Copertina - 01 settembre 2026, 00:00

MATTEO NEGRIN: “In una regione Torino-centrica, noi puntiamo i riflettori sui palcoscenici dei territori”

Il direttore di Piemonte dal Vivo guarda al futuro parlando di divulgazione, rigenerazione urbana e nuove generazioni: “La cultura è un servizio pubblico. Se un paese ha una scuola e un ospedale, deve avere anche un teatro”

MATTEO NEGRIN: “In una regione Torino-centrica, noi puntiamo i riflettori sui palcoscenici dei territori”

Negli ultimi anni Piemonte dal Vivo si è affermato come uno dei principali circuiti nazionali dello spettacolo dal vivo. Con 139 spazi coinvolti, centinaia di compagnie ospitate e una presenza capillare sul territorio regionale, nel 2026 è riuscito a ottenere il riconoscimento più alto del Ministero della Cultura: è infatti stato riconosciuto come primo Circuito Multidisciplinare d’Italia nella graduatoria del Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo. Un percorso che proprio in questi giorni trova una nuova conferma con l'organizzazione – per la prima volta nella nostra regione – della NID Platform, la più importante vetrina della danza contemporanea italiana, dall'1 al 4 settembre tra Collegno, Moncalieri, Torino e Venaria Reale. A raccontarci la crescita e il futuro di Piemonte dal Vivo è il suo direttore, Matteo Negrin.

Lei è alla fine del secondo mandato, qual è stato il momento più soddisfacente vissuto alla guida di Piemonte dal Vivo?

“Senza dubbio l'assegnazione della NID Platform, perché rappresenta il riconoscimento di tutto il lavoro svolto in questi anni”.

Ci racconti lo scopo di Piemonte dal Vivo.

“Piemonte dal Vivo è il circuito regionale dello spettacolo dal vivo e opera in tutto il Piemonte, esclusa la città di Torino. Per una regione come la nostra, che è senza dubbio Torino-centrica, è una missione fondamentale. Pensate ad altre regioni, sono quasi tutte policentriche come la Toscana o la Puglia: qui da noi c'è un grande polo che attira tutto e poi tanti territori più piccoli. Il nostro compito è contribuire a riequilibrare l'offerta culturale, portando spettacoli di qualità ovunque”.

Qual è in concreto, il vostro ruolo?

“Siamo il soggetto che programma e ospita gli spettacoli dal vivo: teatro di prosa, danza, musica, circo contemporaneo e teatro di figura. Ma non solo: diciamo tutto ciò che può accadere dal vivo davanti a un pubblico. Nel 2025 abbiamo realizzato circa 850 recite in 139 spazi del Piemonte, raggiungendo quasi 150mila spettatori. In concreto, andiamo a operare in piccoli centri dove i Comuni hanno magari gli spazi ma non dispongono delle risorse necessarie per sostenere una programmazione culturale di qualità. Noi affianchiamo le amministrazioni locali, assorbendo il divario economico che esiste tra il costo di uno spettacolo professionale e il limitato numero di spettatori che un piccolo teatro può ospitare”.

Perché è importante portare il teatro nei piccoli comuni?

“Perché la cultura è un servizio essenziale per la qualità della vita. Un piccolo paese deve avere una scuola, un ospedale di riferimento e, per quanto ci riguarda, anche un teatro. Sono i cosiddetti teatri di prossimità: luoghi che contribuiscono a mantenere vive le comunità e contrastano lo spopolamento. L'obiettivo è permettere alle persone di vivere esperienze culturali significative all'interno della propria comunità, senza essere costrette a spostarsi sempre verso i grandi centri”.

Lei parla di spazi comunali, ma che ruolo possono avere i teatri parrocchiali e più piccoli?

“Per noi rappresentano una componente importantissima del tessuto culturale. Attraverso progetti come "Corto Circuito" lavoriamo anche con queste realtà. Il loro valore sociale è enorme. Sono presidi culturali e luoghi di relazione. Molto spesso svolgono una funzione che va ben oltre lo spettacolo”.

Che tipo di sostegno offrite alle compagnie piemontesi?

“Lavoriamo esclusivamente con compagnie professioniste. Nell'ultimo anno il circuito ha programmato 297 compagnie, di cui 78 piemontesi. Per le realtà amatoriali, che io preferisco definire 'non ancora professionali' abbiamo invece sviluppato percorsi di accompagnamento, come il progetto "Performing+", che non intervengono sul piano artistico ma su quello tecnico, organizzativo e gestionale. L'obiettivo è aiutarle a costruire tutti i requisiti necessari per accedere al professionismo”.

E il teatro dialettale, che ruolo ha oggi?

“Sopravvive come un fiume carsico, sottotraccia. Manca nuova scrittura, c’è molto repertorio. Ma il suo valore sociale è enorme: una comunità che coltiva la propria lingua crea coesione”.

In che modo, invece, sostenete le nuove generazioni di artisti?

“Attraverso attività di scouting e accompagnamento. Partecipiamo a tutte le principali vetrine nazionali, da Next a Milano ad Anticorpi XL per la danza, fino ai contesti dedicati ai linguaggi emergenti. In questo modo osserviamo il talento in tempo reale. Esistono poi strumenti specifici come Hangar Piemonte, che lavora sulle competenze manageriali, e la Lavanderia a Vapore di Collegno, che rappresenta un centro di creazione dedicato alla danza contemporanea. Qui la parola chiave è 'cura': accompagnare gli artisti nel loro percorso di crescita”.

Che rapporto avete con il mondo della scuola?

“Fortissimo. Organizziamo numerose recite scolastiche e lavoriamo in stretta collaborazione con il sistema educativo. Per noi la formazione del pubblico inizia proprio dalle nuove generazioni. Consentire ai ragazzi di incontrare il teatro e lo spettacolo dal vivo significa investire sul futuro culturale dei territori”.

Come si fa, all'interno di uno stesso cartellone, a far convivere grandi nomi e proposte meno conosciute?

“Si fa attraverso il rapporto di fiducia con il pubblico. Noi non facciamo mai una distinzione tra città e paesi. Sappiamo che un nome molto noto genera un richiamo immediato, ma all'interno dei sistemi di abbonamento possiamo valorizzare anche artisti emergenti o meno conosciuti. Non si tratta di mascherare un prodotto, ma di instaurare una relazione stabile con gli spettatori. Chi si abbona accetta di fidarsi della programmazione e di fare qualche scommessa. I risultati ci stanno dando ragione: nell'ultima stagione gli abbonati sono cresciuti del 34%”.

Il pubblico è prevalentemente locale?

“In gran parte sì, ma con dinamiche interessanti. Chi vive nei territori extraurbani è naturalmente più abituato a spostarsi e a farlo in auto. Questo ci ha permesso di sviluppare formule innovative come gli 'abbonamenti plus'. Penso al caso di Vigone, che ha un teatro molto piccolo ma una comunità estremamente attiva. Grazie a un sistema integrato con il Teatro Sociale di Pinerolo, gli spettatori possono ampliare la propria esperienza e seguire spettacoli in entrambe le sedi. Abbiamo trasformato una potenziale debolezza in un punto di forza”.

Parliamo della NID Platform. Torino è diventata la città della danza?

“Sì, e non è un caso. Mentre il teatro di prosa vive una fase più stabile, la danza è oggi uno dei linguaggi artistici che si evolve più rapidamente. Torino ha sempre avuto una vocazione verso l'innovazione e nella danza ha trovato uno strumento ideale per dialogare con il mondo. La danza permette di costruire relazioni internazionali senza la barriera della lingua. Per questo molti soggetti culturali torinesi hanno investito competenze e risorse in questo settore. Il riconoscimento internazionale di manifestazioni come Torinodanza dimostra che questa scelta è stata lungimirante”.

Che significato ha ospitare la NID Platform?

“La Nid è la principale mostra-mercato della danza italiana e ogni anno cambia città. Essere stati scelti significa ricevere un importante riconoscimento nazionale. Non è soltanto un grande evento culturale: è la conferma che Torino e il Piemonte sono oggi punti di riferimento per la danza contemporanea”.

Quanto conta, per una realtà come la vostra, il sostegno della Regione Piemonte?

“Moltissimo. Piemonte dal Vivo è una fondazione partecipata al 100% dalla Regione Piemonte e il rapporto è estremamente virtuoso. Grazie al contributo pubblico riusciamo ad attivare ulteriori risorse, dagli incassi ai finanziamenti complementari, moltiplicando l'investimento iniziale. È un modello che funziona e produce valore sul territorio”.

Qual è, secondo lei, la sfida più urgente per lo spettacolo dal vivo?

“Ricordarsi che è un bene pubblico. Io vengo dal mondo della musica e vedo chiaramente come, in molti ambiti, stiano scomparendo gli spazi intermedi tra il garage e lo stadio. Questo rischia di allontanare la cultura dalla vita quotidiana delle persone. Gli spazi culturali dovrebbero essere frequentati più volte alla settimana: la cultura non può diventare un privilegio per pochi o un'esperienza occasionale, ma deve restare un elemento ordinario della vita collettiva”.

Parliamo di Torino. Posso chiederle come lei vive la città nel suo quotidiano?

“Io sono stato il primo della mia famiglia a nascere a Torino, ma continuo a considerare questa città una scoperta quotidiana. Vivo a San Salvario e ho un rapporto molto radicato con il quartiere. Qui si respira ancora una dimensione da borgo. Il mio teatro del cuore è inevitabilmente il Baretti. Quando San Salvario non era ancora il quartiere della movida, il Baretti era una luce accesa nella notte, un presidio culturale fondamentale”.

Se dovesse consigliare ai torinesi un'esperienza culturale da fare almeno una volta nella vita?

“Andare a vedere sorgere l'alba nella Galleria di Diana alla Reggia di Venaria. È un'esperienza straordinaria, resa possibile dal lavoro di Chiara Teolato. Ogni volta che mi trovo lì penso che quando ero ragazzo, in quegli spazi, c'era un gommista e si andava a cambiare le gomme dell'auto. È la dimostrazione concreta di come un luogo possa rinascere”.

Quindi la cultura può davvero rigenerare un luogo?

“Assolutamente sì. L'esempio più evidente è la Lavanderia a Vapore di Collegno, ospitata nell'ex ospedale psichiatrico. Non mi interessa la semplice trasformazione di uno spazio in un museo. Mi interessa la sua risignificazione attraverso la vita e la creatività. Lo spettacolo dal vivo cambia completamente il senso di un luogo: un ambiente nato come spazio di costrizione diventa uno spazio dedicato alla libertà creativa. I luoghi non si rigenerano musealizzandoli, ma facendoli vivere attraverso le comunità che li attraversano ogni giorno”.

Come immagina Torino tra dieci anni?

“La grande sfida sarà il nuovo polo culturale del Valentino. Si troverà in una posizione straordinaria, immersa nel verde e affacciata sul fiume, in un luogo già frequentato da studenti, famiglie, sportivi e cittadini. Se riuscirà a realizzare tutte le sue potenzialità, potrà diventare un autentico motore culturale della città, con una funzione paragonabile a quella svolta da alcune grandi istituzioni europee”.

E il Piemonte?

“In questo caso la sfida è evitare di considerarsi una periferia. Il Piemonte deve continuare a dialogare con l'estero. Il miracolo di Alba, ancora prima di Slow Food e Ferrero, è stato capire quanto fosse importante costruire relazioni internazionali. Ogni territorio piemontese possiede il proprio 'tartufo', inteso come qualcosa di unico e distintivo. Non è necessariamente un prodotto materiale, ma un patrimonio culturale, creativo o identitario da valorizzare e mettere in relazione con il resto del mondo. Questo è il futuro”.

Daniele Angi

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