«Non dobbiamo cercare vincitori o sconfitti. Dobbiamo parteggiare per un progetto industriale credibile». È questa la posizione della Fim Cisl Piemonte Orientale sulla delicata vicenda che riguarda la Giacomini Spa, storica realtà di San Maurizio d'Opaglio e uno dei nomi più importanti dell'economia del territorio.
A parlare è Debora Caracci, operatrice della Fim Cisl Piemonte Orientale, che mette subito un punto fermo: il sindacato non intende entrare nelle dinamiche societarie né stabilire chi abbia ragione nelle questioni che competono alla proprietà e agli altri soggetti coinvolti.
La priorità, però, è una sola: evitare che l'incertezza venga scaricata sui lavoratori e sul territorio.
«Il nostro compito è difendere lavoro e territorio»
«La viviamo con grande attenzione e con un forte senso di responsabilità – spiega Caracci –. Il nostro compito non è stabilire chi abbia ragione nelle dinamiche societarie o nelle vicende che competono ad altri soggetti. Il nostro compito è impedire che una situazione di incertezza si traduca in un prezzo pagato dai lavoratori e dal territorio».
Per la Fim Cisl, dunque, il punto centrale è la continuità occupazionale.
«Parliamo di un'impresa che è parte della storia economica e sociale di San Maurizio d'Opaglio. Quando un'impresa di queste dimensioni entra in una fase delicata, la questione non riguarda più soltanto la proprietà. Riguarda una comunità».
Un concetto che, nella zona del Cusio, assume un peso particolare. La Giacomini rappresenta infatti da decenni una presenza industriale di primo piano e il legame tra l'azienda, il lavoro e il territorio è profondo. La stessa società ha sede legale e operativa a San Maurizio d'Opaglio.
«L'incertezza logora i lavoratori»
Ma che cosa emerge oggi dai lavoratori?
«Il primo timore, inevitabilmente, riguarda il futuro: l'incertezza logora. Un lavoratore non vive soltanto di stipendio. È umano e necessario il bisogno di sapere che l'impresa per cui si lavora ha una direzione, una prospettiva, un progetto. Dietro ogni posto di lavoro ci sono vite organizzate intorno a un'idea di stabilità».
Da qui una richiesta precisa: informazioni costanti e trasparenti.
«Per questo chiediamo che la comunicazione sia costante e trasparente. Il silenzio viene inevitabilmente riempito dalle paure e dalle indiscrezioni. E questo non fa bene né ai lavoratori né all'azienda».
Parole che fotografano una delle principali preoccupazioni del sindacato: evitare che, in una fase complessa, siano proprio le maestranze a dover convivere con indiscrezioni, ipotesi e scenari senza avere elementi sufficienti per comprendere quale sarà il futuro dell'azienda.
«Serve un canale stabile con il referente del Tribunale»
Un altro passaggio ritenuto fondamentale dalla Fim Cisl riguarda il rapporto con il referente del Tribunale.
«Per noi il dialogo continuo con il referente del Tribunale è fondamentale. Non chiediamo invasioni di campo e abbiamo pieno rispetto dei ruoli istituzionali. Chiediamo però un canale di interlocuzione stabile, perché il sindacato rappresenta uno degli interessi essenziali coinvolti nella vicenda: quello delle persone che ogni giorno tengono in vita l'impresa».
Un confronto che, secondo Caracci, potrebbe avere un valore concreto anche per il clima all'interno dell'azienda.
«Il confronto continuo consentirebbe di distinguere le informazioni reali dalle supposizioni e permetterebbe ai lavoratori di affrontare questa fase con maggiore consapevolezza».
«Non parteggiamo per nessuno: valutiamo il progetto»
E allora, se il sindacato non intende schierarsi con una parte o con l'altra, quale può essere la soluzione?
La risposta è netta.
«Noi non dobbiamo cercare vincitori o sconfitti. Dobbiamo parteggiare per un progetto industriale credibile», afferma Debora Caracci.
«La soluzione migliore sarà quella capace di garantire occupazione, continuità produttiva, investimenti e permanenza dell'impresa sul territorio».
Sono questi, dunque, i quattro criteri con cui il sindacato ritiene debba essere giudicato il futuro della Giacomini, ricordandosi del passato recente dove la signora Adua aveva sempre per tutti attenzioni e soluzioni, sedendosi proprio con i sindacati nei momenti più complessi e dando sempre grande attenzione ai lavoratori ed alla comunità locale.
«Chiunque sarà alla guida dell'azienda dovrà essere valutato sulla capacità di assicurare queste condizioni. Perdere o ridimensionare una realtà di questa importanza avrebbe conseguenze che andrebbero oltre i cancelli dello stabilimento».
«Un'impresa ha anche un debito sociale verso la comunità»
Nelle parole dell'esponente sindacale c'è, infine, anche una riflessione che va oltre la vicenda contingente.
«C'è una questione culturale che questa vicenda ci pone davanti. Viviamo in un tempo nel quale siamo portati a considerare quasi tutto come una questione individuale: l'impresa è mia, le scelte sono mie».
«Giuridicamente può anche essere così – prosegue –. Socialmente, però, un'impresa non appartiene mai soltanto a chi ne possiede le quote».
Un ragionamento che richiama il rapporto storico tra una grande realtà produttiva e il luogo in cui è cresciuta.
«La fabbrica non può guardare soltanto all'indice dei profitti, ma deve distribuire cultura, servizi e qualità della vita. Esiste un debito sociale di un'impresa verso la comunità che l'ha fatta crescere. Più potere abbiamo sulle vite degli altri, maggiore dovrebbe essere il nostro dovere verso di loro».
Da qui l'appello conclusivo della Fim Cisl Piemonte Orientale: «Auspichiamo che tutti facciano un passo oltre il proprio interesse immediato e si domandino quale scelta permetta di consegnare questa azienda ancora forte alle generazioni future».
Il messaggio del sindacato, in attesa degli sviluppi della vicenda, è dunque chiaro: non interessa stabilire chi vincerà la partita societaria. Quello che conta è che, alla fine, a vincere siano il lavoro, la produzione e il territorio.












