Torino era la capitale dove i piani industriali venivano svelati al mondo, il luogo in cui la visione di Sergio Marchionne prendeva forma davanti a investitori e operai. Oggi, quel cuore pulsante sembra battere a un ritmo rallentato, quasi rassegnato. La scelta di presentare le strategie future a Detroit anziché sotto la Mole è l'ultima "ferita" denunciata da Rocco Palombella, Segretario Generale della Uilm, presente a Torino per la due giorni del congresso provinciale dei metalmeccanici.
Occupazione dimezzata
Per il rappresentante nazionale della categoria questo spostamento d'asse rappresenta un segnale di disimpegno verso il sistema Paese. Un segnale che arriva, peraltro, a valle di numeri che di certo non rassicurano gli analisti. Dal 2008 a oggi, infatti, l’indotto dell’auto ha perso circa 36mila addetti, mentre altri 12mila lavoratori sono usciti da Stellantis. Nel complesso, il settore è passato da 100mila a 50mila occupati, con la chiusura di oltre 500 aziende. Torino è inoltre, da cinque anni consecutivi, la provincia più cassintegrata d’Italia. Nel solo 2025, le imprese del territorio hanno richiesto 39 milioni di ore di ammortizzatori sociali.
E a dimostrazione che la crisi non colpisce solo la storica fabbrica Fiat, ecco le difficoltà di realtà industriali solide come SKF, Denso, Petronas ed MA che sono in una fase di ristrutturazione che comporta anche riduzioni di personale. Aziende storiche come Iveco, Dana Graziano e Cascine Vica sono passate sotto invece il controllo di gruppi stranieri.
L'iniezione di fiducia mancata
Il messaggio tra le righe è piuttosto categorico: l'Italia non può essere trattata come una periferia industriale. "I piani Marchionne si presentavano agli investitori e ai rappresentanti sindacali quasi in contemporanea, proprio qui, a Torino, capitale dell'automotive. Non ci soddisfa la scelta di Detroit. Presentare il piano in Italia voleva dire dare una piccola iniezione di fiducia."
Questo perché la realtà oltre i cancelli di Mirafiori è fatta di incertezza tecnologica e ammortizzatori sociali. "Tutti gli stabilimenti in Italia sono in cassa integrazione, alle prese con indecisione: elettrico sì, elettrico no, ibrido forse sì. Ma senza modelli. Non vogliamo promesse che poi non si realizzano."
Il paradosso dei numeri: "Produciamo all'estero, vendiamo qui"
Il timore della Uilm è che la sopravvivenza formale delle fabbriche mascheri un declino produttivo irreversibile. Non basta tenere i cancelli aperti se le linee restano ferme o girano a regime ridotto. "Vogliamo che Stellantis e Filosa indichino non solo l'Italia come il paese dove non si chiudano gli stabilimenti, se poi parallelamente si riduce la produzione a livelli minimi di 213 mila autovetture prodotte e commercializzate, a fronte di un mercato italiano che ne ha vendute un milione e mezzo."
Il nodo è lo spostamento della produzione oltre confine: "Vuol dire che non abbiamo modelli e i pochi che abbiamo li fanno all'estero. Non li producono in Italia. È importante che ci sia una chiarezza e in questo caso non c'è. Troppe volte sono state annunciate idee di sviluppo ma poi si sono fermate durante la gestione."
Il caso Mirafiori e l'illusione dell'ibrido
Anche i simboli faticano. La 500 elettrica, che doveva essere la bandiera della transizione torinese, non ha sfondato, e il ritorno all'ibrido sembra solo un palliativo rispetto ai fasti del passato. "Sapevamo benissimo che la 500 elettrica non avrebbe dato le risposte che volevamo. Quella ibrida molto probabilmente le darà, ma se parliamo di 60-70 mila autovetture, quando qui se ne facevano dieci volte tanto, penso che l'ibrido non possa rappresentare il futuro di Torino".
Ancora una volta i numeri dicono più delle parole: Mirafiori è entrata nel diciannovesimo anno consecutivo di cassa integrazione (anche se da gennaio è praticamente scomparsa, a parte il reparto Mascherine). Un ulteriore elemento critico riguarda l’età media dei lavoratori impiegati a Mirafiori, che ha ormai raggiunto i 55 anni. Il recente annuncio di 400 assunzioni in somministrazione da parte di Stellantis rappresenta un segnale positivo, ma non sufficiente, dicono i sindacalisti.
Un orizzonte scosso dalle guerre
Oltre ai problemi di linea, Palombella volge lo sguardo a un contesto geopolitico che rischia di schiacciare l'industria europea, stretta tra conflitti e fragilità strutturali. "Le guerre ci danno una grande preoccupazione, anche superiore alla pandemia. Ogni giorno che passa la situazione anziché restringersi si allarga. E l'Europa sembra essere la realtà più vulnerabile".





