“Evidentemente la rincorsa a Vannacci sta prendendo la mano alla maggioranza di Giorgia Meloni e forse il ministro Valditara pensa alla remigrazione degli studenti, perché è sconcertante quanto letto questa mattina. Si pensi invece a realtà come Torino e non si minaccino chiusure o spostamenti”, afferma Gianna Pentenero, Presidente Gruppo PD Consiglio Regionale del Piemonte.
Una deriva ideologica e securitaria
“Le recenti dichiarazioni del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, incentrate sull’ipotesi di una circolare per introdurre un rigido tetto agli studenti stranieri in classe e sull’ennesima crociata securitaria contro il burqa (sulla quale il ministro farebbe bene a fornire dati precisi circa la reale presenza di alunne con velo integrale nelle aule italiane, evitando un’approssimazione che strizza l’occhio a pratiche intolleranti), confermano una deriva ideologica preoccupante che insegue i modelli più intransigenti della destra nazionalista”. È quanto dichiara Gianna Pentenero, capogruppo del Partito Democratico in Consiglio Regionale del Piemonte, commentando duramente il dibattito emerso sulla stampa nazionale dopo l’intervista del ministro Giuseppe Valditara.
Dietro alle parole di Valditara si cela chiaramente una logica di assimilazione e la sottesa rivendicazione di una presunta supremazia della cultura occidentale: un’impostazione che non può essere esplicitata perché in aperto contrasto con la Costituzione e con il principio costituzionale di pluralismo.
Il ministro dimostra di essere digiuno di pedagogia e storia della scuola
Il ministro appare ancora una volta drammaticamente digiuno di pedagogia. La scuola italiana ha compiuto un lungo e faticoso cammino evolutivo: si partì negli anni ’70 con la legge 517 introducendo il termine “inserimento”, per poi evolvere verso l'”integrazione” e, successivamente, l'”inclusione”: un concetto che continua giustamente a evolversi. L’Italia è partita storicamente più tardi rispetto ad altri Stati europei con le politiche per gli alunni stranieri, affrontando il dibattito fin dalle prime grandi ondate migratorie legate all’arrivo massiccio degli alunni albanesi (con la costa adriatica particolarmente coinvolta) e, in Toscana, coi migranti cinesi. Già all’epoca i governi di centrodestra (con le stagioni berlusconiane, la Gelmini e la Moratti) sollevarono interrogativi simili, ma mai con questo livello di aggressività e intolleranza.
Una ferma opposizione che si salda con quella espressa dai sindacati della scuola, come la FLC CGIL, contro una contrapposizione strumentale tra integrazione e inclusione. Mettere in discussione i principi costituzionali dell’accoglienza fingendo di ignorare che la normativa sul tetto del 30% (risalente all’era Gelmini) preveda già ampie flessibilità, serve solo a cercare un capro espiatorio per coprire i veri problemi strutturali: edifici scolastici fatiscenti, aule a 40 gradi senza climatizzatori e centinaia di migliaia di cattedre affidate ai precari.
La realtà di Torino: un modello d’inclusione che richiede risorse, non diktat
Per comprendere l’infondatezza e la pericolosità di queste misure calate dall’alto, basta guardare ai dati concreti del territorio torinese. A Torino e in Piemonte la scuola pubblica affronta quotidianamente la sfida della multiculturalità con straordinaria professionalità da parte di docenti, dirigenti ed educatori. La presenza di alunni stranieri tocca percentuali intorno al 35%, più di uno su tre.
In quartieri complessi e ricchi di energie come Barriera di Milano e Aurora, alcuni istituti comprensivi registrano percentuali di bambini con background migratorio che toccano il 77-78%. Di fronte a questa realtà, la risposta non può essere la chiusura o la minaccia di spostamenti coatti, bensì il rafforzamento dei servizi e della didattica. La lingua seconda, ad esempio, è un imprescindibile fattore di inclusione: il dibattito su di essa arriva da lontano, passando per i primi corsi di formazione istituiti storicamente da amministrazioni virtuose fino alle specifiche abilitazioni, alle funzioni strumentali d’istituto e alle commissioni intercultura nate grazie all’autonomia scolastica nelle zone più esposte ai flussi migratori.
Il fallimento della propaganda e la necessità di investire sui diritti
“Anziché brandire circolari punitive o inseguire miraggi di assimilazione forzata che negano l’identità di bambine e bambini che ogni giorno siedono tra i banchi delle nostre scuole – conclude Gianna Pentenero – il Governo farebbe bene a sostenere gli enti locali e le scuole con risorse economiche reali, organici stabili e progetti mirati di supporto didattico e di alfabetizzazione. Senza dimenticare che la vera coerenza istituzionale passerebbe per l’approvazione dello Ius Scholae: chi è italiano tra i banchi di scuola deve esserlo a tutti gli effetti anche di fronte alla Repubblica”.





