Buongiorno, #poetrylovers e ben ritrovati.
Questa domenica, cavalcando l'impennata d'interesse verso il mare - estate mia fatti spiaggia, altro che capanna! - parleremo di un progetto che ha sì ricevuto copertura e risonanza mediatica ma non abbastanza. A parer mio, almeno.
Un'impresa colossale in senso simbolico quanto letterale; legata al benessere dell'ecosistema marino e del nostro futuro. La volontà di "fare qualcosa" tramutatasi in realtà.
Andiamo al sodo? Cosa sarà mai questo Godzilla di buone intenzioni?
Per rispondere al quesito, ho bisogno che mi prestiate la fantasia.
Immaginate per un attimo di compiere uno dei gesti più comuni a tavola: mano a cucchiaio, avanbraccio che fa avanti e indietro in stile tergicristallo e disegnate un piccolo arco - così da raccogliere le briciole rimaste sulla tovaglia.
Fatto?
Molto bene. Quanto ci siamo appena figurati poco differisce dalla tecnica di "contenimento" che porta avanti dal 2013 il progetto The Ocean Cleanup, fondato nei Paesi Bassi dall'inventore e imprenditore Boyan Slat, all'epoca diciottenne.
Un'enorme barriera (lunga anche 2 Km) che convoglia, cattura e trattiene centinaia di tonnellate di plastica ogni mese, solcando l'oceano Pacifico. Sì, ancora lei: la stramaledetta plastica.
Scatto dal sito theoceancleanup.com Ocean.CleanUp_Jakarta_Interceptor020
Ecco spiegato il mio entusiasmo iniziale; stiamo probabilmente approfondendo il piano più vasto e avveniristico messo in atto finora per ripulire gli oceani dai nostri rifiuti. Una mente visionaria, quella di Boyan, centratissima, nonostante la giovane età. Contraddistinta dalla voglia di cambiare il mondo per davvero. Mica a parole.
E così, nel mese di settembre viene ufficialmente inaugurata e messa in opera la prima versione del meccanismo, chiamato System 001. L’obiettivo è, stimando una flotta di 60 impianti totali, DIMEZZARE in cinque anni il Pacific Trash Vortex (noto anche come Great Pacific Garbage Patch). Di cosa si tratta esattamente? Se magna, forse? Purtroppo sì, spesso è quello che succede: a ritrovarselo nello stomaco (indovinate un po' l'esito del pasto) milioni di animali marini ogni anno; per alcuni "l'ultima cena", per i più grandi una lenta agonia. Stiamo parlando di un’enorme "zuppa" di plastica e detriti, accumulatasi proprio nel Pacifico: in effetti, il più grande accumulo di rifiuti galleggianti al mondo.
Ovviamente, il talentuoso Boyan non avrebbe mai potuto fare tutto da solo. Il team dietro alla sua startup (multidisciplinare e multinazionale) è arrivato in una manciata d'anni a contare oltre 80 persone, tra cui due italiani: l’ingegnere Roberto Brambini e il biologo marino Francesco Ferrari. Lasciamo che siano proprio loro a condurci al suo interno, raccontandone in prima persona le difficoltà. "Come Roma non è stata costruita in un giorno, così Ocean Cleanup ha avuto un’evoluzione importante. Da organizzazione principalmente composta di volontari, in cinque anni è cresciuta grazie all’apporto di professionalità multiple. Ma lo spirito di ottimismo non è cambiato. Soprattutto all'inizio, in una startup dalle ambizioni enormi quale Ocean Cleanup, in cui l’idea genera tante domande e poche risposte, il dubbio e la gioia si alternavano come il giorno e la notte". Dietro l'angolo, insomma, sempre una nuova sfida alla quale trovare soluzione. "A volte la risposta arriva alle 4 del mattino grazie al confronto con un collega che ha un background differente che ti permette di pensare out of the box, di affrontare il problema da un altro punto di vista” aggiunge il biologo “e sì, ci sono stati alti e bassi ma non ho mai dubitato del fatto che il sistema potesse funzionare. Più che altro pensi a quanta energia e quanto tempo dovranno essere impiegati per arrivare all’obiettivo”.
Fino al momento cruciale, quello del lancio: “Il 16 settembre, quando abbiamo messo in acqua il sistema, abbiamo capito che Ocean Cleanup era finalmente realtà”. Tuttavia, il fatto che fosse un progetto senza precedenti ha complicato non poco il processo: nessuna linea guida da seguire, nessuna fonte di ispirazione. Eppure, neanche questa mancanza di teoria e pratica scientifica ha fermato la volontà della squadra. Un passo alla volta, una settimana alla volta, gli ostacoli sono stati scavalcati, saltati. Come ad esempio la problematica del design del sistema meccanico: era necessario non arrecasse danno alla vita acquatica, non costituisse un pericolo in fase di galleggiamento. Sarebbe stato il colmo se si fosse rivelato una trappola asfittica per quelle stesse creature che voleva salvare! E così si è pensato a una forma specifica, un unico elemento che non generasse impigli, unito alla supervisione degli operatori sul posto. Modelli teorici, prove di laboratorio e, infine, il mare. Con la consapevolezza che ci sarà sempre da migliorare, da implementare, da raffinare.
Ferrari spiega inoltre un secondo effetto collaterale, altrettanto positivo: "Nel corso delle traversate, sono state rilevate informazioni sull’ecosistema marino e sull’impatto che System 001 ha su di esso, allo scopo di minimizzarlo. Ad esempio l’accumulo di microplancton e la concentrazione di fauna marina intorno all'impianto; in particolare, un monitoraggio visivo e acustico di specifiche classi di animali (mammiferi, squali, tartarughe e uccelli marini)". Insomma, la missione di System 001 in luoghi tanto remoti (che riusciamo ugualmente a devastare) ha offerto la ghiotta occasione di rilevare dati oceanografici fondamentali, come correnti, venti e moti ondosi.
La parte migliore del viaggio? Stavolta a rispondere è l'ingegner Brambini: "Ciò che ha contribuito affinché tutto decollasse è stato l’aumento della consapevolezza del grande pubblico, dei governi e delle organizzazioni internazionali sul tema dell’inquinamento da plastica nei mari e il conseguente supporto economico" che la startup ha ricevuto.
Avete capito, adesso, perché ho scelto di raccontare questa storia? Perché se mai ci sfiorasse il pensiero di non contare nulla, la sensazione di non fare alcuna differenza, fermiamoci. A riprendere fiato. A osservare un albero, il nostro gatto, l'orchidea blu sul davanzale. E ripetiamo, lentamente "NON - E' – VERO". Ocean Cleanup ne è l'emblematica dimostrazione: sebbene spesso servano le buone intenzioni dei singoli, sogni potenti che alimentino e inneschino la miccia, l'ambiente in cui un progetto nasce e cresce, il suo "brodo primordiale", può rivelarsi nutriente o sterile in base al sostegno che riceve dalla collettività. L'attenzione del grande pubblico, una sufficiente conoscenza di base su quanto succede intorno a noi (con l'ambiente in cima alla lista) può davvero cambiare le sorti di un'idea come questa: affossarla o accelerarla. E quella parolina che tanto amo -di cui faccio qui costantemente incetta- la miracolosa consapevolezza. Facciamo il possibile ogni giorno per comportarci da residenti terrestri migliori, ampliando i confini di casa nostra al pianeta intero.
E informandoci, sensibilizziamo, perché no doniamo, quando ad essere in ballo è la vita stessa, nella sua universale accezione.
La poesia di oggi è frutto della penna di un certo Giuseppe Ungaretti; sono piuttosto sicura lo conosciate.
FINALE
Più non muggisce, non sussurra il mare,
Il mare.
Senza i sogni, incolore campo è il mare,
Il mare.
Fa pietà anche il mare,
Il mare.
Muovono nuvole irriflesse il mare,
Il mare.
A fiumi tristi cedè il letto il mare,
Il mare.
Morto è anche lui, vedi, il mare,
Il mare
(tratto da "La Terra Promessa")
Questo verso, in particolare:
"Morto è anche lui"
E chi sarebbero, gli altri deceduti?
Se 1+1 fa 2, non dovrebbe essere difficile rispondere alla mia provocazione. Forse non è un caso che l'organismo umano sia composto per il 65% di acqua…
La Natura vive in noi; peccato non si possa dire il contrario.
Pensateci su.
Alla prossima
(sitografia: theoceancleanup.com, lifegate.it, geopop.it)











