Cronaca | 14 aprile 2026, 18:44

Mamma e docente di sostegno reintegrata dal giudice: "Discriminatorio allontanarla dalla figlia disabile"

La battaglia di Paola contro la scuola: il tribunale le dà ragione, ma la piccola Manuela è senza lezioni da settembre

Paola Catone (al centro) con l'avvocato Simone Bisacca (a fianco)

Paola Catone (al centro) con l'avvocato Simone Bisacca (a fianco)

Una vicenda scolastica che si trasforma in una battaglia legale e finisce per ridefinire, ancora una volta, i confini del diritto all'inclusione. È la storia di Paola Catone, madre ma anche insegnante di sostegno, che si è vista allontanare dalla classe della figlia disabile Manuela, 10 anni. Spostata per timore di "un conflitto di interesse" ha deciso di opporsi. E, in tribunale, ha vinto perché per i giudici la scelta della scuola era diventata discriminatoria per la mamma.

I problemi di Manuela

Manuela è una ragazzina affetta da patologie gravissime e riconosciuta in situazione di handicap grave. Per due anni scolastici, alla scuola primaria dell’istituto comprensivo Borgata Paradiso di Collegno, la madre era stata assegnata come insegnante di sostegno proprio nella classe frequentata dalla bambina. Una scelta costruita nel tempo e recepita nei Piani Educativi Individualizzati, che prevedevano per Manuela un percorso su misura, tra presenza in classe e istruzione domiciliare. Poi, all’improvviso, la rottura.

Con l’inizio dell’anno scolastico 2025/2026, la nuova dirigente scolastica decide di spostare Paola Catone in un’altra classe. Ma non è l’unico cambiamento: nello stesso momento viene ridotto anche il monte ore di istruzione domiciliare della bambina. Quelle 11 ore settimanali previste dal Pei diventano 4. Un taglio netto, che per la famiglia significa una cosa sola: negazione del diritto allo studio.

Da lì parte il ricorso

La vicenda approda al Tribunale di Torino e la prima risposta arriva dal giudice del lavoro, con l’ordinanza del 26 gennaio 2026. È una decisione che tiene insieme due piani diversi. Da un lato riconosce che la dirigente ha il potere di assegnare i docenti alle classi. Dall’altro, però, guarda agli effetti concreti di quella scelta e li giudica per quello che sono: discriminatori.

Il punto centrale è la continuità didattica. Per il giudice, togliere quella madre-insegnante dalla classe della figlia significa interrompere un equilibrio costruito negli anni e incidere direttamente sul diritto all’istruzione della bambina. In un passaggio che pesa più di molti dispositivi, il tribunale sottolinea che, nelle condizioni di Manuela, nessun altro docente può sostituire davvero quel rapporto educativo così particolare. Non è un privilegio, ma un “accomodamento ragionevole”.

Il presunto conflitto di interessi, su cui si era basata la decisione della scuola, perde così forza: eventuali problemi avrebbero potuto essere gestiti senza sacrificare il percorso educativo della minore.

La conclusione è netta. Il tribunale accerta la discriminazione e ordina al Ministero dell’Istruzione di rimuoverne gli effetti. Paola Catone deve tornare nella classe della figlia. E così avviene, almeno formalmente.

Ma la battaglia non finisce lì

Perché resta aperta la questione più grave: quella delle ore di sostegno tagliate. Ed è su questo che interviene la seconda ordinanza, pronunciata dalla sezione civile del Tribunale di Torino il 10 aprile 2026. Anche qui il giudice è chiaro, senza lasciare spazio a interpretazioni. Ridurre da 11 a 4 ore il sostegno previsto dal Pei non è una scelta organizzativa: è una violazione del diritto fondamentale all’istruzione. È discriminazione.

L’ordinanza ribadisce un principio destinato a fare scuola: il Pei non è un’indicazione flessibile, ma un vincolo. La scuola non può decidere di fare meno, neppure invocando problemi organizzativi o carenza di risorse. E nemmeno l’istruzione domiciliare può diventare un modo per abbassare il livello delle tutele. Il tribunale ordina quindi al Ministero di adeguarsi, ripristinando le 11 ore settimanali di sostegno.

Sulla carta, è una doppia vittoria. Una madre che si oppone alla scuola e ottiene ragione due volte, in due diversi giudizi. Una sentenza che riconosce la discriminazione e un’altra che impone di garantire davvero il diritto allo studio.

Eppure, la realtà racconta altro

Paola Catone è tornata in classe. Ma Manuela no. Dal 10 settembre 2025, la bambina non ha ricevuto neppure un giorno di istruzione, né in presenza né a domicilio. È questo il dato che più colpisce, più delle carte e delle ordinanze: una distanza evidente tra ciò che il diritto afferma e ciò che accade davvero.

La vicenda è stata sostenuta dal sindacato Cub Sur, che attraverso la coordinatrice provinciale di Torino, Giulia Bertelli, ha parlato fin da subito di una negazione del diritto all’insegnamento.  Spiega l'avvocato, Simone Bisacca, "in un primo momento abbiamo scritto per far prevalere il buon senso ma senza riscontro siamo andati a tribunale". E ancora "il giudice ha ritenuto illegittimo lo spostamento della signora Catone perché discriminante nei suoi confronti. Entrambi i giudici che si sono occupati del caso, dalla sezione Lavoro alla sezione Prima Civile, hanno accolto il nostro ricorso perché da un lato è stata tolta la docente di sostegno (che incidentalmente era la madre della minore) e in secondo luogo Manuela è stata discriminata perché le ore di sostegno sono state ridotte da 11 a 4". La decisione, come detto, è un accoglimento totale da parte del tribunale "ed è applicata la normativa che soddisfa il miglior bisogno possibile di istruzione per il portatore di handicap".

Sul caso è intervenuta anche la consigliera regionale di Avs, Alice Ravinale. "La sentenza del Tribunale di Torino sul caso di Collegno è una vittoria importante, ma conferma un problema strutturale che il Piemonte continua a non affrontare: la carenza di assistenti alla comunicazione nelle scuole - così Ravinale -. Senza queste figure fondamentali, il diritto all’inclusione degli studenti con disabilità resta solo sulla carta. E oggi il servizio è ancora garantito in modo diseguale e insufficiente sul territorio regionale. Come Avs continuerò a chiedere alla Giunta interventi concreti e immediati: non possiamo accettare che i diritti dipendano dal luogo in cui si nasce o si va a scuola". Anche la consigliera comunale, Sara Diena, presente all'incontro presso la sede del Cub ha ribadito la necessità di "pretendere ascolto e risorse per affrontare questo genere di problematiche, ricordando come a complicare le cose - oggi - ci sia anche il tema dell'autonomia differenziata".

Philippe Versienti

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