Era il 1970 quando l’ex marchese Camillo Casati Stampa di Soncino uccise la moglie Anna Fallarino e il giovane amante di lei Massimo Minorenti in via Puccini a Roma. Un delitto che ebbe un’ampia risonanza mediatica in quanto alzò il velo sul voyeurismo: era infatti lo stesso Casati Stampa a spingere la moglie a intrattenere rapporti con altri uomini mentre egli si limitava a guardare.
Una storia di sesso, potere e gelosia finita in tragedia cui si ispira l’ultimo film di Andrea De Sica, “Gli occhi degli altri” che sarà presentato in sala dal regista e dall’attrice protagonista Jasmine Trinca domani sera al Cinema Romano.
Quando ha sentito parlare la prima volta di questa vicenda e perché ha deciso di realizzare un film su questa storia?
“È una storia che scioccò l’Italia del 1970 e che rivelò il dietro le quinte di una classe molto agiata e molto mitizzata e che si scopre avere tanti segreti. Questa fusione tra la passione e il potere, tra il sesso e il dominio. L’ho scoperta mentre ero al mare. Ero davanti all’isola di Zannone, un mio amico mi aveva raccontato di questa villa appartenuta ai Casati Stampa. Sentir parlare di quella storia mi ha dato l’idea di questo incubo sotto il sole di mezzogiorno. Ho lavorato su due livelli: frequentando i nobili di Roma, anche gente che li aveva conosciuti, e i lavoratori che avevano prestato servizio da loro. Sono arrivato così a concepire questa storia, tutta ambientata sull’isola. È una storia del passato, ma che guarda al presente”.
In che modo?
“Questa isola in cui i potenti dispongono di tutti, è nella cronaca di oggi. Pensiamo anche solo al caso Epstein. Tutti questi potenti di oggi poi non sono tanto distanti dal marchese del film. È una storia che affonda le radici nel ventennio fascista e arriva vino al revenge porn”.
Tra le differenze con la storia vera anche l’ambientazione, perché scegliere di far svolgere tutto su un’isola?
“Volendo portare questa storia su un altro piano, l’isola è sinonimo di una dimensione primitiva e fisica, libera, ma che poi diventa una prigione. Isola cambia la sua funzione. Anche il tema della caccia, un rito antico brutale che riflette i codici antichi della nobiltà”.
Il tema della passione di vario genere che si trasforma in ossessione è spesso presente nei film recenti, come mai?
“Nel mio caso è sinonimo di solitudine, sono personaggi che tirano fuori un’enorme solitudine. Quando calano le maschere, viene fuori un’ossessione usata per non guardare alla propria solitudine, cerca delle fughe”.
Ha mai avuto un’ossessione da cui è stato difficile staccarsi?
“È tuttora in corso, la mia ossessione per fare cinema e per raccontare belle storie. Ce l’ho avuta sin da piccolo. Le storie sono la mia ossessione”.
Nel film compare anche questa società nobiliare che è molto superficiale di cui si circonda il protagonista, è un ritratto fedele di quella classe dell’epoca o lo è ancora adesso?
“Allarghiamo anche alla classe dell’alta borghesia. Penso che il film sia fedele a quel tipo di società, ma non siamo tanto diversi da allora, non è cambiato molto”.
Nei panni del marchese e della moglie, Filippo Timi e Jasmine Trinca, come è stato lavorare con loro, ci sono state scene particolarmente difficili da girare?
“Sono gli attori migliori a cui potevo chiedere per fare questo film. Sono stati due grandi compagni l’uno per l’altra. Il rapporto era l’opposto di quello che si vede in scena, c’è stata tanta solidarietà e dialogo. Jasmine aveva un’esposizione molto delicata. C’è stato un lavoro sul suo corpo, lei ha scelto di fare un percorso per cui non doveva per forza essere a suo agio. Le scene più complesse sono ovviamente state i super otto e tutte le scene in cui lei racconta questa promiscuità. Soddisfatti del risultato, perché non sono mai scene pruriginose fini a se stesse”.
È personaggio femminista quella di Elena?
“Secondo me sì, perché è una donna che all’inizio è un'arrampicatrice, ma non viene giudicata. Usa il suo corpo come le pare. Quando smette di volerlo cominciano i problemi. Nel momento in cui riesce a emanciparsi e a scappare è una donna trionfante. C’è un’evoluzione di una donna che passa delle fasi difficili, mentre lui resta un personaggio statico. Anna è un personaggio moderno, in cui il pubblico si può identificare”.
In passato ha lavorato con registi come Bernardo Bertolucci e Ferzan Özpetek, c’è qualcosa di quelle esperienze che ha portato in questo film e in generale nel suo fare cinema?
“Sono entrambe persone che mi hanno spiegato cosa vuol dire lavorare con gli attori e fare in modo che gli attori si fidino di te. Soprattutto nel trattare i ruoli femminili sono dei maestri assoluti. Bernardo era una persona meravigliosa, mi ha fatto capire che il cinema non è solo parola, ma corpi e che il desiderio è centrale, gli devo molto. Lavorare a The Dreamers mi ha cambiato la vita”.
Lei porta un cognome importante, le è stato più d'aiuto o più di intralcio nella sua carriera?
“Ci sono pro e contro. È chiaro che comporta già attenzione, ma dall’altra parte c’è un giudizio più attento. Ormai però è da un po’ che mi sono fatto la mia strada e sento meno il peso”.
Presenterete il film in sala anche a Torino, qual è il suo rapporto con la città, le piacerebbe girare qui?
“Come regista sono nato a Torino, al Torino Film Festival ho presentato “I figli della notte”. È una città a cui sono molto legato, mi fa sempre molto piacere tornarci e mi piacerebbe lavorare a un film qui perché è una città dall’estremo fascino. Ora però sono concentrato su questo film di cui sono davvero molto contento, me lo voglio godere”.



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