Attualità - 03 maggio 2026, 07:00

Luca Paiardi, quando il limite e la disabilità si trasformano in opportunità

Insieme all’amico Danilo Ragona ha ideato Viaggio Italia, un format documentaristico che esplora gioie e dolori dei viaggi “in carrozzina"

Luca Paiardi, quando il limite e la disabilità si trasformano in opportunità

Luca Paiardi, quando il limite e la disabilità si trasformano in opportunità

Classe ’79, Luca Paiardi è un architetto e tennista agonistico che ha trasformato il limite in opportunità. Insieme all’amico Danilo Ragona ha ideato 'Viaggio Italia', un format documentaristico che esplora “gioie e dolori” dei viaggi “in carrozza”, a seguito di un incidente che a 19 anni ne ha cambiato il percorso. 

Qual è stata la tua reazione dopo l'incidente? Hai risposto subito in maniera combattiva oppure se ti sei lasciato andare allo sconforto? 

"All'incidente ho reagito cercando di capire quali fossero le soluzioni e le possibilità che mi rimanevano. Ho affrontato la cosa giorno per giorno: ho compreso da subito che la mia situazione non era reversibile, avevo una mielolesione completa, non avrei più potuto avere il controllo nell'uso della parte inferiore del corpo. Ero cosciente del fatto che potevo anche non esserci più. Uscito dal coma farmacologico, ho cercato di vedere il bicchiere mezzo pieno: posso vivere, ho possibilità residue e quindi cerco di sfruttare appieno quello che mi è dato. Ho anche pensato che, in questa condizione, avrei potuto fare cose utili non solo per me ma anche per gli altri. Sono stato affiancato dal Servizio Sanitario Nazionale dell'epoca che mi ha salvato: per questo penso che il nostro SSN pubblico vada salvaguardato e sorretto dai nostri governanti di qualsiasi colore o bandiera siano perché prima o poi può tornare utile a chiunque. L'essere passati ad un concetto di Azienda Sanitaria mi preoccupa, anche perché siamo un esempio per il mondo. Oltre al SSN che mi ha curato e di cui sono grato al mio Paese, ho avuto intorno la mia famiglia, ed anche i veri amici, che sono stati presenti "al momento del bisogno". E quindi è stato sicuramente una buona base per non sprofondare". 

Come sono nate la tua passione per l'architettura e quella per la musica? 

"Già da bambino amavo la musica. Era una passione familiare, mia mamma suonava la pianola, a mio papà piaceva la musica, ed entrambi amavano molto anche ballare. Arrivato sui banchi delle superiori ho incrociato Francesco, con cui condivido tuttora il progetto della band Stearica. La musica è stata fondamentale per affrontare il trauma, mi è stato dato un permesso speciale per avere un walkman in rianimazione con le cuffiette, per corroborare il mio stato d'animo, il mio spirito. 

L'architettura mi ha appassionato più in maniera razionale che non di pancia, come la musica. Agli inizi avevo deciso di fare Economia, un po' perché di numeri ci capisco e poi perché poteva facilitarmi l'ingresso nel mondo del lavoro. Iniziai a frequentare Economia Aziendale, che a me non appassionava per nulla, anzi la trovavo arida. Decisi, nell'anno di riabilitazione, di trovare qualcosa che mi appassionasse e che mi consentisse di occuparmi di cose che mi erano direttamente connesse perché ovviamente le barriere architettoniche, la progettazione accessibile erano diventate connaturate alla mia situazione. In più Architettura era un ambiente aperto rispetto al Politecnico di 25 anni fa, più flessibile, si facevano i gruppi di progettazione in cui interagivi con altri studenti, poi era notoriamente piena di belle persone, specialmente belle ragazze, quindi mi sono fatto convincere che era la facoltà giusta". 

Ci parli della band musicale Stearica? Qual è lo scopo ed il messaggio che porta? 

"Stearica nasce dall'incontro prima con Francesco sui banchi delle superiori, poi con Davide, il batterista col quale abbiamo fondato la band. Ci siamo ritrovati tutti insieme in un'unica scuola, l'Istituto Alessandro Volta di Torino, perché gli Istituti dove avevamo iniziato erano molto rigidi e col nostro spirito artistico ribelle andavamo a scontrarvici. Era un Liceo Scientifico politicamente molto vivo, abbiamo anche partecipato attivamente come studenti ed è stata una palestra di vita. Interessarsi alla politica in quanto cosa pubblica che riguarda qualsiasi cittadino è fondamentale per evitare derive e errori, ma soprattutto per cercare di migliorare la società e non pensare che sia tutto inutile e che non abbiamo nessuna capacità di influenza rispetto alla politica. Viviamo in una democrazia e abbiamo strumenti pacifici che repubblica e democrazia ci danno per poter influire. Certo bisogna darsi da fare, essere attivi per le proprie idee. Stearica ha un background di questo tipo, pur non avendo voci è sempre stata un diffusore di spirito critico". 

Come è nata la tua passione per il tennis? Quali sono le emozioni delle gare, delle vittorie? Sono rimaste le stesse o si sono evolute nel corso del tempo? 

"Lo sport è stato fin da bambino una gioia. Ho fatto qualsiasi sport, non eccellevo in nessuno, ma ero mediamente bravo in ognuno di essi. Avrei voluto farne tanti, ma per motivi anche economici mi sono ritrovato a giocare a calcio. L'esperienza nel mondo giovanile in quello sport è stata deleteria al punto di farmi rigettare completamente il mondo sportivo. Ho smesso di giocare per episodi di bullismo anche se sentivo la necessità di continuare a fare attività sportiva, perché ovviamente in pubertà, in adolescenza si ha bisogno di sfoghi fisici e mentali. 

Comunque ho seguito anche l'indicazione dei miei: studia, lascia stare lo sport. Così sono andato avanti e la mia valvola di sfogo è diventata la musica, poi ho ritrovato l'attività sportiva. Dopo lo scontro con la disabilità lo sport diventa uno strumento non solo di gioco ma anche di terapia fisica e mentale perché ti aiuta a affrontare i limiti e a migliorarli. Margherita Vigliano, colei che ha introdotto il tennis in carrozzina in Piemonte è quella che mi ha trasmesso la passione e l'amore per questa disciplina. Nonostante non fossi molto convinto fu l'incontro con Giuseppe Antonucci a spingermi a provare a fare una lezione gratuita con lei, che mi permise di frequentare il Circolo senza ulteriori oneri. Adesso sono 25 anni che gioco. Ho smesso di giocare dal 2018 al 2021/22 ed ho ricominciato grazie al Cus Torino e ad Andrea Saggion. Ho ottenuto risultati migliori ora tra i 40 e i 46 anni rispetto a quando ero più giovane ma questa è una particolarità del mondo paralimpico in cui la vita agonistica degli atleti è molto più lunga perché non è solo legata all'età ma anche al residuo fisico e muscolare". 

Come e quando nasce Viaggio Italia? A quale scopo? In che modo si è trasformato in attività documentaristica? 

"L'idea di Viaggio Italia nasce sui campi da tennis perché conosco e stringo amicizia con Danilo. Iniziamo a fare i primi viaggi assieme per andare a giocare i tornei. Tutto questo grazie alla terapia occupazionale, una branca della fisioterapia che insegna tecniche che permettono di vivere una vita autonoma a seconda della disabilità. E' fondamentale che questa si diffonda e ne venga data la possibilità di accesso ai bambini disabili. Con B-Free, l'associazione che abbiamo fondato per gestire Viaggio Italia, abbiamo attivato un progetto per far giocare i bambini a tennis e che desse loro anche la possibilità di fare terapia occupazionale per imparare ad essere autonomi, opportunità attualmente concessa solo a chi ha un evento traumatico, ma non a persone con una disabilità congenita. Questo cambia proprio l'approccio alla vita, il ruolo che si può vivere nella società. Ne parlo perché credo che sarebbe una battaglia giusta da portare avanti, basterebbe iniziare a parlarne di più anche con i decisori, sarebbe ottimo riuscire a farla diventare una cosa normale. Diverrebbe un vantaggio anche per la società perché avrebbe persone più autonome che possono diventare una risorsa attiva che non ha bisogno di assistenzialismo e che non va sorretta, finanziata. Viaggio Italia nasce perché io e Danilo iniziamo a fare diversi progetti, anche uno di danza contemporanea con cui giriamo 3-4 anni in Italia e in Europa. 

Ad un certo punto ci diciamo, proviamo a raccontare le possibilità di viaggiare di una persona con disabilità, perché attraverso il viaggio racconti uno spaccato di vita. Da lì abbiamo iniziato a costruirlo con diverse persone, anche con un amico che adesso non c'è più, Marco Benna, che si occupava specificatamente di comunicazione, e con un team che negli anni si è allargato ed è diventato fondamentale per portare avanti questo progetto che nasce come documentario, come un diario di viaggio sul web attraverso i primi social e che poi si è allargato, ma anche grazie all'incontro con Camilla Raznovic. In lei abbiamo trovato una persona entusiasta che ci ha messo in contatto con la struttura di Rai 3 del Kilimanjaro e da lì abbiamo iniziato a produrre documentari che riproducevano l'anamnesi dei nostri viaggi. E proprio grazie a Camilla siamo diventati Viaggiatori in Carrozza. Ci manca solo l'Australia come continente, poi abbiamo girato un po' in tutto il mondo. Con Viaggiatori in carrozza, tra l'altro, il 3 di marzo è uscita la prima puntata sul nostro canale YouTube, poi ce ne saranno altre tre". 

Come vi siete conosciuti tu e Danilo? 

"Ho visto Danilo la prima volta da lontano. Era appassionato di macchine, scendeva da un'auto sportiva. Era in buona compagnia, non solo dell'auto. Poi ci siamo conosciuti personalmente ad un corso di guida sportiva e guida sicura presso l'autodromo di Monza in cui abbiamo provato diverse auto con vari adattamenti fatti da diversi allestitori. Spesso non si ha l'informazione, ma praticamente tutte le auto, tutti i mezzi, comprese le moto, possono venire adattati alla guida per persone disabili; addirittura adesso hanno fatto sistemi per cui si può guidare un'auto con un joystick. Ovviamente per usufruire di questo grado di tecnologia ci sono dei costi, ma gli adattamenti basic sono abbastanza abbordabili e sono anche soggetti a sgravi fiscali. Abbiamo iniziato a frequentarci sui campi da tennis e ad andare in giro a disputare tornei assieme e da lì si è sviluppata l'amicizia anche perché avevamo interessi comuni oltre alle passioni sportive ed artistiche: lui è designer, stava studiando all'Istituto Europeo di Design, io stavo studiando al Politecnico di Torino, alla facoltà di Architettura". 

Parlaci di qualche esperienza sia in Italia che all'estero: qual è stato il viaggio più difficile e quello più emozionante? 

"Quello più difficile è stato quello in Ladakh, una regione al nord dell'India molto impervia, poco o per nulla accessibile. Con questo viaggio avremmo potuto donare un piccolo contributo attraverso una raccolta fondi per rendere più accessibile l'unica scuola che c'era vicino alla capitale Leh e avremmo portato una testimonianza concreta alla popolazione locale rispetto a quello che persone con disabilità possono fare. Eravamo gli unici due carrozzati che giravano e tutti ci guardavano come marziani. Quello è stato il viaggio più difficile anche perché poi oltre alla poca accessibilità dovuta al costruito, eravamo in alta montagna, la capitale è a 3500 metri di altezza e da lì si sale. Siamo arrivati percorrendo la strada carrozzabile più alta al mondo, a oltre 5500 metri. Quindi c'erano anche le difficoltà oggettive del mal di montagna, dell'ossigenazione, del respiro, per le quali abbiamo dovuto fare alcune prove per vedere come rispondevamo.  

Di esperienze interessanti ce ne sono tante. Oltre al primo viaggio grosso, quello in Italia, che ci ha fatto conoscere e approfondire il nostro bel paese che secondo me è il più figo di tutti, poi c'è stata un'esperienza bellissima fatta in Brasile, quando siamo stati a Rio. Abbiamo visitato uno dei centri paralimpici più grossi, in cui c'erano tutte le possibilità di accesso allo sport di diverso tipo. Abbiamo conosciuto un gruppo di ballerini misti, in piedi e in carrozzina, e da lì è emerso che a noi sarebbe piaciuto molto andare al carnevale, alla Parata ufficiale, e tramite una delle associazioni più grosse del Brasile che si chiama ANDEF siamo riusciti non solo ad entrare ma a farci aprire la parata finale del carnevale di Rio facendo circa 800 metri di sambodromo in sfilata davanti a tutti. E' stato divertentissimo, un'esperienza coinvolgente e trascinante. 

 E poi un'altra bellissima esperienza è stata in Kenya, nello slam di Kibera, la più grossa baraccopoli al mondo, dove abbiamo donato l'unico pasto caldo della settimana a più di 100 bambini. Sono più di un milione le persone senza i servizi essenziali come acqua corrente, fognatura ed elettricità, quindi un'esperienza tosta che fa capire che viviamo in una parte del mondo privilegiata. Noi abbiamo una disabilità ed è più difficile la vita ma se andiamo a vedere lì in che condizioni vivono le persone normodotate, ti rendi conto di essere fortunato. Fare quell'esperienza resetta i valori e fa capire che ci sono persone che vivono grosse difficoltà per noi inimmaginabili. Lì i visi ed i sorrisi dei bimbi erano molto più solari e sinceri di quelli delle persone nelle nostre società opulente, che non si rendono conto della fortuna che vivono". 

Secondo te com'è la situazione dell'accessibilità a Torino e cosa suggeriresti a chi di competenza per cercare di migliorarla? 

"L'accessibilità di Torino è migliore di molte città italiane e anche a livello europeo non è male, ma c'è ancora molto da lavorare. Il comune sta approntando un PEBA, un piano per l'eliminazione delle barriere architettoniche, perché ci sono molteplici soluzioni per l'accessibilità. Gli edifici pubblici dovrebbero essere ormai tutti accessibili, gli esercizi privati devono da un lato essere incentivati verso l'accessibilità, dall'altro essere controllati, se c'è una legge deve essere rispettata. La scarsa accessibilità pregiudica la possibilità di integrazione e di proattività nella società delle persone con disabilità. Se poi ci aggiungiamo persone con difficoltà temporanee, allora le percentuali arrivano quasi alla metà della nostra società. 

Una curiosità: dalle parti di Maratea andiamo a mangiare in un ristorante e facciamo i complimenti al gestore per l'accessibilità, perché c'era la rampa, e lui candidamente ci dice che aveva fatto quell'intervento per aumentare la clientela. L'accessibilità è un vantaggio in primis per chi lo fa, non solo per noi che siamo disabili e viviamo la condizione di impossibilità di accesso a tutti i servizi. Io ad esempio faccio una scelta di natura etica: anche se a volte potrei arrangiarmi, per incentivare spendo i miei soldi nei luoghi solo accessibili. Perché mi sembra giusto, perché voglio premiare chi ci ha pensato e chi si è dato da fare". 

Qual è il messaggio che vorresti portare come documentarista in carrozza e anche come mediatore nella partecipazione di eventi? 

"Attraverso l'iniziativa e la progettazione, le istituzioni, le attività private, pubbliche e le associazioni attuano tecnologie ormai entrate nell'uso comune, ad esempio l'ascensore con una pulsantiera accessibile a tutti, un bagno più comodo e più largo. Rampe al posto dei gradini o dispositivi che permettono alle persone cieche di percorrere tratti in autonomia. Attraverso questo bagaglio culturale tecnologico si rendono le persone con disabilità autonome al punto in cui la disabilità diventa una caratteristica e non un handicap, perché quest'ultimo può diventare un limite in una società inaccessibile, ma può diventare una caratteristica laddove la società sia accessibile. 

Reputo l'handicap una diversità o una condizione di minor capacità rispetto a quello che viene considerato lo standard del normodotato, ma anche i normodotati di per sé sono diversi, lo standard del normodotato è molto riduttivo. Faccio un esempio: la progettazione di tante cose viene fatta ancora adesso su uno standard di normodotato che è tipo l'uomo di vitruvio. Ribadisco, quindi, la necessità di applicare la tecnologia acquisita già in fase di progettazione di qualsiasi oggetto, edificio o software, anziché mettere le pezze dopo".

Federica De Castro

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