Ci mancava la guerra in Iran, che ha fatto schizzare verso l'alto i costi dell'energia e delle materie prime, oltre ad aver restituito slancio all'inflazione. E ha complicato i piani per chi vuole vendere e comprare con una vasta fetta di mondo in Medio Oriente. I timori sono quelli che stringono alla gola anche le piccole e medie imprese di Torino, come dimostra l'ultima indagine di Api Torino.
Crollo della fiducia
Il grado di fiducia degli imprenditori crolla al -9,8%, con la quota dei pessimisti che arriva al 40%. E anche gli altri indicatori sono tutti in peggioramento. “L'impatto del conflitto in Medio Oriente pesa in particolare sui costi dell’energia e rende nuovamente particolarmente incerto lo scenario globale e soprattutto per gli approvvigionamenti e dei costi logistici overseas - commenta Fabrizio Cellino, presidente di Api Torino -. Siamo davanti ad una nuova sfida critica per le nostre imprese e con effetti non solo sui livelli di redditività e di competitività, ma anche sulle prospettive di sviluppo e di occupazione. I risultati della nostra rilevazione indicano già tutto questo”. “Dobbiamo ragionare su due livelli - prosegue -. Prima di tutto in termini di breve periodo: occorrono sostegni straordinari a quelle imprese energivore che, per tipologia di produzione e processi produttivi adottati, si ritrovano a rischio occupazione e chiusura per cause indipendenti dal loro agire. Quanto fatto dal Governo è un inizio apprezzato ma non basta. Oltre a questo, è necessario lavorare sul medio-lungo periodo. Occorre accelerare una volta per tutte sugli strumenti per la riconversione energetica, la produzione di energia da fonti rinnovabili e diversificate. E’ necessario anche il supporto alla liquidità delle imprese; una tutela degli investimenti; una ridefinizione del CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism), che agisce come ennesimo balzello sulla competitività delle imprese manifatturiere, indebolendo ulteriormente l’industria manifatturiera europea”. E conclude: “Viviamo un periodo di emergenza continua, servono strumenti e interventi straordinari”.
La paura della guerra
Il conflitto in Medio Oriente (in Iran, ma senza dimenticare i conflitti che coinvolgono anche Israele) ha già prodotto effetti per metà delle imprese: il 13,5% giudica le ripercussioni “significative”. Tra i principali effetti: aumento dei costi delle materie prime (34,6% delle aziende), calo degli ordini (9,6%), incertezza sui tempi di approvvigionamento (5,8%). I dati previsionali sui livelli di produzione, ordini e fatturato sono tutti rivisti al ribasso di circa 5-7 punti percentuali rispetto a fine 2025. “L’avvio del conflitto – spiega Fabio Schena, responsabile dell’Ufficio Studi che ha condotto l’indagine - ha inciso marcatamente sulle aspettative che, sino al suo inizio, erano risalite su valori positivi, ad eccezione dei livelli attesi di produzione il cui saldo era inizialmente pari al -3,2%”. Oggi, il saldo previsionale ordini è pari al -9,2% (precedente +0,8%), il saldo previsionale fatturato è -10,7 (precedente -0,8%), il saldo previsionale produzione è pari al -14,1% (precedente -9,2%)".
Gelata sugli investimenti
Prima dell’avvio del conflitto il 50% delle imprese aveva in programma nuovi investimenti, mentre nel corso degli ultimi giorni il dato è sceso al 41,4%. Complessivamente, il 45,9% delle imprese dichiara nuovi piani di investimenti da realizzarsi nel corso del primo semestre 2026, oppure di averli già realizzati. Ma esiste anche un 43,6% degli imprenditori prevede di ricorrere al credito bancario: nella maggior parte dei casi, però, in assenza di nuovi programmi di investimento. Ciò significa una maggiore necessità di liquidità da parte delle imprese che potrebbe concretizzarsi in una prossima nuova fase di aumento dei tassi di interesse.
Tiene l'occupazione
Il ricorso agli ammortizzatori sociali al momento rimane stabile interessando il 20%: nel secondo semestre 2025 segnava 20,9%. Aumenta infine la concentrazione di ordini a brevissimo termine. Gli ordini con durata “fino a 15 giorni” passano dal 17,7% al 20% del campione. In particolare, sono i comparti manifatturieri a mostrare gli effetti più immediati delle nuove tensioni internazionali: il 57% delle imprese manifatturiere dichiara di avere ordini che coprono un periodo non superiore ai 30 giorni.





