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Immortali | 28 marzo 2021, 08:27

Dal 2011 al 2021: dieci anni di Fondazione Filadelfia

Fin dall'inizio il compito fu di ricostruire il Fila: riqualificare tutta l'area, con una rinascita innanzitutto morale, prima ancora che edilizia, restituendogli il suo spirito unico

Stadio visto dall'alto con una tribuna coperta e la scritta Torino Fc

Lo stadio Filadelfia di Torino

Dieci lunghissimi anni sono trascorsi da quel giorno così importante per la gente del Toro. 

Correva l'anno del Signore 2011, più precisamente il 28 marzo, quando con le buone (poche) o con le cattive (molte), otto associazioni di tifosi, cui stava a cuore la rinascita del Filadelfia, letteralmente trascinarono di fronte ad un notaio i rappresentanti della Regione Piemonte e della Città di Torino, quest'ultima in scadenza di lì a tre giorni, in vista delle imminenti elezioni che chiudevano il secondo mandato di Chiamparino a sindaco. 

Il Torino FC, sornionamente, fiutò l'aria e si accodò entusiasticamente, ma senza esagerare, nè.

Nasceva così, nelle sale del Museo del Grande Torino a villa Claretta, Grugliasco, la Fondazione Stadio Filadelfia, sulle ceneri ormai spente e ben fredde della defunta Fondazione Campo Filadelfia, dell'ex sindaco, sedicente tifoso granata, Diego Novelli, che aveva chiuso i battenti per non aver raggiunto lo scopo sociale e soprattutto per non avere più né le energie, né la credibilità, per riprovarci ancora con successo. 

Oddio, a voler guardare con un po' di ironia alle parole, la Fondazione Campo Filadelfia, lo scopo sociale l'aveva raggiunto eccome: aveva demolito il Filadelfia e ridotto ad un Campo di erbacce incolte e rovi, uno degli impianti calcistici più gloriosi al mondo, il Tempio della nostra Fede. 

La novella Fondazione, si poneva l'ambizioso compito di riqualificare tutta l'area, con una rinascita innanzitutto morale, prima ancora che edilizia, ovvero ricostruire il Fila e restituirgli quello spirito unico, che era stato instillato nei suoi muri, nelle sue gradinate, nella sua erba, dal sudore e dal sangue dei veri uomini che proprio lì, avevano scritto le pagine più gloriose della storia granata e della nostra Patria. 

Ma si sa, esaurito lo slancio emotivo iniziale, quando a favore di telecamera politici e presidenti si lanciano in commoventi ricordi, in fiammeggianti oratorie, ma soprattutto in marinaresche promesse, le cose iniziarono a languire, tra tempi morti ed iniziative di dubbia utilità, come il “concorso di idee”, in cui trentasette, se non ricordo male, tra singoli architetti e studi consociati, presentarono le loro idee realizzative. 

Un unico comune denominatore le univa: tutte avevano un costo di realizzazione abbondantemente al di sopra del nostro scarno budget di otto milioni di euro, frutto di una questua d'alto bordo tra Città di Torino (3,5 milioni), Regione Piemonte (altri 3,5) e Torino FC per un milione, figlio di una spending review dopo l'iniziale promessa di 3,5 come gli altri due enti maggiori. 

Tutte o quasi con contenuti architettonici fantasiosi, uno per tutti, il più eclatante, la presenza a progetto di un solo spogliatoio: e vabbè che lo sport affratella, ma almeno uno spogliatoio per squadra è uno per l'arbitro, sarebbero il minimo sindacale. 

Pazienza. Non sto lì a farla tanto lunga, ma tira, molla, urla, implora, al sesto anno di vita, finalmente abbiamo inaugurato il primo dei tre lotti in cui, per rispettare la legge è rimanere a budget, fummo costretti a frazionare l’opera. Il 25 maggi 2017, sembrava di toccare il cielo con un dito, tanta era la felicità è l'orgoglio di aver finalmente concretizzato almeno la prima parte del nostro sogno e i venti ci sembravano favorevoli. 

Ma come ad Ulisse nell’Odissea, gli Dèi offesi, chissà perché, ci fecero cadere i venti propizi, lasciandoci nella più desolante delle bonacce. Due anni e mezzo del più totale e desolante nulla, cui il Covid ha pensato bene di aggiungerne un altro. 

Poi, come era caduto, il vento ha ricominciato a soffiare impetuoso, le vele si sono gonfiate e la corazzata Fondazione è ripartita. Probabilmente sarò malizioso, ma il duplice, concatenante susseguirsi di eventi, ovvero il cambio della giunta a Palazzo Lascaris, con un Cirio, ma soprattutto un Ricca, più interessati a spingere per il proseguimento dei lavori rispetto al predecessore Chiamparino, che sia da Sindaco che da Governatore aveva nutrito un sostanziale disinteresse per la rinascita del Fila (com’è la parafrasi calcistica del vecchio proverbio? Dai granata mi guardi Iddio, che dai bianconeri mi guardo io?) e contemporaneamente da una Appendino che sarebbe ben lieta, come ogni buon politico, di monetizzare un ulteriore avanzamento lavori al Fila con qualche consenso in più nelle prossime urne amministrative di ottobre, che esce dal letargo e muove le acque. 

A questo punto, la cosa giusta da fare, è di non perdere l'occasione e sfruttare il vento propizio, per portare a casa quello che le maree politico-elettorali, con il loro flusso e riflusso, ci offrono, senza guardare tanto per il sottile. 

Però una riflessione, tra me e me, lasciatemela fare: sinceramente, non so se possiamo essere orgogliosi per il risultato che abbiamo ottenuto ad oggi, oppure se dobbiamo vergognarci, istituzioni in prima fila, per averci messo dieci anni per realizzare meno di quello che il Conte Enrico Marone Cinzano, nel 1926, fece in sei mesi, per arrivare a questo meraviglioso incompiuto che si chiama Filadelfia, ma che del glorioso Tempio non ne ha ancora né la completezza né tantomeno lo spirito. 

La strada è ancora lunga...

Domenico Beccaria

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