Economia e lavoro | 29 aprile 2026, 12:45

L’intelligenza artificiale tra scienza e diritto: a Erice nasce la scuola per “addomesticare” l’algoritmo

Parla il prof. Pier Paolo Maria Menchetti: "Non è solo tecnologia, è una trasformazione antropologica. L’AI sarà un alleato come lo fu il motore a scoppio, ma servono binari etici e condivisione internazionale"

L’intelligenza artificiale tra scienza e diritto: a Erice nasce la scuola per “addomesticare” l’algoritmo

Tra le mura silenziose del borgo medievale di Erice, dove la scienza dialoga con la storia, è nata una nuova frontiera della conoscenza. Per volontà del compianto professor Antonino Zichichi, la Fondazione Ettore Majorana ha aperto le porte alla prima Scuola Internazionale di Intelligenza Artificiale, Tecnologia e Regolamentazione Giuridica. In un luogo che ospita 130 scuole internazionali e che ha visto passare ben 154 Premi Nobel, la sfida oggi si sposta sulla capacità di governare la "macchina".

A guidare questa rivoluzione culturale è il professor Pier Paolo Maria Menchetti, chirurgo di fama e ricercatore, che insieme all’ingegnere tedesco Axel Lemann ha diretto il primo modulo del corso (26 aprile – 1 maggio) e si prepara per il secondo appuntamento dal 1 al 6 settembre 2026. Lo abbiamo incontrato per capire cosa accade quando l’algoritmo incontra la vita umana.

Professor Pier Paolo Maria Menchetti, Erice è da sempre la culla delle scienze esatte e umane. Perché una scuola proprio sull'AI e perché adesso?

“Erice è un luogo unico dove le scienze si fondono, dalla fisica alla psichiatria. Il professor Zichichi, prima della sua scomparsa, ha voluto fortemente che accendessimo un faro su questa tecnologia. Non parliamo di una semplice materia di studio, ma di una "enabling platform", una piattaforma che abilita l’uomo a fare cose prima impensabili. Con i nostri moduli abbiamo scelto un approccio olistico: partiamo dalla fisica di base per arrivare alla medicina, all’etica e alla sicurezza del dato. L’AI impatta sul comportamento umano; non potevamo limitarci a vederla come un insieme di codici”.

Nella ricerca biomedica l’AI vede correlazioni invisibili all’occhio umano, ma spesso non sappiamo "perché" arrivi a certe conclusioni. Come può un medico fidarsi di una diagnosi se l’algoritmo non spiega il suo ragionamento?

“È un tema centrale. Come medico, vedo l’AI come un’estensione delle capacità umane, un ausilio dove il controllo dell’uomo resta imprescindibile. Processiamo miliardi di dati (terabyte) in frazioni di secondo: la ricerca ne beneficia perché accorcia i tempi in modo incredibile. Ma attenzione: senza accountability, trasparenza e validazione scientifica, rischiamo che "tutto sia il contrario di tutto". Dobbiamo costruire binari precisi e una roadmap di regole. La tecnologia deve essere trasparente, altrimenti manca la base della fiducia clinica”.

Quindi l’AI resterà un alleato o rischia di diventare un sostituto del ricercatore e del medico?

“Nel modo più assoluto sarà un alleato. Pensi al motore a scoppio: è stato un alleato rispetto all’andare a cavallo. Pensi all’atomo: è un alleato quando dà la vita attraverso l'energia o la medicina, ma smette di esserlo quando diventa una bomba. L’AI è lo stesso: può essere un pericolo per la vita reale se non è incernierata in regole precise. Per questo a Erice insistiamo sulla formazione, che deve partire già dalle scuole superiori”.

A proposito di giovani, lei ha parlato di "warning" per l'adolescenza. Qual è il rischio?

“La formazione non è semplice digitalizzazione. Non possiamo permettere che un chatbot sostituisca figure fondamentali come i compagni di scuola o, peggio, i ruoli familiari. La pedagogia deve avere un ruolo centrale. L'AI non è un nemico, ma va governata affinché non diventi un surrogato delle relazioni umane”.

Lei definisce questa transizione come una "trasformazione antropologica". È una visione che va ben oltre la tecnologia

“Esattamente. L’AI tocca la filosofia, l’etica, la religione, persino l’etologia e il nostro modo di comportarci. Non è una questione risolvibile con una singola risposta tecnica. Serve una condivisione internazionale e multidisciplinare. È l’unico modo per capire, ad esempio, se per una specifica applicazione sia meglio OpenAI o Gemini. Senza un confronto globale tra scienziati, giuristi e umanisti, non potremo mai comprendere appieno la portata di ciò che stiamo vivendo”.

In conclusione, cosa porteranno a casa i partecipanti che torneranno a Erice a settembre?

“La consapevolezza che l'intelligenza artificiale è uno strumento potentissimo, ma che il timone deve restare saldamente nelle mani dell'uomo. La sfida di Erice è proprio questa: dare un'anima e una regola alla tecnologia, nel solco della grande tradizione scientifica e umanistica che questo luogo rappresenta nel mondo”.

Maurizio Losorgio

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