Cultura e spettacoli | 23 giugno 2026, 11:52

Gianfelice Facchetti racconta il Grande Torino: “Una storia di umanità che continua a emozionare il pubblico di ogni età”

Il figlio di Giacinto, bandiera e simbolo dell’Inter, protagonista dello spettacolo teatrale dedicata alla vicenda degli Invincibili, realizzato assieme al giornalista Marco Bonetto

Gianfelice Facchetti racconta a Biella il Grande Torino: “Una storia di umanità che continua a emozionare il pubblico di ogni età”

Gianfelice Facchetti racconta a Biella il Grande Torino: “Una storia di umanità che continua a emozionare il pubblico di ogni età”

Il Grande Torino è una storia inesauribile: più la si racconta, più ci si rende conto della ricchezza di quelle pagine di sport e profonda umanità”. Parola di Gianfelice Facchetti, il figlio di Giacinto, bandiera e simbolo dell’Inter, protagonista dello spettacolo teatrale dedicata alla vicenda degli Invincibili. 

L’opera, realizzata con Marco Bonetto, andrà in scena alle 21.30 di domani, mercoledì 24 giugno, al Chiostro di San Sebastiano, a Biella. Un evento inserito nella rassegna Connessione, organizzata dal Contato del Canavese, in collaborazione con il comune di Sordevolo. 

 Buongiorno Gianfelice Facchettti: com’è nata l’idea di questo spettacolo e come ha conosciuto il suo compagno d’avventura, il giornalista Marco Bonetto?

Due anni fa avevo realizzato un podcast a puntate sul Grande Torino per RaiPlay Sound. Tra le numerose testimonianze raccolte sulla storia granata, rimasi colpito dalle sue parole: ha una vasta conoscenza sull’epopea del Grande Torino, oltre a numerosi particolari di quel preciso momento che offrono uno spaccato storico e sportivo davvero inedito e originale. La sfida era trasformare quel materiale in un racconto teatrale. Così, assieme, abbiamo scritto lo spettacolo portando il nostro personalissimo contributo. Il progetto è partito due anni fa, ora siamo alla seconda stagione, con la replica estiva che si avvia alla conclusione. Siamo contenti e soddisfatti dell’ottimo seguito fin qui ottenuto.

In qualche modo è legato a questa storia: lei è cresciuto a Cassano d’Adda, il paese di Valentino Mazzola, storico capitano e simbolo del Grande Torino.

È vero, fin da quando ero bambino, sono sempre stati presenti, tra i cittadini del paese, sentimenti di simpatia e affetto verso i colori granata. Anche mio padre è sempre stato legato ai giocatori del Grande Torino: erano i suoi miti di riferimento. Questa storia è poi tornata nella mia vita sotto altre vesti: ad esempio, nel 2005, presi parte alla fiction della Rai incentrata proprio su quella squadra, dove ho interpretato il ruolo di Bacigalupo.

Suo padre Giacinto, storica bandiera dell’Inter, aveva quasi 7 anni quando avvenne la tragedia di Superga: le ha mai parlato di quel giorno?

Mi sarebbe piaciuto porgli questa domanda e farmi raccontare i suoi ricordi ma non ne abbiamo mai parlato. È stata una tragedia immane per tutti coloro che hanno vissuto quei momenti: chiunque sapeva, o ricordava, dove si trovasse o cosa facesse in quei dolorosi giorni. Mi sono ripromesso di parlarne con mio zio, il fratello di mio padre.

Quale termine userebbe per definire il Grande Torino?

Una favola che unisce tanti aspetti: una parte tragica ma anche una vicenda piena di poesia e profonda umanità.

Nel suo spettacolo si parla molto di emozioni e storie di vita: secondo lei c’è ancora spazio per simili sentimenti nel calcio di oggi e vede qualche differenza tra i campioni di allora e quelli di oggi?

Credo che l’umanità, nel suo profondo, sia sempre la stessa, con le sue paure, speranze e desideri. Parlando di calcio, c’è stato un tempo dove questa pratica aveva molto seguito e gli esempi di vita erano particolarmente diffusi. Oggi, si guarda molto al mondo dello spettacolo piuttosto che ai veri principi dell’attività sportiva. La differenza tra i campioni di allora e oggi è evidente: quei ragazzi erano calati nella loro realtà ed erano vicini alle persone. In poche parole avvicinabili. Li potevi incontrare in piazza, nelle vie della città, scambiare anche due parole. Oggi, non è più così: il rapporto tra il tifoso e il campione si è enormemente distanziato. Ciò impoverisce la narrazione, intrisa ormai di analisi tecniche e polemiche. Il calcio dovrebbe tornare alla sua essenza.

Nei suoi tour per l’Italia, ha avuto modo di confrontarsi con il pubblico e, in particolare, con i giovani presenti in sala: cosa affascina di questo racconto?

Innanzitutto è uno spettacolo di emozioni e sentimenti profondi. È una storia semplice e di grande umanità che arriva ovunque: colpisce i giovani e i più grandi, chi è appassionato di calcio e a chi non interessa. È un racconto popolare che si fa metafora di vita e parla di valori universali. La riprova è nel riscontro del pubblico, il cui parere è sempre estremamente positivo.

g.c.

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Johanna Finocchiaro

Buongiorno, Good morning, Bonjour, Buenos Días, Namasté!
Sono Johanna. Classe 1990, nata a Torino, appassionata di musica, viaggi, lingue straniere e poesia. Già, POESIA.
Scrivo sin dalla tenera età (mi sono innamorata di lei al nostro primo incontro, alle scuole elementari) e leggo, leggo tanto, sempre e ovunque. La mia massima fonte d'ispirazione è la natura e l'arte sua complice: mi conquistano l'immediatezza, la forza comunicativa, la varietà di forme e concetti espressi, la contraddizione.
Viaggiando ho compreso quanto il mondo sia immenso, dinamico ed io piccola. Mi ci sono adattata, pian piano, stravolgendo i piani e spostando i limiti. Oggi, continuo ad essere curiosa. E gioiosa. Mi occupo di divulgazione culturale e ho all'attivo quattro pubblicazioni: Clic (L'Erudita Editore), Ramificare (Eretica Edizioni), Specchi (Scrivere Poesia Edizioni), L'Atto versato (Edizioni Il Cuscino di Stelle). Obiettivo primario: sostenere una cultura consapevole, socialmente impegnata.
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Questa rubrica nasce sotto una buona stella o così mi piace pensare; si propone, con determinazione, di avvicinare il lettore a un genere letterario incompreso quanto testardo: la poesia.
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