Dario Bellotti fa il meccanico a Torino, ma da 25 anni, finito il turno in officina posa i guanti e la tuta per mettere parrucca e trucco e salire sul palco nei panni di Barbie Bubu, il suo personaggio da drag queen.
Come Barbie Bubu quest’anno è stato uno dei volti del manifesto del 41° Lovers Film Festival, con un look che rendeva omaggio alla Mole Antonelliana.
“È una rivisitazione di un abito che creai nel 2006, in occasione delle Olimpiadi di Torino e che portai al Pride di Roma di quell’anno. All’epoca avevo anche un cartellone con la stessa calligrafia delle olimpiadi, ma con la scritta “Gay passion lives here””.
Un vestito da 3.400 strass e una parrucca alta più di due metri che hanno richiesto ore di taglio e cucito, ma soprattutto un luogo adatto per essere montate. E quale luogo migliore dell’officina. “L’abito è stato realizzato grazie alle mie amiche del mio Art Studio Drag Queen, in cui insegno da cinque anni. Ci è voluto circa un mese per completarlo. Abbiamo trasformato la Mole da 166 metri a 2,2 metri. Per indossarla in casa non dovevo tenere i tacchi. Sono riuscita a completare il look solo in officina dove il soffitto era abbastanza alto”.
Il risultato all’inaugurazione si è visto: tutti a chiedere un selfie con la “Mole”: “L’emozione quando le persone mi hanno visto è stata bellissima”.
Il tuo rapporto con il Lovers parte dalla grande amicizia con Vladimir Luxuria, come è nata?
“Ci siamo conosciute nel 2003. Poi nel 2006, per il suo film, Mater Natura, ci ha volute come drag. Poi dopo la sua partecipazione all’Isola dei Famosi, ci siamo molto unite in un suo spettacolo di teatro qui a Torino. Aveva perso i bagagli, il regista l’ha accompagnata da me in officina e le ho imprestato i vestiti, parrucca, tutto. Lei lo racconta ancora oggi divertita perché trovava assurdo che io avessi chiuso l’officina e avessi aperto dall’altra l’armadio. Per altro quello spettacolo lo vidi con un ragazzaccio. Mi portò lui in scooter. Ma quando Vladimir mi fece salire sul palco, si alzò e se ne andò. Mi abbandonò in teatro. C’era omofobia persino nell’ambiente gay all’epoca. Se era difficile stare con un uomo figurati stare con una drag queen”.
La strada per salire sul palco del Cinema Massimo, per Barbie Bubu è stata lunga. Come hai cominciato?
“Sono arrivato al mondo delle drag queen, passando dalle discoteche in cui le si vedevano interpretare personaggi famosi come Mina, Raffaella Carrà, Patty Pravo. E poi un po’ come tutti all’inizio, ho cominciato a mettere parrucca e tacchi ai Carnevali. In una di queste occasioni, vinsi un premio da mille euro. I miei amici mi spronarono a usarli per andare a scuola di teatro, non sapendo dove mi avrebbe portato. Quel percorso mi ha dato una fisicità che mi porto avanti e riesco a interpretare Barbie Bubu come un personaggio surreale, originale e fantasioso che non somiglia a nessun”.
Come si concilia un lavoro così distante con il mondo delle drag queen?
“Fare il meccanico mi può stancare, ma le energie che mi dà Barbie Bubu sono incredibili. Fra qualche anno avrò 50 anni, forse riprenderò a fare il meccanico tutti giorni, ma finché i tacchi mi reggono vado avanti. Per fortuna ho un buon socio, mio cugino, che mi vuole bene e che mi lascia molta libertà e tempo per dedicarmi a Barbie Bubu”.
Parlando dei suoi cugini e della sua famiglia, hanno sempre accettato Dario e Barbie Bubu?
“Mio padre per anni continuò a dirmi di smetterla perché non mi avrebbe mai portato da nessuna parte e anzi avrebbe portato solo scompiglio nella famiglia. In realtà in officina, tutti i miei collaboratori sapevano di me, mi stimavano e venivano a vedere le serate. Sono stato accettato dai miei solo quando sono venuti in teatro e c’è stato questo mio doppio coming out, sia del mio compagno sia come scena artistica. Ho fatto vedere che potevo far ridere e saper far piangere. Non dimenticherò mai la frase di mia madre: “brava, brava, ma quando entra mio figlio?”. Poi capì che ero io Barbie Bubu, ne fu felice e aggiunse: “Adesso ti porti via l’abito da sposa, perché ora capisco come mai spariva e riappariva sempre dal mio armadio”.
Oltre ai tuoi genitori, trovi anche cambiata la città di Torino?
“Sì, molto. Penso a un mio cliente, dal primo aspetto sembra tanto omofobo, ma oggi mi stima ed orgoglioso di conoscermi. Ecco credo che una singola persona cambiata, ne valga 1000”.
A chi è rivolto il tuo Art Studio Drag Queen?
“Insegno a donne e uomini di qualsiasi età, perché il personaggio drag non ha sesso. Lo chiamo corso perché dentro impariamo a essere altre persone. Si è creata una compagnia teatrale e il 30 e 31 maggio e 1 °giugno faremo il nostro spettacolo di teatro alla Maison du drag queen”.
L’anno prossimo si terrà a Torino l’Europride, cosa ti auguri per questa manifestazione?
“Speriamo di riuscire a portare i diritti europei anche in Italia, non è giusto che uniamo la comunità e poi prendiamo solo le cose che fanno comodo. Abbiamo unito una valuta, uniamo anche il valore. Ricordo che in Spagna nel 2013 andai con il mio attuale fidanzato a sposare una coppia gay ed era assurdo allora che celebrassi un matrimonio gay. Qua in Italia non era possibile farlo. È stata un’emozione talmente forte che tuttora mi sale il nodo in gola”.
Quali sono i tuoi progetti futuri?
“Mi piacerebbe un’apertura dei teatri parrocchiali ai nostri spettacoli. Mi piacerebbe se si potesse almeno aprire questo dialogo artistico”.





