Kamal Aljafari, regista palestinese, dopo essere stato giudice del Torino Film Festival nel 2016 torna nel capoluogo sabaudo per tenere una masterclass all’interno della retrospettiva sui suoi film organizzata dal Museo del Cinema.
“C’è una lunghissima tradizione cinematografica a Torino. Sono molto felice di tornare e condividere il mio lavoro con le persone qui" commenta il regista.
Autore di pellicole come “Undr” e “Recollection”, nel 2025 ha proposto il suo ultimo lavoro. Oggi tuttavia molti dei luoghi in cui è stato girato il film non esistono più. “Ho scoperto questo materiale un anno fa, nel periodo in cui mi chiedevo cosa potesse fare il cinema, che tipo di arte si potesse fare in un momento come questo fatto di uccisioni di massa, fame e distruzione. La scoperta dei nastri, che avevo con me da 25 anni, è stata per me davvero un segno contro la cancellazione. Ed è per questo che ho voluto condividere queste immagini con il mondo. In un modo molto tragico, questo materiale ha acquisito un valore perché il Paese è stato distrutto. Lavorare al film stesso mi ha dato un po' di speranza durante un anno in cui le uccisioni e la distruzione continuavano ancora. Quando il film è stato presentato in anteprima a Locarno in agosto ho sentito il suo significato, perché nessuna di queste persone che vedete è con noi nel modo in cui le abbiamo viste. O sono state uccise, o ferite, o sfollate... hanno perso tutto”.
Un'arte quella del cinema che può contribuire insieme ad altre a preservare la memoria di un popolo che sta scomparendo. “Il primo film d'archivio che ho realizzato, Recollection (proiettato al Torino Film Festival nel 2015), si chiude con un ricordo che condivido nei titoli di coda: mio zio, guardando una delle immagini della città di Jaffa, che scompare, vede una persona sfocata che si distingue a malapena, ma lui riesce a riconoscerla e dice: 'Una fotografia dura più di un essere umano'. Penso che questo sia il cuore di ciò che faccio. Fare film e preservare la memoria è diventato necessario per me, per affrontare le tragedie che attraversiamo e anche per comunicarlo e condividerlo con il mondo. Per me la condizione palestinese è una condizione umana, è la condizione dell'umanità. Abbiamo così tanti esempi nella storia dell'umanità di occupazioni e distruzioni; è molto triste che lo stiamo vivendo di nuovo. Viviamo in un momento in cui questa universalità è fondamentale da comunicare. Io lo faccio attraverso il cinema”.
La città di Torino ha sin da subito mostrato vicinanza al popolo palestinese con manifestazioni e oggi con l’apertura di una grande mostra sull’arte e la storia palestinese. “Penso che il movimento di solidarietà sia molto importante perché, prima di tutto, la gente in Palestina lo vede e gli dà speranza. Penso che il movimento di solidarietà a Torino, che è stato piuttosto grande, sia importante perché esercita pressione sul Governo affinché agisca e non continui con lo stesso modello di cooperazione militare e invio di bombe a Israele. Penso che le persone in Palestina possano distinguere tra l'attuale governo in Italia e il popolo italiano. C'è una differenza”.
Il futuro non è mai stato così incerto per il dopo ma Aljafari non perde la speranza. “Il futuro per come lo vediamo ora sembra molto brutto. Viviamo in un mondo senza regole ora. E questa è la cosa più pericolosa perché può succedere a chiunque all'improvviso. L’unica speranza è resistere, altrimenti ci arrendiamo. Leggevo che la quantità di denaro che spendono in questa guerra in Iran avrebbe potuto risolvere così tanti problemi al mondo e salvare milioni di vite nel mondo. Dobbiamo opporci a tutto ciò e partecipare a tutto ciò che può portare un cambiamento sociale e politico”.
In programma fino al 25 aprile al Cinema Massimo saranno tutti i suoi lavori a partireda da “Visit Iraq” del 2003.
“A volte provo più affetto per un film rispetto a un altro. Dipende. Un film che mi piace molto è quello che ho realizzato con una telecamera di sorveglianza, intitolato “An Unusual Summer”. È stato girato con una telecamera che mio padre installò in Palestina perché qualcuno nel parcheggio gli rompeva spesso l'auto; così ha filmato l'auto e il parcheggio per un intero mese per scoprire chi fosse. In seguito, io ho realizzato il film sull'intero quartiere, su tutte le persone che passavano di lì e sulla vita quotidiana della mia famiglia tra la casa e l'auto. Però, riguardo a ciò che stiamo vivendo oggi, penso che gli ultimi due film, “With Hasan in Gaza” e “A Fidai Film”, siano molto connessi e necessari da guardare e condividere in questo momento.”
Tra i prossimi lavori in cantiere del regista, anche un film di finzione che vorrebbe girare in Palestina l’anno prossimo: “Ci sto lavorando”.





