Il primo prodotto iscritto nel registro De.C.O. di Carmagnola non è un formaggio né un vino: è una pianta. A giugno la Giunta guidata dalla sindaca Ivana Gaveglio ha riconosciuto la De.C.O. alle varietà di canapa industriale «Carmagnola» e «CS», sigla di Carmagnola Selezionata, accogliendo la candidatura di Assocanapa, associazione nazionale per la canapicoltura nata proprio a Carmagnola nel 1998. Il Comune ne ha dato notizia il 23 giugno; la De.C.O. cittadina era stata istituita nel 2025.
Prima del via libera, una commissione tecnico-consultiva ha esaminato la documentazione storica e il disciplinare di produzione. Lo stesso Comune precisa che la denominazione non costituisce «una certificazione di qualità né una forma di tutela giuridica nazionale o europea»: è il riconoscimento del legame fra una comunità e il suo patrimonio. Per la sindaca, «un ponte tra memoria e futuro».
Quasi ottocento anni di canapa a sud di Torino
La canapa arrivò in Piemonte con i Romani, ricorda l'ente di gestione delle aree protette del Po piemontese, ma fu nel Medioevo che prese slancio nel Carmagnolese, grazie ai monaci cistercensi dell'abbazia di Casanova: la coltivazione è documentata dal 1235. Altrove nella regione la fibra andava soprattutto alle tele; a Carmagnola la pianta valeva prima di tutto per il seme, che si raccoglie dalle piante femminili. La Carmagnola è infatti una varietà dioica, con individui maschili e femminili separati.
Nell'Ottocento, scrive il Comune, furono corderie, filande e commerci della fibra a portare la città al suo «massimo splendore». E l'Italia, secondo Coldiretti, fino agli anni Quaranta del Novecento era con quasi 100 mila ettari il secondo produttore mondiale di canapa, dietro soltanto all'Unione Sovietica. Poi l'arrivo delle fibre sintetiche, fra le altre cause, chiuse quella stagione.
L'ultimo «sentè» e il mestiere dei cordai
Il cuore di questa tradizione è Borgo San Bernardo, l'antico Viurso, che dal Seicento si specializzò nei cordami e per questo è chiamato «Borgo dei Cordai». La prima fabbrica di corde per le truppe dei Savoia vi aprì nel 1617; nel Settecento le corde carmagnolesi si vendevano oltralpe, al punto che alcuni «mastri cordai» emigrarono in Francia. Nel 1846 arrivò la tettoia del mercato della canapa e nel 1886 i cordai fondarono la loro Società operaria di mutuo soccorso.
Le corde nascevano nei «sentè», tettoie strette e lunghissime, veri sentieri coperti in cui si lavorava la fibra. L'ultimo rimasto risale al 1905, fu usato fino a metà degli anni Cinquanta e dal 1998 ospita l'Ecomuseo della Cultura della Lavorazione della Canapa, realizzato dal Comune con la Provincia di Torino in via Crissolo 20. Il percorso segue le fasi del lavoro, attrezzo dopo attrezzo: qui, per anni, gli ex lavoratori delle corderie hanno mostrato ai visitatori cardatura, filatura e torcitura; dal 2021, venute meno quelle maestranze, il racconto è affidato anche a pannelli e contenuti multimediali. All'aperto, il mestiere ha lasciato tracce nelle case del borgo e nella campagna intorno, segnata da rivi, fossi e maceratoi.
Dal seme alla varietà
Se la corda è la memoria, il seme è la parte viva di questa storia. Per il Comune la Carmagnola, detta anche «Gigante di Carmagnola», e la CS sono fra i patrimoni genetici più preziosi della canapa industriale del Paese; la seconda è nata selezionando la prima sui caratteri che contano per la fibra. Assocanapa chiama la Carmagnola la «madre» della canapicoltura italiana.
Tenere in vita una varietà significa riprodurne il seme. La società legata ad Assocanapa è stata riconosciuta ditta sementiera nel 2003 e per circa vent'anni, rivendica l'associazione, ha moltiplicato Carmagnola e CS; oggi quell'esperienza è raccolta da un'azienda piemontese che coltiva le piante da seme sulle colline del Monferrato. Nel 2025, racconta Assocanapa, caldo e siccità hanno fatto perdere numerosi ettari, ma la stagione si è chiusa con un raccolto discreto, con il ritorno in campo della CS, che mancava dal mercato da quattro anni, e con una germinabilità sopra la soglia di legge del 75%. Il bollino De.C.O. sui sacchi del seme certificato, aggiunge, serve anche a difendere le due varietà dalle contraffazioni subite di recente.
Il seme certificato è il passaporto di ogni coltivazione. La Commissione europea ricorda che, per ricevere i pagamenti diretti della Politica agricola comune, gli agricoltori devono usare semente certificata di varietà iscritte nel catalogo comune europeo e con un contenuto di THC non superiore allo 0,3%: nel 2024 il catalogo ne contava 116. Le parole si confondono spesso, ma è da qui, dal campo, che conviene partire per capire cosa distingue la canapa industriale dalla marijuana: varietà registrate, seme tracciato, THC misurato.
Fibra, semi, edilizia e fiori: la canapa di oggi
Dalla pianta, elenca Assocanapa, si ricavano semi, olio, fibra e canapulo, destinati a tessile, alimentazione, bioedilizia, carta, cosmetica e biocompositi: il canapulo, la parte legnosa dello stelo, mescolato alla calce diventa mattone. Nell'Ue la superficie coltivata a canapa da fibra è passata, secondo la Commissione, da 20.540 ettari nel 2015 a 33.020 nel 2022; la Francia vale oltre il 60% della produzione.
Il ramo più recente, e il più discusso, è quello delle infiorescenze: le cime di cannabis light a basso contenuto di THC che negli ultimi anni hanno trovato un mercato anche online. È un mondo lontano dalle corde di San Bernardo, ma dice quanto si sia allargato il perimetro di una pianta che qui, per secoli, ha significato seme e fibra.
Assocanapa considera la De.C.O. un punto di partenza: l'obiettivo è una filiera completa, dal seme all'agricoltore, dalla trasformazione al mercato. Chi vuole vedere da dove tutto è cominciato trova l'ecomuseo aperto da aprile a ottobre, luglio e agosto esclusi, il sabato e la domenica pomeriggio, sotto l'ultimo sentè del borgo.
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