Chiedere è lecito si legge non per capire, ma per restare vivi. Non offre risposte e non sistema proprio niente, ma apre al movimento che compie una possibilità quando si schiude. Le seicentotrentuno domande che lo compongono non sono un esercizio di stile, ma l’atteggiamento di chi, non temendo la sospensione, prova ad esserci con sincerità. Diviso in undici luoghi emotivi, il libro può accompagnare, provocare, far sorridere e anche mettere a disagio. È un’opera da leggere a piccoli respiri, senza fretta, nata dalla penna di Christian Marino. Cresciuto a Demonte, l'autore porta con sé la concretezza della montagna e la convinzione che la solitudine possa essere uno spazio e non per forza un vuoto. Laureato in Servizio Sociale e oggi parte della Direzione Welfare della Regione Piemonte, Marino esordisce nel panorama letterario con questo testo edito da BookTribu.
Appuntamenti e presentazioni
I prossimi incontri con l'autore inizieranno venerdì 15 maggio alle ore 16, con la presentazione ufficiale al Salone Internazionale del Libro di Torino presso lo stand di Autori Italiani, situato nel Padiglione 2. Il giorno seguente, sabato 16 maggio, tra le ore 17 e le 20, si terrà un evento speciale a Villa Berrini di Boves, in provincia di Cuneo. L'iniziativa è curata dalla palestra di teatro di Elisa Dani e prevede l'ingresso gratuito ogni 15 minuti su prenotazione al numero 3347334805.
L’Intervista
Com'è nato questo libro e come è nata quest'idea?
Sono sempre stato appassionato di scrittura. Nonostante la mia vita professionale mi abbia portato altrove, non avendo a che fare con la creatività, ho sentito l'urgenza di scrivere. Nel tempo libero ho partecipato a dei seminari di scrittura e in uno di questi, a Cuneo, l'insegnante ci diede da leggere un libro di Padget Powell, "Interrogative Mood". Un testo fatto di sole domande. Questo aspetto mi ha molto incuriosito. Un anno fa, in pieno inverno, ho cominciato a scrivere le mie prime domande. Arrivai a mille, una cosa folle.
E da lì come si è sviluppata l'opera?
Avevo il contatto di una editor che si chiama Laura Montuoro. L'idea le piacque, abbiamo lavorato per fare un'opera di sottrazione arrivando a 631 domande. E lo abbiamo diviso in capitoli, anzi, come le abbiamo chiamate: in "vasche".
Puoi spiegarci meglio questa definizione?
Sono undici vasche. Mi piaceva chiamarle così con l'idea che ognuno si potesse immergere, con rilassatezza. Ma volevo che fosse anche un luogo dove puoi andartene in qualsiasi momento quando sei stufo.
E che domande troviamo tra le pagine?
Alcune sono esistenziali, alcune più surreali, alcune un po' provocatorie. Ma di base sono domande che io stesso a volte non avevo il coraggio di fare a me stesso. L'idea è quella di concedersi che ci sono anche domande a cui non ci si può dare risposta. Anche dicendosi: va bene così. Un invito a tollerare.
In un'epoca dove vogliamo sempre avere risposte pronte, che valore ha il dubbio?
Sì, con internet e l'intelligenza artificiale la leggerezza del dubbio, del sospeso, non viene più accettata. Fermarsi alla domanda può essere invece liberatorio.
Ci sono domande sbagliate o che non si possono fare?
No, anche la domanda più strana può essere fatta agli altri come a noi stessi. Lo scopo della domanda è consentirci di fermarci, farcela, pensarci e proseguire. Anche senza risposte. È come una sosta o l'attesa ad un semaforo rosso.
Esistono risposte a cui non si può rispondere?
Le risposte possono cambiare anche rispetto a fasi della vita che stiamo attraversando. Mi ha sempre un po' stranito il fatto che ci possa essere una risposta unica, al di là del giusto o sbagliato.
In un'epoca di crisi per i sistemi democratici, il giornalismo rivendica il ruolo di "cane da guardia". Se la nostra arma principale sono le domande, quali rischi corriamo in una realtà che sembra volerle mettere a tacere?
Ho visto un video di un comico francese che in un'intervista non risponde alla domanda: "Ma lei si mette dei limiti?". Lui ribalta la domanda chiedendo perché non facciano la stessa cosa ai politici. C'è un trend di parte dei politici di apparecchiare una serie di risposte, di rappresentare della realtà, di far passare il messaggio che non c'è niente da scoprire. Quando la democrazia è fatta di diversità oggettiva e soggettiva. Ognuno di noi può fare il suo pezzetto: facendo una domanda in più, andando un po' più a fondo, qualche anticorpo ce lo creiamo.
Una domanda di questo libro a cui sei particolarmente legato?
A dire il vero sono più legato alle brevi descrizioni che aprono ogni "vasca". Ma se devo dirne un paio, all'interno si trovano due domande particolari: una la capiranno solo dei miei cari, l'altra è una citazione di un film.
Chiedere, quindi, porta a crescere?
Secondo me sì. In copertina c'è una mano alzata dipinta di giallo, come se si alzasse da una platea, e il gesto di chiedere diventa così più evidente. Ho sempre pensato che sia molto più interessante la parte della domanda di quella della risposta. Nel momento in cui ci domandiamo, su qualsiasi argomento, abbiamo avuto il coraggio di andare su un tema. E di starci.





