A quarantatré anni dall'omicidio del procuratore della Repubblica Bruno Caccia, Torino si è ritrovata ancora una volta per ricordare il magistrato ucciso dalla 'ndrangheta il 26 giugno 1983. Davanti alla lapide di via Sommacampagna i familiari, le istituzioni, le forze dell'ordine e i rappresentanti di Libera hanno lanciato un messaggio unanime: la memoria non può trasformarsi in un rito, ma deve continuare a tradursi in impegno quotidiano contro le mafie.
Tra le figure presenti anche don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, l'ex procuratore Giancarlo Caselli e le figlie di Bruno Caccia, Paola e Cristina, che insieme ai rappresentanti delle istituzioni hanno preso parte alla cerimonia nel ricordo del magistrato assassinato dalla 'ndrangheta.
Ad aprire la cerimonia è stato il co-referente di Libera Piemonte Andrea Turturro, che ha ricordato come l'appuntamento voglia restituire non solo il ricordo del procuratore, ma anche quello dell'uomo. "La sua è una memoria viva che continua a raccontare tante cose della città e del territorio. Attraverso la parola, la musica e le manifestazioni costruiamo ponti perché la sua storia continui a parlarci".
Per il viceprefetto Alessandra Tripodi, fare memoria insieme rappresenta "un grande atto di generosità" da parte della famiglia Caccia, che ogni anno condivide con cittadini e istituzioni un dolore che continua a riaffiorare.
Sulla stessa linea anche il vicequestore Marco De Nunzio, secondo cui "l'esercizio della memoria è un atto di sacrificio importante per comprendere i fondamenti delle nostre istituzioni".
La battaglia per la legalità
"La conquista della legalità deve essere una battaglia quotidiana che ostacoli ai massimi livelli le organizzazioni mafiose". Così l'assessore regionale al Bilancio Andrea Tronzano, che ha sottolineato come iniziative di questo genere contribuiscano a costruire una cultura del rifiuto delle mafie.
A intervenire è stato anche l'assessore al Verde della Città di Torino, Francesco Tresso, che ha ricordato Bruno Caccia attraverso un ricordo personale. "Era una figura luminosa e davvero importante per la città. Ciò che più colpiva era la fermezza con cui, giorno dopo giorno, sceglieva di non cedere mai ai piccoli compromessi".
Il ricordo di Caselli
Tra i presenti anche l'ex procuratore Giancarlo Caselli, che con Bruno Caccia condivise gli anni della magistratura torinese nella lotta al terrorismo, costruendo un legame umano e professionale destinato a segnare la storia giudiziaria del Paese. "Oggi ricordiamo una ferita che non siamo in grado di rimarginare e non siamo nemmeno in grado di offrire pace ai parenti della vittima. Dobbiamo essere costruttori di legalità e giustizia per il bene comune, affinché la frase 'Lo Stato siamo noi' non resti vuota".
A prendere la parola è stata poi Paola Caccia, figlia del magistrato assassinato, che ha ringraziato gli amici, i colleghi del padre e Libera per il sostegno dimostrato in tutti questi anni. "Oltre a ricordare la figura di mio padre cerchiamo anche di capire cosa sia successo in quella vicenda, che non è ancora terminata. La verità emersa, secondo noi, non è tutta e non ci ha mai soddisfatti. Però vedere ogni anno la partecipazione della città, della Regione e dei cittadini ci fa molto piacere".
L'appello di don Ciotti
Nel suo intervento don Luigi Ciotti ha ricordato come il legame con la famiglia Caccia si sia consolidato nel tempo. "Ci sentiamo ormai parte della famiglia Caccia. Oggi la speranza è un dolore che non si arrende e che ha bisogno del contributo di ognuno di noi".
Il fondatore di Libera ha poi richiamato il dibattito nato attorno alla recente delibera della Quinta Commissione del Consiglio superiore della magistratura, criticata perché non ha inserito le Procure del Nord tra quelle operanti in aree ad alta densità mafiosa. Una lettura che, secondo don Ciotti, contrasta con quanto raccontano le inchieste e le sentenze.
"Pensando a Bruno Caccia c'è tanta inquietudine. Ci ha sorpreso questa lettura, le operazioni, le sentenze e i dati di Libera raccontano un'altra storia. Credo che questa scelta sia suicida, perché guarda altrove e si allontana dalla realtà e dai problemi reali. Le mafie qui ci sono. Non possiamo chiudere un occhio: abbiamo bisogno di tutti e due per guardare in faccia la realtà e invertire la rotta".
Parole che hanno chiuso una cerimonia nel segno del ricordo e dell'impegno civile, nel nome di un magistrato che ha pagato con la vita la sua battaglia contro la criminalità organizzata e la cui eredità continua ancora oggi a parlare alla città.













