Alfredo Francesco Cossu e Shalana Santana sono tra i protagonisti del film di Massimiliano Gallo, La Salita, che sarà presentato oggi all’interno dell’11^ edizione di EVisioni, la rassegna che si svolgerà al Campus Einaudi con la direzione artistica di Claudio Sarzotti. Ambientato nella Napoli di inizio anni ’80, il film racconta della primo spettacolo teatrale allestito in un Istituto Penitenziario Minorile italiano avvenuto nel Carcere minorile di Nisida.
Maria, simbolo di speranza
Shalana Santana veste i panni dell’educatrice Maria. “L’unica figura femminile fino all’arrivo delle detenute ed è l’unica a dare un po’ di speranza a questi ragazzi. È una donna che ho immaginato senza figli, non sposata, perché come spesso accade alle persone che operano in questi luoghi dedicano tutta la loro vita al lavoro. Ho conosciuto l’educatrice che lavorava in quegli anni nell’istituto, è venuta alla prima del film ed era contenta perché era molto vicina a come l’ho interpretata”.
Assente dalle scene da alcuni anni, Santana ha scelto un progetto in cui crede fortemente per tornare sul set. “Il personaggio di Maria era molto nelle mie corde , mi sono divertita tanto. Ho lasciato il lavoro per seguire bene mio figlio, avevo deciso di fermarmi e non vedevo l’ora di ricominciare. È stato un set pacifico, bello, con tanti professionisti che hanno lavorato perché credevano nel progetto”.
Un progetto che ha sempre più importanza in un mondo che vede la violenza come una notizia di tutti i giorni, cui quasi non fare più caso.
“Abbiamo visto tutti la notizia di quel padre al Vomero che per difendere le due figlie è stato aggredito da un branco di ragazzi. Ma è qualcosa che può succedere in qualsiasi città. Le notizie ormai scorrono troppo veloci quasi con superficialità. Ci sono sempre stati i ragazzi violenti, ma c’è una mancanza di empatia davanti al dolore degli altri. Nessuno nasce cattivo però essendo madre di un 14enne cerco di capire perché succede questa cosa, come ci finisci in carcere”.
“Il film oggi sta girando le scuole - aggiunge Santana - ed era il nostro obiettivo. Credo che l’arte sia l’unica che ti può salvare, mi considero una prova vivente: sono nata in posto poverissimo del Brasile, ma leggevo tanto, guardavo foto e quadri, volevo vedere quelle cose da vicino. Se non hai mai conosciuto qualcosa non sai nemmeno se sei portato”.
La cultura come antidoto alla devianza
La cultura insieme all’attenzione della società può sopperire alle mancanze che si trovano ad affrontare i giovani oggi. “Un lavoro che dobbiamo fare noi adulti in primis. Se non hai riferimenti li vai a cercare da un’altra parte, non c’entra il contesto sociale, capita al figlio del medico e al figlio del parcheggiatore. Maria cerca di essere proprio uno di questi punti di riferimento”.
Emanuele, solitario e disilluso
Alfredo Cossu, al suo primo lungometraggio, sotto la regia di Gallo interpreta Emanuele, un ragazzo orfano che vive in insieme alla zia. “Emanuele è molto solo e disilluso, non ha sogni, non ha prospettive, non ha chi gliele mostra e non si pone domande. È rassegnato. La noia è la condizione sine qua non del carcere ed è come se Emanuele lo accettasse, senza voler cambiare”.
In carcere tuttavia avviene il paradosso. Emauele trova chi lo aiuta, una figura paterna e un gruppo di amici con cui trascorre le giornate e la svolta con l’arrivo delle detenute e l’incontro con Beatrice. “Per lui rappresenta la femminilità che non conosce, è davvero una donna angelo dantesca”.
Da qui comincia per il giovane un percorso che sa già essere tutto “in salita” per l’appunto. “Il percorso che un ragazzo deve fare all’interno del carcere è in salita, ma lui deve volere questo riscatto sociale”.
Una storia attorno a De Filippo
Perno della storia, l’impegno del senatore Eduardo De Filippo per la situazione nelle carceri italiane. “Eduardo ha prospettato ai ragazzi qualcosa di nuovo, ha permesso loro di sorridere - spiega Cossu -. Ho avuto a che fare con i ragazzi di Nisida, sono giovani che hanno situazioni difficili alle spalle. Il teatro può essere uno stimolo e oggi servirebbe un modello Eduardo. Le attività da svolgere in carcere non dovrebbero essere solo un modo per passare il tempo, ma qualcosa che quando è finito il tempo di reclusione, possa portare a riconoscere gli stessi stimoli al di fuori di quelle quattro mura. Solo così diventa recupero e reintegro”.





