licenziamenti silenziosi senza passare per le procedure formali di esubero.
Licenziamenti camuffati
Per i sindacati, il trasferimento a Torino non è una semplice riorganizzazione logistica, ma un taglio del personale mascherato. La platea dei dipendenti astigiani è composta per l'80% da donne, la maggior parte con contratti part-time involontari. Costringere queste lavoratrici a un pendolarismo quotidiano verso Torino, con i relativi costi e tempi di percorrenza, equivale a metterle nella condizione di dover rinunciare al posto di lavoro. Un invito implicito alle dimissioni che le sigle sindacali respingono con forza.
La mobilitazione continua
Nonostante il dialogo istituzionale, la mobilitazione non si ferma. L'azienda, nell'incontro del 22 dicembre a Ivrea, ha confermato l'intenzione di procedere con il piano e ha annunciato 150 esuberi in Piemonte. Per questo motivo resta confermato lo sciopero di un'intera giornata previsto per martedì 13 gennaio. In quella data si terrà un presidio unitario a Torino, davanti alla sede del Consiglio regionale.
"Da Asti partiranno presumibilmente due pullman", annuncia Perello, confermando che anche l'amministrazione comunale si è resa disponibile a supportare l'organizzazione logistica della trasferta. Una manifestazione per chiedere alla politica di passare dalle parole ai fatti e salvaguardare un patrimonio occupazionale fondamentale per il territorio astigiano.





