Attualità - 16 luglio 2026, 13:15

Assistenza anziani, la denuncia della Cgil: "A rischio privatizzazione anche le cure a domicilio"

I vertici regionali di Spi, Fp e Cgil Piemonte bocciano le politiche della Regione e chiedono più risorse e tutele: "Non si può affidare la cura solo alle famiglie, serve un sistema pubblico e personale qualificato"

Assistenza anziani, la denuncia della Cgil: "A rischio privatizzazione anche le cure a domicilio"

Un attacco frontale alle politiche della Regione Piemonte sulla gestione della non autosufficienza e un forte allarme sul rischio di una progressiva privatizzazione dei servizi di assistenza. Enrica Valfrè (segretaria generale Spi Cgil Piemonte), Francesca Delaude (segreteria Fp Cgil Piemonte) e Luca Quagliotti (segreteria Cgil Piemonte) denunciano con forza come il sistema stia scivolando verso logiche di mercato a discapito dei diritti dei pazienti e dei lavoratori, chiedendo un cambio di rotta radicale.

"Il tema della non autosufficienza continua ad essere affrontato partendo dalla scarsità di risorse e non dal bisogno delle persone non autosufficienti, così come si continuano a confondere i bisogni assistenziali con patologie gravi e gravissime", spiegano i sindacalisti.

"La Regione Piemonte, già con la DGR 10, che si fa carico del costo del ricovero in RSA per 60 giorni, aveva risposto nel periodo post Covid alla crisi delle strutture per scarsità di ricoveri, senza preoccuparsi poi di cosa succede dopo i primi 60 giorni, ovvero ricoveri che quasi sempre proseguono con costi a carico delle persone non autosufficienti. Anche con la proposta di un nuovo modello di presa in carico della persona non autosufficiente, pur facendo riferimento alla legge 33, ci sembra che ancora una volta si voglia rispondere prima di tutto all'esigenza dei proprietari delle strutture, privatizzando di fatto un servizio che, se finanziato adeguatamente, può e deve rimanere in capo al pubblico".

Secondo i rappresentanti sindacali, "la centralità della persona e la necessità di interventi integrati non possono far venir meno il diritto alla cura sanitaria". Per questo pongono alcuni interrogativi centrali: "Restare a domicilio dev'essere una scelta e deve garantire appropriatezza della cura: affidare a caregiver famigliari, spesso donne ed a loro volta anziane, l'onere di una cura che richiede competenze specifiche è la scelta migliore per chi è non autosufficiente? Lasciar morire a casa senza assistenza adeguata è meglio che terminare la propria vita in una struttura?".

Il contesto sociale attuale, del resto, impone risposte diverse: "Sappiamo che non solo ci sono più anziani ed è aumentata l'aspettativa di vita, ma anche che la composizione delle famiglie sta cambiando; meno figli, anziani e anziane soli. Il tema per noi è quello di qualificare l'assistenza nelle strutture, dove sappiamo si viene ricoverati ad età molto avanzate e con pluripatologie complesse, cambiando i parametri ad oggi fermi al 2012, e rendere possibile rimanere a domicilio con il supporto necessario, cosa possibile anche per patologie complesse solo in presenza di assistenza sanitaria adeguata".

C'è poi il grande nodo del personale e delle condizioni di lavoro: "Occorre riconoscere che il lavoro di cura dev'essere ben retribuito, altrimenti continuerà ad esserci scarsità di operatori. Con quale personale pensano le strutture di garantire l'assistenza domiciliare se già oggi non trovano personale? Vogliono continuare ad assumere personale senza formazione specifica, ricordando che dopo il covid continuano ad operare in deroga operatori non formati? È questa l'assistenza e la cura che vogliamo per i nostri anziani, nelle strutture o a casa?".

Un pensiero va anche a chi si fa carico dell'assistenza quotidiana: "Pensiamo che sia importante anche occuparsi dei famigliari delle persone non autosufficienti, che non possono sentirsi moralmente obbligati ad assisterle magari per anni, rinunciando al lavoro e ad una vita dignitosa. Bisogna decidere, perché si può farlo, di stanziare più risorse per le persone non autosufficienti. Occorre dare valore al lavoro di cura, investendo sull'economia della cura e non sull'economia di guerra".

Infine, le richieste concrete alla Regione Piemonte: "E soprattutto, mentre si progetta un nuovo modello, bisogna garantire ciò che già le leggi prevedono: la quota sanitaria per tutti coloro che ne hanno diritto. In Piemonte, poi, per facilitare la possibilità di rimanere a domicilio, la legge regionale 10, oggi applicata solo a Torino, prevede la possibilità di riconoscere la quota sanitaria, ossia il 50% di quanto si spende, anche per l'assistenza domiciliare: estendere questo modello consentirebbe di rimanere a casa con un supporto maggiore. Serve un nuovo modello di assistenza e di cura per le persone non autosufficienti che le tuteli e che nello stesso tempo non dimentichi chi se ne occupa, caregiver e lavoratrici e lavoratori del settore. Utilizzare bene le risorse è doveroso, ma non si può far fronte a bisogni assistenziali e sanitari che crescono senza aumentare le risorse a disposizione. E non si può, fingendo di rispondere ai bisogni delle persone, lasciare che sia il privato a determinare le scelte".

Redazione

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