Buongiorno, #poetrylovers!
Come state? Personalmente non mi lamento o almeno ci provo; che poi, a che serve?
Battute a parte, anche questo mese -come anticipato a febbraio- ci occuperemo di cronaca africana.
Conoscere e capire la realtà (soprattutto se lontana!) è segno di civiltà, oltre ad essere indispensabile per evitare di reiterare comportamenti che, dal nostro minuscolo e privilegiato punto di vista, potrebbero apparire innocui.
La Repubblica del Congo è da decenni al centro di disordini e guerre intestine e attualmente dilaniata dagli scontri tra i ribelli dell’M23 (sostenuti dal vicino Ruanda) e il Governo in carica, incapace di reagire. In poche povere parole, cosa sta succedendo? Che i suoi territori ad est, guarda caso ricchi di risorse minerarie (diamanti, cobalto e coltan) sono stati non solo sfruttati bensì OCCUPATI dalle forze straniere ruandesi. Motivo per cui il Parlamento Europeo -condannandone le azioni- ha richiesto la sospensione immediata degli accordi UE-Ruanda. Tuttavia, nonostante i “bla bla” diplomatici, non è stato preso alcun provvedimento né si è palesata l’intenzione di intervenire, tolto l’accordo di “pace” firmato il 4 dicembre dai due leader africani Paul Kagame e Félix Tshisekedi in presenza di Trump. Spoiler: la violenza continua come prima.
(fonte: internazionale.it)
Vizietto dei nostri tempi entrare in casa del prossimo e reclamarla, non trovate? Come pure firmare impegni volti alla risoluzione di un conflitto, consapevoli d’infrangerli l’attimo dopo. La sensazione di déjà-vu è forte, purtroppo.
Vorremmo poi farci mancare il caro vecchio condimento alla “notizia/portata” principale: fatto di fame, stupri, distruzione, sfollamenti ed epidemie? Certo che no! Milioni di cittadini congolesi sono fuggiti e stanno fuggendo da condizioni di vita ormai disumane.
Fatto questo doveroso e -spero- non freddo resoconto, non è tanto sugli effetti di questa guerra economica che voglio concentrarmi, quanto sulle sue cause. Già, proprio loro. E indovinate chi c’entra? L’Occidente, ovviamente! Bingo!!! Proviamo a capirci qualcosa.
Ad illuminarmi sulla via di Damasco, è stata un’attivista congolese di nome Dalila Umutoni, che ha approfondito e svelato il legame diabolico tra controllo delle miniere nazionali e produzione mondiale di smartphone. Sì, avete letto bene: smartphone. Saranno pure smart, ma di sicuro non empatici.
L’invito, chiaro e schietto, è di non comprare per alcun motivo i prossimi modelli di IPhone. Parafrasando il suo intervento, Dalila afferma che l’unica ragione per cui la famosa azienda hightech lancerebbe l’ennesima novità sul mercato è proprio il fatto che la clientela occidentale non bada a spese (soprattutto nel comparto tecnologico), nonostante sui social sia diventato virale l’hashtag #freecongo. Usato ma non compreso, a quanto pare. Perché, se davvero aneliamo alla libertà, dovremmo riconoscere che essa richiede azione. E che l’azione richiede sacrificio. Ogni giorno, anche adesso, il nostro silenzio, i nostri upgrade e l’ossessione per gli ultimi device telefonici sta alimentando un circolo di violenza. Il lancio del nuovo Iphone non è soltanto un’operazione di mercato; è un’altra esecuzione, il colpo di grazia ai diritti dei bambini e delle donne congolesi, al loro futuro. Ad est, dove si concentra la maggioranza delle miniere, continua l’estrazione manuale dei minerali; definire pericolosa questa attività “lavorativa” sarebbe un eufenismo. È infatti una piaga mortale. Oltre 2000 minatori perdono la vita ogni anno scavando in cerca di cobalto, il principale minerale costitutivo delle batterie. Gli operai non hanno alcun equipaggiamento di sicurezza, se non pale e mani nude. E quando le gallerie collassano, li seppelliscono vivi, decine alla volta. Fine della storia.
Momento riflessione: non fa accapponare la pelle che qualcuno debba morire per la creazione di un oggetto (bellissimo, utilissimo ma pur sempre oggetto)?, davvero non possiamo evitare l’acquisto compulsivo di device tecnologici all’ultimo grido che a noi costano euro ma che ai congolesi costano la vita? Ad essere impiegati, inoltre, sono centinaia di bambini, spesso di appena 6 anni e già vittime del lavoro minorile. Guardiamo i nostri figli stasera, o i nostri nipoti o il neonato bianco e beato che puntualmente compare nella pubblicità televisiva. E pensiamo al bimbo congolese che, mentre giocano, si sta caricando a spalla un sacco di cobalto o coltan più pesante di lui. E fosse solo fatica fisica! La polvere tossica delle miniere compromette i suoi polmoni per sempre. Come Dalila saetta in chiusura: “Il sangue del Congo è sui nostri device e sulle nostre mani, se continuiamo ad ignorare questa realtà criminale”.
L’intervento completo al seguente link: https://www.instagram.com/reel/DNic-GUtxUX/?igsh=Y2tvczA3MnAwd3c0
Il consumatore continua a comprare? Il produttore continua a produrre.
Una conseguenza tanto semplice quanto ignorata. Così come si dà per scontato che nessuno ci obblighi all’acquisto del superfluo; possiamo ancora scegliere, fermarci a riflettere, riparare ciò che già possediamo, non lasciarci accecare dalla promessa di prestazioni sempre più potenti, sempre più veloci. Di cui non abbiamo bisogno.
Porre concretamente fine al Colonialismo, benché nelle sue forme più moderne: siamo pronti a farne un obiettivo quotidiano?
La risposta accettabile è soltanto una.
La poesia di oggi è affidata alla penna di Margherita Rimiè: nata a Prizzi (PA) nel 1957, risiede in provincia di Agrigento. Poetessa, medico e neuropsichiatra infantile, svolge da anni un’intensa attività di prima linea per la cura e la tutela dell’infanzia e dell’adolescenza, lavorando in particolare contro le violenze e gli abusi sui minori e a favore dei bambini portatori di handicap. Fa parte della redazione della rivista «Quaderni di Arenaria». Collabora alle attività della Fondazione Antonio Presti-Fiumara d’Arte-La Piramide e a varie riviste italiane tra le quali «L’Immaginazione» e «Poesia». È consulente culturale del Premio Telamone di Agrigento (fonte: marsilioeditori.it/lista-autori).
dalla sezione BIANCO
Facciamo un disegno
tutto vero se vuoi
o tutto inventato
o tutto così così
Glielo dicevo a mia madre
Io non voglio fare
– quelle cose lì –
Ora io poi tu
dobbiamo diventare
un racconto
Facciamo la rincorsa
dobbiamo diventare grandi
(Margherita Rimi, Le voci dei bambini - Mursia 2019)
Questo verso in particolare:
“quelle cose lì”
Quanti mondi, quante realtà scellerate, quanto sfruttamento racchiudono queste tre parole?
E dire che ad alimentare certe cose, purtroppo, è ognuno di noi.
Pensateci su.
Alla prossima





