Economia e lavoro - 04 agosto 2026, 07:00

Lingotto Fiere, il motore silenzioso degli eventi torinesi: come nasce uno stand

Quando un padiglione del Lingotto apre le porte al pubblico, il lavoro vero è già finito da qualche giorno

Lingotto Fiere, il motore silenzioso degli eventi torinesi: come nasce uno stand

Quando un padiglione del Lingotto apre le porte al pubblico, il lavoro vero è già finito da qualche giorno. È stato fatto di notte, con i muletti, in un quartiere fieristico vuoto che assomiglia più a un cantiere che a una vetrina. È la parte del sistema fieristico torinese che nessun visitatore vede, e che vale una fetta non trascurabile dell’economia della città.

Un quartiere che pesa sull’economia cittadina

Il complesso del Lingotto, l’ex fabbrica riconvertita a polo espositivo, è oggi uno dei principali quartieri fieristici del Nord Ovest: circa centomila metri quadrati tra padiglioni e Oval, l’impianto nato per le Olimpiadi invernali del 2006 e poi riconvertito a spazio espositivo. Ci passano nel corso dell’anno manifestazioni molto diverse tra loro, dalle rassegne dedicate alla casa e al design ai congressi scientifici internazionali, fino agli appuntamenti sul libro e sull’arte contemporanea.

Il tema è tornato d’attualità in queste settimane per ragioni che con l’allestimento non c’entrano nulla e che però ne condizionano il futuro: la gestione è in capo a GL events, ma è in corso l’intesa firmata a luglio per riportare il quartiere in mani torinesi, con Camera di commercio e Compagnia di San Paolo intenzionate ad acquisire e riqualificare il complesso. Qualunque sia l’esito, la partita si gioca sull’attrattività: più eventi grandi significa più espositori, e più espositori significa più lavoro per una filiera che a Torino è raramente sotto i riflettori.

La filiera che si nota solo quando manca

Dietro ogni manifestazione lavorano mestieri che quasi mai compaiono nel comunicato stampa: progettisti dello spazio espositivo, falegnamerie e carpenterie, service audio, luci e video, aziende di facchinaggio, trasportatori, elettricisti abilitati a lavorare in quartiere, addetti alla sicurezza. Nei giorni di montaggio di una fiera media si muovono nel quartiere centinaia di persone in una finestra temporale di due o tre giorni, spesso lavorando su turni notturni per rispettare i tempi di consegna degli spazi.

È un indotto che si distribuisce su un raggio ampio. Molti degli operatori che allestiscono al Lingotto non sono torinesi: arrivano dall’Emilia Romagna, dal Veneto, dalla Lombardia, cioè dai territori dove i quartieri fieristici storici hanno fatto nascere negli anni un tessuto di aziende specializzate. Per l’espositore questo si traduce in una scelta che raramente considera all’inizio: affidarsi a chi conosce quel padiglione o a chi costa meno.

Come nasce davvero uno stand

Il percorso è più lungo di quanto sembri. Si parte da un brief che è commerciale prima che estetico: quanti contatti servono, quante persone staranno in stand, se serve un’area riservata per le trattative, se il prodotto va toccato o solo guardato. Da lì nasce il progetto, poi il disegno esecutivo, poi la produzione, che nella maggior parte dei casi avviene lontano da Torino, in officina, dove la struttura viene costruita e montata “in bianco” per verificare che tutto combaci.

Le aziende che realizzano allestimenti fieristici a Torino lavorano quasi sempre così: preassemblano, collaudano, smontano, caricano e ripartono. Il montaggio in quartiere è la fase più esposta, perché è vincolata al regolamento della manifestazione, alle finestre orarie per l’accesso dei mezzi, ai limiti di altezza del padiglione, ai punti di attacco per l’energia elettrica e alle certificazioni dei materiali in materia di reazione al fuoco. Un errore di misura scoperto in officina costa qualche ora; lo stesso errore scoperto al Lingotto, a due giorni dall’apertura, costa molto di più.

Cosa cambia per un’impresa piemontese che decide di esporre

Per una PMI che espone per la prima volta, il conto non si esaurisce nella struttura. Alla voce principale si sommano l’affitto dell’area, gli allacci tecnici, l’assicurazione, il facchinaggio, la pulizia quotidiana, l’eventuale arredo e i costi di trasferta del personale. È la ragione per cui i preventivi apparentemente simili si rivelano molto diversi: cambia quanto è compreso, non quanto costa il legno.

Il secondo fattore è il tempo. Progettare uno stand su misura richiede settimane, non giorni: chi si muove a ridosso della manifestazione finisce quasi sempre su una soluzione preallestita, corretta dal punto di vista pratico ma indistinguibile da quella del vicino di corsia. Il terzo fattore, il meno considerato, è cosa succede dopo: una struttura pensata per essere smontata e rimontata in un’altra fiera trasforma un costo a perdere in un investimento spalmato su più edizioni.

Se il progetto di rilancio del Lingotto andrà in porto e il calendario torinese si arricchirà di appuntamenti internazionali, sarà questa la differenza tra le imprese che dalla fiera tornano con una lista di contatti e quelle che tornano con una fattura.


 

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