Attualità | 23 ottobre 2026, 16:03

"I nuovi poveri siamo noi": l'amara lettera aperta di una famiglia sradicata da San Salvario

Un'insegnante e un enologo con due figlie dovranno lasciare casa entro il 31 dicembre: "Tra affitti alle stelle e rifiuti per i bambini, rischiamo di perdere le nostre radici"

Immagine di repertorio

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Lettera aperta ai giornali di Torino

Siamo una famiglia che lavora, che ha studiato, che ha fatto sacrifici per costruirsi una vita dignitosa. Eppure oggi ci ritroviamo a fare i conti con una realtà sempre più difficile: non riuscire più a permetterci una casa nel quartiere in cui abbiamo vissuto per anni, e in cui abbiamo costruito la nostra vita.

Dopo dieci anni, il proprietario di casa ha deciso di non rinnovarci il contratto. Dieci anni di vita, di abitudini e di relazioni che rischiano di essere cancellati da una decisione che ci costringe a cercare altrove un luogo in cui vivere. Ma una casa non è soltanto un appartamento, un contratto o un prezzo al metro quadro. È il luogo in cui si cresce, si costruiscono ricordi e si intrecciano le vite.

La nostra famiglia ha attraversato momenti molto difficili. La nostra figlia più piccola è nata prematuramente e io ho rischiato di morire. Abbiamo conosciuto la paura vera, quella che ti mette davanti alla possibilità di perdere ciò che ami di più. Eppure ce l'abbiamo fatta. Siamo rimasti uniti, abbiamo affrontato le difficoltà e siamo andati avanti.

Oggi nostra figlia ha nove anni. È una bambina dolcissima, che ha costruito intorno a sé un mondo fatto di affetti, abitudini e relazioni. Ha il negozio di suo padre vicino casa, la scuola a pochi passi, gli amici, i piccoli negozi del quartiere, il parco Valentino e un'area pedonale in cui può sentirsi libera. La sua vita si svolge in pochi metri, ma dentro quei metri c'è un universo intero.

Le nostre figlie sono cresciute a San Salvario. È qui che hanno costruito le loro amicizie e i loro legami. Nostra figlia grande ha appena iniziato il liceo e va a scuola a piedi. Noi abbiamo costruito la nostra vita intorno a loro, in un quartiere speciale dove ancora si percepisce il senso di una famiglia allargata, di una comunità che si riconosce, multietnica e multiculturale.

Io sono nata a Napoli, ho studiato all'Accademia di Belle Arti di Milano e poi, insieme al mio compagno, enologo, siamo venuti a Torino. Dal 2016 viviamo a San Salvario. Lui ha aperto un piccolo negozio di vini e io insegno in una bellissima scuola, non molto distante da dove vivo, e vado a lavoro in bici attraversando il parco Valentino.

A volte penso che conduciamo una vita come quella degli anni Cinquanta: la bottega sotto casa, i negozietti che ancora resistono, la scuola vicina, gli amici che incontri per strada, il parco in cui ti fermi, le persone che imparano a conoscersi. Non perché desideriamo tornare indietro nel tempo, ma perché crediamo nel valore di una vita a misura d'uomo, in cui non sia necessario prendere la macchina per ogni cosa, in cui i bambini possano crescere dentro una rete di relazioni e gli adulti possano sentirsi parte di un luogo.

È una vita semplice, ma non per questo povera. Al contrario, è una vita ricca di tutto ciò che non si può comprare.

E mentre tanti progetti sembrano andare nella direzione opposta, dividendo, spostando, allontanando le persone e frammentando i servizi, noi abbiamo ancora la fortuna di vivere in un luogo in cui tante cose sono vicine, accessibili, raggiungibili a piedi. Una comunità concreta, fatta di relazioni quotidiane. Perché dovremmo perderla? Perché dovremmo essere costretti a ricominciare altrove?

Qui insegno in una scuola in cui mi trovo bene, dove ho un bel rapporto con i colleghi e dove sento di aver trovato il mio posto. Abbiamo studiato, costruito le nostre attività, cresciuto le nostre figlie e attraversato grandi difficoltà. Non siamo persone che si sono arrese davanti ai problemi. Siamo una famiglia che ha saputo resistere.

Eppure oggi ho paura.

Non ho avuto paura quando stavo per perdere mia figlia. In quel momento ho trovato la forza di affrontare qualcosa di terribile, perché dovevo farlo, perché non potevamo fare altro che andare avanti.

Oggi, invece, ho paura perché mi manca il terreno sotto i piedi, perché so che non dipende da me. Non so che cosa dire alle mie figlie. Non so dove andremo a gennaio, né dove ricominceremo la nostra vita. Loro mi chiedono: «Mamma, ma questa non sarà più la nostra casa?». E io non so cosa rispondere.

Sono mesi che cerco un appartamento in affitto o da acquistare. Sono anni che cerchiamo una soluzione stabile, ma ora il tempo stringe: entro il 31 dicembre dobbiamo lasciare la casa.

Comprare è diventato quasi impossibile, con prezzi sempre più lontani dalle possibilità di una famiglia come la nostra. Affittare è un'impresa altrettanto difficile. Ho visto annunci di appartamenti di circa 80 metri quadrati a 1.300 euro al mese destinati esclusivamente a una persona. Gli affitti che incontro a San Salvario arrivano facilmente a 1.500 o 1.800 euro. La ricerca è così estenuante che mi sono persino imbattuta in annunci truffaldini di appartamenti inesistenti.

Ma chi può permettersi cifre simili? E perché una famiglia con due figlie sembra diventare un inquilino meno desiderabile? Spesso non riusciamo neppure ad arrivare a una visita. Sembra che studenti e single, siano gli inquilini ideali, mentre avere dei figli rappresenti un ostacolo. Non penso che tutti i proprietari siano uguali, ma questa esperienza ci fa sentire esclusi da un mercato in cui trovare una casa sembra essere diventato un privilegio.

E poi ci sono anche i nostri due gatti. Perché evidentemente non bastava essere una famiglia di quattro persone, con due figlie, due lavori, una storia e una vita costruita in questo quartiere. Abbiamo pure due gatti. E allora sì, a questo punto viene da chiedersi chi mai vorrà affittarci una casa. Forse dovremmo presentarci dicendo che siamo una famiglia, ma non troppo; che abbiamo dei figli, ma promettiamo di non farli crescere troppo; che abbiamo due gatti, ma cercheremo di farli passare per cuscini.

Viene da sorridere, se non fosse che c'è davvero poco da ridere.

Perché una casa non dovrebbe essere soltanto uno spazio da affittare, un investimento da proteggere o un bene da mettere a reddito. Una casa dovrebbe essere, prima di tutto, un luogo da vivere. Un contenitore di affetti, di relazioni, di infanzie che crescono, di animali che dormono sui divani, di rumori, di disordine, di vita quotidiana. Un posto in cui una famiglia possa sentirsi al sicuro e mettere radici.

Siamo i nuovi poveri. Persone che lavorano, che hanno studiato, che hanno investito nella propria formazione e nel proprio futuro, ma che rischiano di non potersi più permettere una vita dignitosa nella propria città. Non siamo degli emarginati, ma rischiamo di essere spinti ai margini. Non siamo invisibili, eppure ci sentiamo trattati come se non esistessimo.

C'è una contraddizione che trovo sempre più difficile da accettare. In un'Italia che parla continuamente dell'importanza della famiglia e della necessità di fare figli, che cosa succede quando questi figli nascono?

Gli asili nido sono pochi e possono costare centinaia di euro al mese. I servizi per l'infanzia non sono sempre accessibili, conciliare lavoro e famiglia è difficile e, quando arriva il momento di trovare una casa, le famiglie si ritrovano ancora una volta sole. Si parla di natalità, ma non si garantiscono le condizioni necessarie per crescere i bambini. Prima si invita a farli nascere, poi si lascia che le famiglie affrontino da sole i costi, le difficoltà e l'incertezza.

Ma allora questi figli, questa società, questo futuro, chi dovrebbe sostenerli?

Siamo noi insegnanti, piccoli commercianti, lavoratori e famiglie a mandare avanti la società, contribuendo ogni giorno alla sua vita economica e sociale. Eppure, quando abbiamo bisogno di una risposta concreta, quando cerchiamo una casa, diventiamo invisibili.

Non voglio sradicare le mie figlie, costringerle a perdere le amicizie, le abitudini e le relazioni costruite nel tempo. Non voglio che crescano con la rabbia di chi si sente escluso, di chi scopre troppo presto che il proprio posto nella società dipende soltanto da quanto può spendere.

Non chiedo privilegi. Chiedo che lo studio, il lavoro, l'impegno e la dignità abbiano ancora un valore concreto. Chiedo che le mie figlie possano continuare a crescere nel luogo che conoscono, circondate dalle persone con cui hanno condiviso una parte della loro vita. Chiedo che una famiglia non venga privata delle proprie radici soltanto perché non riesce più a sostenere costi abitativi lontani dalle proprie possibilità.

Perdere una casa non significa soltanto cambiare indirizzo. Significa rischiare di perdere una rete di relazioni, un senso di appartenenza, una parte della propria identità. Significa vedere messo in discussione tutto ciò che, con fatica, si è costruito.

Non si può parlare di comunità, integrazione e coesione sociale e poi lasciare che le persone che quelle comunità le hanno costruite vengano allontanate. Non si può chiedere alle famiglie di essere responsabili, di lavorare e di educare i figli al rispetto degli altri, per poi trattarle come se fossero sacrificabili.

Mi rivolgo ai giornali di Torino perché vorrei che questa storia fosse ascoltata. So che non siamo gli unici. Ci sono altre famiglie che vivono la stessa angoscia, altri genitori che cercano di proteggere i propri figli senza sapere che cosa accadrà domani. Questa non è soltanto una difficoltà privata: è una questione sociale che riguarda il futuro delle nostre città.

Non basta invitare le persone a costruire una famiglia: bisogna permettere loro di viverci dentro, quella famiglia. Non si può parlare di comunità e poi lasciare che chi quella comunità la vive ogni giorno sia costretto ad abbandonarla.

Il 31 dicembre si avvicina. Le mie figlie continuano a chiedermi dove andremo.

Non siamo contratti scaduti. Non siamo famiglie da spostare altrove quando non sono più convenienti. Siamo persone, siamo una famiglia, siamo parte di una comunità. Abbiamo messo radici. E abbiamo diritto a un posto nel mondo. Anche qui, a San Salvario.

Famiglia del quartiere San Salvario

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