Costanza Gastaldi è tra le fotografe in mostra a The Phair con la Galleria Roccavintage. 33 anni, torinese, ha vissuto per 15 anni a Parigi dove ha completato gli studi alla Sorbona e ha lavorato per gli studi fotografici che producono per Vogue. “Ho viaggiato molto in questi anni, volevo un po’ tornare alle origini e presentare il mio lavoro a Torino. È un onore vedere le mie opere esposte qui dopo tanti anni”.
E così nella Sala Fucine delle Ogr Torino si trovano tre nuclei realizzati tra Cina e Artico con tecniche diverse: eliogravura, platino-palladio e carbone. “La loro genesi inizia nel 2019 con la necessità di riportare una geografia emotiva, qualcosa di introspettivo” racconta Gastaldi.
Il Loto Nero
La prima serie è quella del Loto Nero, realizzata con la tecnica ottocentesca dell’eliogravura che conferisce loro quell’atmosfera antica, sospesa nel tempo, tra fotografia, pittura e incisione. Al mondo oggi sono cinque gli artigiani che la praticano. “Il sole filtra attraverso il negativo e fissa l’immagine su un'emulsione sensibile per poi essere incisa attraverso processi chimici in basso in un bassorilievo viene pigmentato e poi viene passato sotto un pressa da oltre una tonnellata. Sono pezzi quasi unici. Ho imparato la tecnica quando ero a Parigi da Fanny Boucher. Ho scoperto essere una tecnica andata in disuso e poi ripresa e studiata dalle donne. Una volta le matrici venivano distrutte per dimostrare che l’opera non era riproducibile. Adesso i miei lavori hanno uno strato di lacca quindi non è comunque più riproducibile, ma io posso conservare tutta la cronologia”.
Transizione artica
È nel 2019, mentre nel mondo imperversava il Covid, che Costanza Gastaldi decide di imbarcarsi un altro progetto, questa volta al Polo Nord. “Eravamo tre artisti: io, una designer tessile e uno sceneggiatore di teatro. Il nostro obiettivo era imparare a confrontarci con lo spazio artico fuori dai soli stereotipi”.
“Abbiamo cercato su internet e abbiamo trovato questo ex rimorchio militare di 16 metri di proprietà di un capitano corso che di solito trascorre sei mesi in Artico. Si trovava nell’area centro orientale del Polo Nord, a Akunaaq. Ci siamo recati lì nel periodo della notte polare, ma a un certo punto la barca, che era bloccata nella banchisa, a causa dello scioglimento del ghiaccio, ha iniziato ad andare alla deriva”.
Una volta evacuato il rimorchio e raggiunta la terra ferma con un’imbarcazione di emergenza, la distesa di neve fresca. “Abbiamo camminato per quattro o cinque ore finché non abbiamo trovato un villaggio di Inuit. Ci hanno soccorso e aiutato a recuperare tutti i nostri effetti dalla barca. Ci hanno dato una casetta vuota che potevamo usare. Sono stati incredibili”.
Da lì, la scoperta di un mondo a parte: “Sono un popolo animista, gioioso, rispettoso della natura. Si tramandano oralmente le conoscenze che insegnano a convivere con il territorio, territorio che loro percepiscono come vivo. Sono stati al tempo stesso colonizzati dai danesi e quindi hanno questa impronta protestante e austera. Sono un po’ ambivalenti, ma soffrono molto del nuovo colonialismo fatto di sussidi e di operazioni volte a renderli incapaci di avere autonomia. Ricordo che un signore diceva la Messa e faceva da infermiere mettendosi in call dal villaggio con i medici delle città più vicine”.
Il risultato di questa impresa tra i ghiacci è impressa nella carta giapponese su cui Costanza ha sviluppato il suo lavoro che prende il nome di “Quanti inverni hai”. “La difficoltà è restituire la profondità del paesaggio perché è tutto bianco. Meraviglioso”.
L’idea ora è quella di tornare. “Stiamo cercando degli sponsor per tornare. Vogliamo sviluppare un nuovo progetto su basi scientifiche. Abbiamo capito i nostri limiti e vogliamo fare un lavoro più ampio, ma senza stereotipi e non letterale, con una visione artistica”.
La Cina
L’ultimo progetto è quello realizzato con la tecnica del carbone, “In the Mood for Love”. “Ci sono otto tonalità di neri diversi, per questo ora il colore porta il mio nome, è il mio nero. In questo progetto ci si apre alla gente, è il risultato di un mese di viaggio a contatto con diverse realtà, da quelle antiche a quelle più turistiche”.
Peculiarità di quest'ultima serie: duettare tra sacro e profano, tecniche antichissime e soggetti dalla marcata contemporaneità.





