Fotogallery - 07 gennaio 2026, 07:01

Patrizia Saccà, reagire alle disavventure con lo sport e la forza interiore: "La mia vita è come una matrioska" [FOTO]

Il racconto dell'atleta paralimpica torinese pluripremiata e ideatrice del metodo "Yoga a Raggi Liberi", ha fatto di questa disciplina millenaria una delle sue ragioni di vita

Patrizia Saccà

Patrizia Saccà

Classe 1957, nel pieno dell'adolescenza Patrizia Saccà subisce un grave incidente che non le permetterà più di camminare. Atleta pluripremiata e ideatrice del metodo "Yoga a Raggi Liberi", ha fatto di questa disciplina millenaria una delle sue ragioni di vita.

A 13 anni, l'incidente: c'è stato un momento in cui pensava di non farcela? Se all'epoca avesse già avuto l'esperienza odierna nello yoga e nella meditazione, avrebbe reagito in maniera diversa? Cosa direbbe la Patrizia di oggi a quella di quel giorno?

"Tredici anni sono tredici anni, se anche avessi avuto la conoscenza dello yoga, non avrei avuto la consapevolezza di oggi. Sono gli anni dell'adolescenza, della voglia di vivere, di correre. Alla Patrizia di ieri posso solo dire "Brava, perché pur piccolina non hai mollato, hai fatto il possibile per riemergere e per riuscire a difenderti dal dolore. Hai saputo fare tesoro delle negatività mutandole in risorsa." Non posso che abbracciarla e, ad oggi, dire "Coraggiosa, quella ragazzetta!". Mia madre è la persona che mi ha aiutata ad emergere e a non mollare mai, ed io così ho fatto. Una giovane che smette di camminare non può essere felice, quindi c'era la rabbia, ma ho saputo gestirla nello sport. Ho tentato anche di suicidarmi, perché quando mi hanno detto che non avrei più camminato non vedevo più la possibilità di poter vivere".

Nel tuo libro si considera una matrioska: in che senso?

"Matrioska, perché ho vissuto una vita nell'altra, la piccola Patrizia fino a quella via via più grande. Nata nel '57, figlia di ragazza madre, rimasta un anno all'Istituto Lanza come nativa del posto ed adottabile. Poi mia mamma ha cambiato idea e mi ha tenuta, nascondendomi quattro anni a Barcis come figlia della vergogna, perché le ragazze madri erano malviste. Poi, tornata a Torino, in prima elementare bocciata per condotta e messa in collegio, poi mandata in Toscana dove facevo equitazione. A tredici anni l'incidente, che mi ha resa paraplegica: ho trascorso due anni in ospedale, a Torino e ad Ostia Lido. Dai quindici anni ho viaggiato tanto, sono stata sposata vent'anni, ho praticato diversi sport, tra cui sci, barca a vela e agonismo per ventotto anni. Dagli anni '90 pratico yoga. Dal 2017 sono diventata insegnante inventando un metodo rivoluzionario, lo Yoga a Raggi Liberi. Un'altra matrioska è la mia attività lavorativa, iniziata come impiegata amministrativa e poi sanitaria, prima al Mauriziano in tantissimi ambulatori, perché amavo approcciarmi a temi e patologie diversi, agli utenti, e collaborare con team multispecialistici, e poi come tecnica ed allenatrice in Unità Spinale. Sono come il mio sport, una pallina da ping-pong".

In che modo si è avvicinata al tennistavolo? Come è nata questa passione? Ci racconta le emozioni delle Paralimpiadi e dell'essere stata alfiere durante le Paralimpiadi di Torino 2006?

"Avevo bisogno di uno sport totalmente diverso dall'equitazione, avendovi dovuto rinunciare a causa dell'incidente. Il tennistavolo lo era, e competere con persone normodotate anche più giovani di me mi dava forza. Sono stata chiamata dalla Nazionale Italiana Paralimpica e dal Comitato Italiano Paralimpico per diventare atleta della nazionale. Gareggiando in Italia e all'estero, ho vinto varie medaglie nonostante le mie fragilità. È emersa la forza, anche grazie al sostegno psicologico di persone che credevano in me, la mia famiglia e i miei amici. Portare la bandiera a Torino 2006 è stata una gioia infinita, un regalo, un sogno grandissimo, Tiziana Nasi con tutto il team e il CIP di allora che mi aveva scelta come alfiere. Ho detto al gruppo "Dai, portiamola correndo la bandiera!", c'erano due ciechi, gli amputati, in carrozzina, tutti avevamo una problematica ed è stato bellissimo perché poi, facendola tutta correndo, sembrava di volare. Si dice che ci sono dieci momenti belli nella vita di una persona, questo è uno di quelli. Poi come atleta sono stata scelta per entrare in Giunta Nazionale con il Presidente Luca Pancalli e tutto il team per otto anni ed anche questa è stata una cosa straordinaria. Negli anni '80, quando abbiamo iniziato a fare attività ci chiamavamo handicappati, poi la denominazione del nostro gruppo è passata da Federazione Italiana Handicappati, a Federazione Italiana Sport Disabili e finalmente a Comitato Italiano Paralimpico, con il riconoscimento nelle Fiamme Oro, nelle Fiamme Gialle, e tutto questo è stato il grande lavoro di Pancalli, che ha rivoluzionato il mondo Paralimpico".

Come è nato lo Yoga a Raggi Liberi e in che cosa consiste? Come è nato questo nome? Da cosa ha tratto ispirazione per creare i suoi asana?

"Yoga a Raggi Liberi nasce dopo tanti anni di pratica, e in questa disciplina antichissima ho trovato la mia ragione di vita. Ho inventato il metodo del "saluto al sole", Sūrya namaskar, da praticare in posizione seduta, ed anche il "saluto alla luna", Chandra namskara, nel 2024, dopo averlo provato tantissime volte su di me e poi su gruppi di persone con disabilità che seguo, ovviamente avallato da persone competenti. Yoga a Raggi Liberi, perché i raggi sono quelli del sole, della bellezza, del sorriso. Quando ridi ci sono tutti i "raggi" degli occhi, ossia le rughe del sorriso. Chi è grande d'età ne ha di più. E poi anche i raggi della sedia a rotelle, liberi perché hai la libertà di poter, attraverso lo yoga, andare via da un corpo in cui ci si può sentire imprigionati. Proprio perché anche Yoga a Raggi Liberi è un metodo su misura, ognuno è a sé. Il mio mantra è praticare col corpo che abiti, non c'è differenza, yoga è davvero per tutti".

Cosa significa per lei far conoscere lo YRL? Cosa rappresentano lo yoga e la meditazione?

"Con la scuola Csen formo insegnanti yoga affinché imparino il metodo Yoga a Raggi Liberi per aprire le porte sempre più al mondo della disabilità. Oltre a fare cose di immobilità e spiritualità c'è anche bisogno di muovere il corpo, quindi ho cercato di inventare un modo che rendesse tutto questo possibile. Lo yoga è stato uno dei quattro cardini della mia vita - oltre allo sport, all'amore e ai viaggi - perchè mi aiutava a trovare la concentrazione per le gare. Il motivo per cui mi ci ero avvicinata era per trovare pace ed equilibrio, imparare a respirare nel modo corretto, e poi anche la capacità di osservare il corpo e la mente. Dati i benefici ottenuti, ho capito che anch'io dovevo fare qualcosa per gli altri, perchè vedevo che non c'era tanta apertura al mondo della disabilità. Come se fosse una cosa impossibile per noi, non potendo assumere tutte le posizioni previste. Yoga e meditazione, per me, sono qualcosa di quotidiano, ormai da tanti anni. Il motivo per cui continuo a promuovere lo yoga è perché ci vivo, dedico attenzione al mio corpo e faccio pratica individuale. La sera prima di dormire mi siedo e "deposito sul tappetino", come si suol dire, lascio andare la giornata, senza pensarci. Ecco che cos'è lo yoga per me: è il respiro che mi abita, è consapevolezza e presenza, e la meditazione mi insegna proprio questo: osservare ed osservarmi. La mia tendenza è stare nei principi dello yoga e seguire i precetti che questo ci insegna: rispettare la terra, il pianeta, gli animali. La parola yoga vuol dire amore, consapevolezza, ma anche unione, e nell'unione noi siamo tutto, siamo l'insieme".

Nel suo libro fa riferimento alla tecnica del kintsugi: quale è stata la sua lacca urushi? Cosa le ha permesso di riparare il suo corpo rotto?

"È stata la forza spirituale divina il mio collante, l'invisibile, quello che mi ha dato la forza in tutti i momenti in cui mi sentivo in un baratro o non avevo voglia di ricominciare. Per questo ho usato la metafora del kintsugi in cui le crepe si riparano col collante d'oro: la ferita diventa più preziosa, perché si impara da ciò che accade. Più impari a incollare le tue parti con l'oro, con la meraviglia e la gioia, più sarai in armonia. Più non ripari e sei contratto e arrabbiato, come tutte le cose contratte o rigide, più si rompono. L'elasticità e la bellezza stanno anche in questo".

Cosa vuol dire accettazione, secondo lei? Ha imparato a godere del tempo presente?

"Parlo sempre di accettazione, accoglienza e adattabilità, bisogna essere come l'acqua che prende la forma del suo contenitore. Non credo di aver accettato il fatto che non cammino. Ci convivo, cerco di amare questo corpo che è arrivato dopo i 13 anni, di volergli bene togliendo il "nonostante", ma è una sfida ogni giorno. Non sono in conflitto, ma non è un'accettazione rassegnata, semmai un'accoglienza, un'adattabilità a quello che l'universo mi ha destinato. Mi è accaduta una cosa grave, non camminare più. Il respiro, lo yoga, la meditazione, mi aiutano tantissimo oggi come lo sport ieri. Bisogna organizzare un minimo il futuro, ma vivo il "quì ed ora" nell'accoglienza della bellezza, vivo il tempo presente al 90% della mia giornata e appena mi accorgo che i pensieri vanno lontano, li riporto al presente. Così come la natura muta, io imparo dalla terra, dal ritmo delle stagioni, dalle onde che si susseguono. Quando sono in crisi prendo la mia borsa e viaggio. Un mio racconto è "La bambina con la valigia" non a caso, perché viaggiare mi apre gli orizzonti, mi dona la libertà di frequentare nuovi posti, osservare la natura e prenderne ispirazione e forza".

Come si può raggiungere il benessere, la felicità, secondo lei? Come alimentare i pensieri positivi?

"Io non credo al pensiero positivo. Credo piuttosto al non pensiero, al disciplinare la mente, a riconoscere che questa mi può trasmettere un pensiero negativo che non è la realtà, quindi quando arriva lo accolgo e recito un mantra personale per cercare di sacralizzarlo. Credo poco alla legge di causa-effetto, credo alla non-mente, all'advaita vedanta, alla mente vuota per quanto possibile come insegna il mio Maestro Mooji. Più che positiva, io mi sento entusiasta della vita. Per me la felicità è vedere un albero autunnale nel traffico, andare sull'oceano e vedere il sorgere o il tramontare del sole. La felicità non mi arriva dall'altro, la sento quasi sempre nel contatto con la natura".

Quali sono i suoi prossimi obiettivi?

"La mia formazione é molto importante, ed il mio obiettivo è quello di preparare nuovi insegnanti di yoga facendo conoscere sempre più il metodo Yoga a Raggi Liberi, che sia a persone con disabilità, o anche a persone sedentarie che vogliono sperimentare uno yoga da sedute. Questa è la mia missione".

Federica De Castro

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