C’è una differenza sostanziale tra guardarsi allo specchio e sentirsi osservati da uno specchio. Per molti adolescenti e giovani adulti questa differenza è ormai scomparsa. Lo specchio non è più soltanto quello del bagno di casa: è lo schermo del telefono, la fotocamera frontale, il social network, il numero di “like”, il confronto incessante con immagini che sembrano reali ma che, molto spesso, non lo sono affatto.
Mai come oggi il corpo è stato così esposto al giudizio e mai come oggi tanti ragazzi hanno avuto la sensazione di non essere abbastanza. Da chirurgo plastico assisto ogni giorno a un cambiamento culturale che va ben oltre la medicina: nel mio studio non arrivano soltanto persone che desiderano correggere un difetto. Arrivano anche ragazze e ragazzi che chiedono di assomigliare a un filtro, a un influencer, a un volto visto centinaia di volte sullo schermo. Chiedono un naso “perfetto”, labbra “perfette”, zigomi “perfetti”. Quando però ci si ferma ad ascoltarli, si scopre che quasi mai stanno parlando davvero del loro naso o delle loro labbra.
Stanno parlando della paura di non piacere. Della sensazione di essere continuamente confrontati con modelli estetici irraggiungibili. Del timore di sentirsi esclusi. È questo il punto che, come medici, non possiamo ignorare. La chirurgia plastica è una disciplina straordinaria. Può correggere malformazioni congenite, riparare i danni di un trauma, ricostruire il corpo dopo una malattia, migliorare difetti che pesano sulla qualità della vita e, in casi selezionati, aiutare una persona a sentirsi finalmente in armonia con la propria immagine.
Ma è sbagliato trasformarla nella risposta automatica a qualsiasi insicurezza.
Il bisturi modifica un tessuto. Non modifica il rapporto che una persona ha con sé stessa. Questa è probabilmente la lezione più importante che ho imparato negli anni. Per ciò dico che il momento decisivo non è la sala operatoria. È il colloquio: ascoltare diventa spesso più importante che proporre un intervento. Capire se quella richiesta nasce da un desiderio autentico o da una sofferenza alimentata dai confronti continui. Comprendere se il paziente cerca davvero un cambiamento estetico oppure spera che quel cambiamento risolva problemi molto più profondi.
Non esiste un intervento capace di cancellare l’insicurezza, la fragilità o la paura di non essere all’altezza. Ecco perché il medico, talvolta, deve avere il coraggio di dire “no”.
Non è una rinuncia. È una forma di cura.
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Luca Spaziante
Chirurgo Plastico
Dirigente Medico SCU Chirurgia Plastica Ricostruttiva - AOU Città della Salute e della Scienza, Coordinatore degli ambulatori di Chirurgia Plastica, Ricostruttiva ed Estetica - GVM Clinica Santa Caterina, Torino, Direttore Scientifico - Art Beauty Clinic, Membro del Comitato Tecnico Scientifico - ACTO Italia e ACTO Piemonte.





