Cultura e spettacoli | 06 giugno 2021, 08:47

Persone. E quell'ultima spiaggia che ci "deve" ricordare chi siamo

Non sarebbe bello se un giorno non servissero più foto sconvolgenti, scatti violenti, corpicini senza vita riversi sulla sabbia per ottenere reazioni di petto?

Ragazzo marocchino in mare, tenuto a galla da bottiglie di plastica - Ceuta (Spagna) 19/05/2021, Jon Nazca

Ragazzo marocchino in mare, tenuto a galla da bottiglie di plastica - Ceuta (Spagna) 19/05/2021, Jon Nazca

Il 10 dicembre 1948, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Agli articoli 6 e 7, essa recita:

"Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica".

"Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, a una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto a una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione".

Breve ricapitolatio: qualsiasi persona gode della protezione legale, necessaria alla propria libertà ed emancipazione, ovunque si trovi. Ciò si traduce in doveri e diritti. Inoltre, il principio d’uguaglianza permette lo svolgersi di una giustizia equa, pro e contro il suddetto soggetto.

Discriminazione, tuttavia, è un concetto che parte da dentro, da un valore “umano” non riconosciuto; una società imperfetta, che quasi mai possiede armi abbastanza capillari per agire a monte, sull’educazione dell’anima, cerca dunque di sopperire a questo gap tramite una legge scritta. E condivisa, teoricamente.

Esiste un confine labile, opaco in certi casi, tra sapere ciò che è giusto e scegliere di praticarlo.

Una differenza sostanziale a contrapporre conoscenza analitica (sterile) e coscienza allenata (fertile). Allenata a cosa, vi chiederete? Alla volontà. Di agire, dire, gridare, protestare.

Un'eterna lotta, quella tra modus operandi attivo e passivo; potremmo descriverla facilmente con espressioni contrapposte di uso comune, spesso veri e propri ossimori: “indifferenza vs azione”, “artificiale vs naturale” e il gettonatissimo “mente vs cuore”.

In effetti la sola conoscenza (mente), non scaturita da esperienza diretta né davvero interiorizzata tramite processi di partecipazione emotiva (cuore), finisce con l’esaurirsi presto, in termini concreti. Sta lì, ristagna, ogni tanto gorgoglia per poi tornare giù, risucchiata nello scarico dall’imponenza delle priorità. Dal peso di ciò a cui abbiamo scelto di dare energia, spazio e tempo. Al contrario, laddove esiste empatia e curiosità (sì, persino quella macabra) nei confronti di realtà lontane quanto rumorose, “scomode”, si sviluppa la coscienza, quel movimento viscerale che rende impossibile ignorare sentimenti, cose o persone. Che ci prende a schiaffi fin quando smettiamo di chiudere gli occhi

E di persone parliamo oggi, cari amici. Perché non c’è argomento di cui si discuta così tanto eppure così poco.

Non sarebbe bello se un giorno non servissero più foto sconvolgenti, scatti violenti, corpicini senza vita riversi sulla spiaggia per ottenere reazioni di petto? Che, paradossalmente, provengono spesso da cittadini inorriditi non troppo dall’immagine in sé quanto dall’averla condivisa senza curarsi del “buon gusto”, della buona creanza. “Non sono scene adatte al pubblico, urtano la sensibilità”, si difendono, quasi fosse inaccettabile che la verità fosse rivelata senza peli sulla lingua, una volta tanto. Quasi non fossero preparati alla manifestazione concreta di ciò che conoscono ma non sentono (ricordate il discorso iniziale?!), a spiccare tra tutti l’esodo dei migranti verso l’Europa.

Qualche giorno fa, scorrendo un quotidiano, ho letto, masticato e digerito una riflessione, che è rimasta piantata talmente in profondità in me da non sapere più dove; vorrei farvene “dono”, oggi, parafrasandola. Immaginatela come quel frullatore a immersione ricevuto per Natale o la sciarpa cucita a mano dalla nonna: non bella, utile.

Basilarmente, il giornalista rivendicava il diritto alla pubblicazione d’immagini molto crude, sostenendo che le parole non sono mai bastate, non bastano e non basteranno. Che bisogna guardare.

È infatti impossibile che un lettore reagisca in ugual modo leggendo il titolo "Bambini morti sulla costa di Zuwara" e vedendo le fotografie stesse di quei bambini. Non si tratta di voler fare a tutti i costi sensazionalismo facile né di voler alimentare quell’attrazione malata verso la tragedia (altrui). Si tratta di DOVER FORZARE le nostre barriere emotive, prima che siano talmente alte da soffocarci il cuore.

La prima reazione? Esserne sconvolti e non sapere cosa fare. Ecco perciò scattare “strategie inconsce di salvaguardia dell’equilibrio psichico”, il giornalista usa proprio quest’espressione. La tragedia ci sovrasta, esplode il disagio perché sembra non ci sia nulla da fare; allora dimentichiamo e in fretta, arrivando addirittura a riversare la nostra impotenza su chi ha scattato quelle prove visive, su chi si è preso la responsabilità di diffonderle, non a cuor leggero. Blaterando di lesa dignità. Ma di quale dignità parliamo, visto che a quei corpicini senza vita sulla sabbia non ne hanno lasciata neppure un granello?!

La colpa non è da imputare alle immagini. Non è vero che anestetizzano: ogni volta producono emozioni. Ma sta qui l’inghippo, perché ai sentimenti segue il nulla, perché non producono ciò che dovrebbero. La colpa non è delle fotografie, bensì di un’Europa che non sa più offrire un’etica della responsabilità.

Speriamo almeno che, al suo posto, possa fungere da molla la vergogna. Paradossale, poco ortodosso, ma ultima spiaggia al punto in cui siamo. Che se non mossa dall’empatia, la macchina politica si muova per lo meno per non “rimetterci la faccia”, per paura del giudizio, per porre fine a questo immorale scaricabarile. E che, finalmente, la terza legge della dinamica possa trovare attuazione. Se ad azione corrisponde reazione, a richiesta d’aiuto DEVE corrispondere mano tesa.

Ora, a proposito di persone (migranti indica solo il loro spostarsi, non dimentichiamolo), vorrei intervistare una donna che ha fatto dell’impegno sociale verso la consapevolezza e il rispetto reciproco la sua personale lotta.

Immacolata Schiena, poetessa e insegnante torinese, autrice di antologie dedicate ai temi caldi della violenza di genere e dell’immigrazione. Donna di grande sensibilità e concretezza.

Ciao Imma e benvenuta! Sono onorata di averti come ospite e portavoce; ti andrebbe di raccontare ai nostri lettori del tuo percorso civico-sociale e del perché non hai lasciato semplicemente che “se ne occupasse qualcun altro”?

Ci sono incontri che ti segnano la vita. Dapprima uno studente di origine afgana, di cui ho conosciuto la storia personale. In seguito, tre anni fa, un artista siriano che mi spiegava delle difficoltà a lavorare a causa della guerra e m’inviava foto delle sue opere: specchio della triste realtà. Dopo avermi chiesto espressamente di aiutarlo, ho deciso di non tirarmi indietro; ho amici che sono scappati dalla guerra, non sopporto le ingiustizie sociali per istinto e sento su di me la responsabilità di fare ciò che posso con tutto quello che ho a disposizione, compreso il mio lavoro. L’impegno civico oggi, ci deve spingere a guardare oltre i nostri confini. Come donna, come lavoratrice, come emigrante, conosco sulla pelle le conseguenze della discriminazione e quelle che i pregiudizi possono produrre. Ho smosso un po' il mondo artistico organizzando mostre con tematiche sociali, per sensibilizzare e per beneficenza. Ho cominciato presso associazioni culturali a Torino, poi con enti a Nichelino (TO), ancora con librerie. Devo dire che tantissimi artisti hanno risposto ai miei inviti e si è creato un vero ponte di solidarietà. Sono diventata un altoparlante per chi non riesce a far sentire la propria voce.

Quali progetti e associazioni hanno segnato un punto di svolta dapprima nella tua percezione della realtà e, in secondo luogo, nel tuo desiderio di comunicare un messaggio chiaro?

Ho cercato sul territorio torinese associazioni impegnate nella “questione migranti”; volevo comprendere meglio la condizione di queste persone, che lasciano tutto pur di vivere: l’unica alternativa è infatti morire. Ho conosciuto così la Comunità di S. Egidio e la Fondazione Migrantes. Faccio la volontaria e ho potuto constatare che questa realtà è molto attiva, in città. Opera a 360 gradi a sostegno dei poveri e dei bisognosi. Accoglienza, assistenza, homeless. La responsabile della Comunità mi ha accompagnato nelle presentazioni del mio libro, che è una lente d’ingrandimento sulla violazione dei diritti umani. Ho devoluto il ricavato delle vendite e, insieme a lei, continuo a diffondere un messaggio di accoglienza. Con le parole si può creare un ponte concreto! Avvicinandomi a realtà diverse, talvolta molto povere e scendendo in piazza con loro, ho sempre ricevuto in cambio qualcosa. Ho imparato, ad esempio, che il vero “povero” è colui che non vede e ha paura di tutti. Sì: resistenza all’odio per diffondere amore e accoglienza.

Perché portare in piazza le esperienze umane, i volti e i nomi di migliaia di migranti e, in generale, di qualsiasi essere umano defraudato della dignità, può fare la differenza?

La differenza la fa poter parlare per Moussa Balde, Aylan Kurdy, George Floyd, Liliana Segre, Silvia, Achraf. Siamo persone. Conoscere il nome delle persone significa riconoscerne la dignità e quindi il diritto alla vita. Parlo a nome di esseri umani lesi nei loro diritti. Avere pietas o, se più vi piace empatia, può davvero cambiare le sorti della partita, come spiego nel mio testo “Il profumo della libertà”. La libertà è preziosa perché ci consente di volgerci verso l’altro. Attraverso essa, nella pace, ciascuno può realizzare se stesso. La differenza la fa questa volontà di tutelare il diritto di ciascuno nell’essere uomo libero. Ci sono persone che tristemente non hanno mai conosciuto libertà, poiché viviamo in un mondo dove al potente basta alzare la voce per imporsi. Quando scendo in piazza per leggere poesie, sono consapevole di prestare la voce a quei deboli. Sto con i deboli, con i lesi. La differenza la fa questa mia consapevolezza: io sono povera, io sono donna, io sono emigrante, io sono loro. La differenza la fa questo riconoscersi nell’altro. La mia poesia è la loro voce.

È ancora possibile educare alla riflessione i nostri giovani, anestetizzati da anni di violenza gratuita e virtualità, in cui persino l’informazione applica “filtri” alle notizie? Da insegnante, cosa hai capito?

La poesia, la vita, la mia storia di emigrante e donna mi hanno portata ad essere attenta a episodi in cui vi è discriminazione, di qualsiasi tipo sia. Sono anche una docente di Diritto e sento su di me la responsabilità d’insegnare ai ragazzi a leggere la storia non scritta, quella fra le righe che necessita di una ricerca personale.

Insegno loro che esiste sempre un’altra verità, rispetto a quella che passa sui social. La cosa più bella del mio lavoro è notare la differenza tra il prima e il dopo. I giovani hanno fame di verità e la cercano. Restano colpiti da alcuni eventi e rispondono molto meglio rispetto alle mie aspettative; con alcuni abbiamo organizzato set-in, altri mi hanno seguito nelle presentazioni perché attirati da messaggi di umanità in cui riconoscersi. I ragazzi sono per me come lattanti, ciò che sanno e sono dipende da ciò che viene dato loro da mangiare: se diamo amore saranno amore, se diamo odio e disprezzo saranno odio e disprezzo.

Cosa pensi farebbe la differenza nel modificare il piano d’azione (o il non piano d’azione) attuale?

Va urgentemente modificato il linguaggio, la cultura. È urgente agire sulla formazione culturale. L’ignoranza è l’humus di ogni male: si teme ciò che non si conosce. Per questo si ha paura dello straniero.

Poesia: strumento di comunicazione e cambiamento o “strada facile”?

La poesia è mia compagna di vita. Non è una strada facile: tramite essa si parla all’uomo dell’uomo e talvolta si dicono cose scomode. È una panacea per l’anima, ma colpisce forte. È un genere poco letto e considerato di seconda categoria; tuttavia, secondo me, dovrebbe assolvere alla funzione di “scomodarci”, appunto, di metterci in movimento, di creare una tensione. Per me la poesia è realtà, perché mentre scrivo “mi metto in movimento”. Oggi più che mai essa è veicolo di amore, pace e lotta interiore. Stringe in sé tutti i sogni ed eleva l’uomo all’altezza dei suoi sogni. È infatti una strada percorribile solo dai sognatori e, per sognare, occorre molto coraggio. La poesia è per quanti credono che esista sempre un’altra possibilità; come dico nel mio testo: “Sarà l’aurora”. Qualche amico talvolta dice: “Ahh poesia”, per prendermi in giro, ma ringrazio Dio di avermi dato un’amica così dolce e rispondo: “Povero te, senza”.

Dicci delle tue future iniziative future e, con nostro immenso piacere, lasciaci con una poesia a tema.

Ho ricevuto alcuni riconoscimenti internazionali per il mio impegno nella diffusione di una cultura di pace e questo m’incoraggia. Pertanto, continuerò a fare poesia e a farlo a modo mio, ponendo al centro l’uomo e i diritti umani.

Mi sto preparando per le prossime pubblicazioni e poi chissà…


IL PREZZO DEL RISCATTO

Ho lasciato tutto in questo mare.

Ho depositato sul fondale

le perle preziose dei ricordi.

Ho consegnato alle sirene

i miei amori più grandi

prima di iniziare a navigare.

Alla schiuma bianca delle onde,

la saliva della mia corsa infuriata.

In ogni particella d’acqua

le gocce del mio sudore.

Ho lasciato il cuore

nell’abbraccio

della cieca sorte,

e di lasciarmi andare

ho pregato la morte.

Ho seppelito

il tesoro più grande: il nome Mamma.

Ho lottato con tutte le forze

per svincolarmi

dalla furia dell’amante

che non ammette perdono.

Ho promesso che se non avessi trovato

uomo, all’altra sponda, ad attendermi,

sarei tornato in mare per tutta la vita

pagando il prezzo del riscatto.

Alle sue grida,

di donna partoriente

che dal grembo sputa i suoi figli,

ho ceduto la mia voce.

Ho depositato tutto in questo mare,

la rabbia ostinata della speranza

di chi col proprio sogno

non vuole naufragare.


Questa volta, lascio a voi ogni commento.

Alla prossima

Johanna Poetessa

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Johanna Finocchiaro

Buongiorno, Good morning, Bonjour, Buenos Días, Namasté!
Sono Johanna. Classe 1990, nata a Torino, impiegata, appassionata di lingue straniere e poetessa. Già, poetessa.
Scrivo sin dalla tenera età (mi sono innamorata della poesia dal primo incontro, alle elementari) e leggo, leggo tanto, sempre e ovunque. La mia massima fonte d'ispirazione è l'arte: mi conquista la sua immediatezza, la forza comunicativa, la varietà di forme e concetti espressi, la chiarezza.
Viaggiando, ho compreso quanto il mondo sia dinamico. Mi ci sono adattata, pian piano, stravolgendo piani e idee. Oggi lavoro per un importante istituto bancario ma continuo a essere curiosa. E gioiosa. Faccio parte della corrente letteraria dei Poeti Emozionali e ho, all'attivo, la pubblicazione di tre libri: una silloge corale, un e-book e l'ultimo arrivato, “Clic” (L’Erudita Editore).

E POE...SIA!
Questa rubrica nasce sotto una buona stella o così mi piace pensare; si propone, con determinazione, di avvicinare il lettore a un genere letterario incompreso ma testardo: la poesia.
Perché no!? Perché non recuperarla dal cassetto, vestirla con abiti nuovi, freschi, darle una possibilità? La possibilità di emozionarci, semplicemente questo: riflettere, sentire qualcosa, qualsiasi cosa, con e grazie a Lei.
Allontaniamoci dall'impostazione scolastica e dall'analisi del testo, lasciando spazio, invece, all'analisi del SENSO. Senso che sta per ragione e sensazione insieme. Impariamo a cercare la curiosità, prima delle domande. Accendiamo il pensiero. Che dite, ci lanciamo nel viaggio? Al paracadute provvedo io! 

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