Oliver Assayas torna Torino per presentare il suo ultimo film, “Il Mago del Cremlino”, una pellicola ispirata all’omonimo romanzo di Giuliano da Empoli che descrive con veridicità l’ascesa al potere di Vladimir Putin a partire dai primi anni ’90.
“Non credo che Putin si riconosca in questo film. Il protagonista di un film biografico di solito non riconosce i posti, i sentimenti, non riconosce niente anche se è tutto veridico. Non so se l’abbia visto o se lo vedrà. Lo troverebbe comunque falso e sbagliato, non in sincronia con la sua politica. Come tutti i film è una versione della storia e della realtà che prova a essere storicamente giusta, ma non può essere documentaria” spiega il regista già autore di film come Carlos e Wasp Network. “Il metodo che ho definito per me stesso è di darmi molta libertà in termini di psicologia, ma di essere veridico in termini politici”.
A vestire i panni del consigliere Baranov e dell’attuale presidente russo sono rispettivamente Paul Dano e Jude Law
“Paul Dano è stata la mia prima idea, aveva una sua complessità rispetto ad altri attori americani, ha qualcosa di strano, può diventare serio e fa anche paura. È un attore che ha una presenza fisica molto potente, ma anche molto sottile, lavora in modi molto delicati, è attento alle nuances. Per Putin, si poteva scegliere qualcuno che gli assomigliava di più rispetto a Jude, ma bisognava avere un attore che capisse i diversi strati del personaggio. Doveva capirne la potenza e la complessità. Con Jude ci siamo trovati nella stessa giuria a Cannes, avevamo un rapporto simile nel cinema, capivo il suo pensiero. Appena ho capito che personaggio volevo, ho pensato a lui. Quando è arrivato sul set era pronto, sapeva esattamente tutto quello che noi sapevamo e forse anche di più”.
Alicia Vikander interpreta l’unico personaggio femminile, Ksenija, che però è stato leggermente modificato dal romanzo.
“Il personaggio di Ksenija è molto diverso nel film. Nel romanzo è un personaggio secondario, una presenza approssimativa. Volevo svilupparlo, per me dava una dimensione umana alla storia. Penso che c’era bisogno di modificarla anche per mettere in discussione la moralità approssimativa di Baranov che ha così la capacità di spiegarsi e spiegare quello che fa non solo nel suo abituale modo cinico, con lei deve dire la verità. È inoltre un personaggio che porta in sé l’aspetto sociale di questa generazione di russi, quelli del post caduta del muro di Berlino. Sono andato in Russia a inizio anni ’90 e ho incontrato giovani attori e registi, c’era un’energia, una speranza potentissima, per me lei incarna questa energia e non la perde mai. Volevo avere un contrappunto di come la società russa sarebbe potuta essere e non lo è diventata”.
Il regista francese è protagonista dell’omaggio del Museo del Cinema con una retrospettiva a lui dedicata, ma non è la prima volta che mette piede nella città della Mole.
“Sono venuto tante volte a Torino, sempre nel contesto del Museo del Cinema o del TFF. Ho sempre amato Torino anche come città di cinema libero e inventivo, il migliore che può creare la cultura cinofila. Ho l’impressione che in Italia Torino sia stata la capitale del cinema indipendente italiano, tutti i cineasti del mondo si riconoscono nei valori del Torino Film Festival, ha un ruolo importante nella storia del cinema italiano, da cui io sono sempre stato influenzato”.





