Cultura e spettacoli | 27 giugno 2021, 11:37

Sassy Goose di John Bringwolves: un viaggio tra la musica e le arti visive in 9 tappe

"A 13 anni mi sono innamorato della chitarra. Dopo pranzo strimpellavo e con mia sorella riarrangiavamo le hit appena uscite su Top of the pops o Mtv. La mia Torino? Una fucina di musica"

Sassy Goose di John Bringwolves: un viaggio tra la musica e le arti visive in 9 tappe

John Bringwolves, alias Giovanni Portaluppi, si è avvicinato alla musica da piccolissimo vivendola da sempre in famiglia. Dopo aver suonato batteria, pentole, bastoncini, zucche, hang e jembe, a 12 anni è il turno della chitarra elettrica. Dopo i singoli “Feel” e “Run”, John Bringwolves ha pubblicato il 25 giugno il suo primo album Sassy Goose. Il lavoro è composto da 9 tracce che riflettono l’ultimo anno e mezzo dell’artista e sono state scritte in modo sincero. L’intento di John Bringwolves è far sì che l’ascoltatore si perda in un flusso omogeneo, come fosse un solo viaggio diviso in 9 tappe.

Come si è avvicinato alla musica John Bringwolves e perchè si chiama così?

"Mio nonno suonava la batteria, mio padre la chitarra, mia sorella cantava prima di addormentarsi e in casa il sabato mattina mi sono sempre svegliato con il sottofondo di un disco. Avevo 6 anni quando ho iniziato a studiare percussioni e batteria, poi dai 13 anni mi sono innamorato della chitarra. Dopo pranzo strimpellavo e con mia sorella riarrangiavamo le hit appena uscite su Top of the pops, Mtv o in radio. Ci siamo sempre passati musica per scoprire nuovi artisti sia contemporanei che del passato con i vinili o cd in casa. Il nome del progetto invece l’ha scelto senza saperlo la mia professoressa di inglese del liceo. Chiamandomi Portaluppi di cognome, in classe mi incominciò a chiamare wolfy, o bring; così quando ho incominciato a comporre musica da solo ho subito pensato a storpiare in modo ironico il nome ed è uscito John Bringwolves".

Cosa ispira la scrittura e composizione dei suoi testi?

"Mah, in realtà ho sempre ascoltato musica internazionale e poco la scena italiana ad essere sincero. Non mi interessavano le parole e le storie dei cantanti italiani ma impazzivo quando scoprivo ambienti sonori mai sentiti prima. Così quando ho iniziato a cantare, usavo la voce come uno strumento da aggiungere agli arrangiamenti già stesi. Parto sempre da versi o parti vocali che non hanno significato, ma si incastrano per la loro musicalità. Poi quando riprendo in mano le tracce mi calo nel momento in cui le ho composte e le ricanto stendendo il testo in inglese; i miei testi non sono complessi o ricchi di variazioni e sezioni all’interno dei brani, sono molto semplici e spesso ripetitivi. Mi piace proprio l’idea di usare la parte vocale quasi come un campione rubato da un disco di qualcun altro, ma con il contenuto che voglio io e esprimendo un concetto in poche frasi".

La sua musica risente molto dell’impatto con l’arte e con le sue implicazioni visive, in che senso?

"Sì, probabilmente perché ho studiato grafica e arti visive mentre facevo musica e a tutti i concerti mi soffermavo molto sul lato scenografico degli show. Jack White, i Queens of the Stone Age, i The Hives quando ascoltavo le chitarre distorte e poi I Radiohead, Max Cooper, Four Tet o Weval ora che ascolto per lo più elettronica, sono tutti progetti che hanno uno studio attento e sensibile al mondo visivo oltre che audio. L’equilibrio tra questi due mondi è quello che mi piacerebbe approfondire sempre di più, collaborando con artisti visivi e cercando di sperimentare l’intreccio attraverso nuovi strumenti, o nuove tecniche digitali ancora sconosciute".

Venerdì è uscito il suo disco Sassy Goose, cosa vuole trasmettere all’ascoltatore?

"È il mio primo disco, difficile lanciare un solo intento o un messaggio specifico. Per ora mi accontenterei solo di trasmettere all’ascoltatore un senso di intimità, di vicinanza a quello che è il mio modo di suonare quando sono solo in studio, passando da momenti più malinconici a momenti più spensierati e dinamici".

"Sono 9 tracce che riflettono un po' il mio ultimo anno e mezzo, le ho scritte in modo sincero e mi piacerebbe che l’ascoltatore si perdesse in un flusso omogeneo, come fosse un solo viaggio diviso in 9 tappe, sarebbe la cosa più soddisfacente".

La sua Torino musicale e non.

"Purtroppo durante la pandemia tutta la vita notturna e musicale si è congelata. Ora che siamo di nuovo in zona bianca, stanno ripartendo di colpo tutti gli eventi ed è bello vedere molta musica che ritorna a far da contorno agli eventi, non vedevo l’ora di tornare a poter suonare dal vivo. Torino, da quando ci vivo, è sempre stata una fucina di musica e mi ha sempre stimolato tantissimo. La presenza di una forte e presente cultura di musica elettronica mi ha sempre affascinato e stimolato poi a produrla da solo per esempio. Poi ci sono festival e i live non sono mai mancati, dal jazz, all’hip hop o alla musica classica. Forse l’unica pecca/rischio è che si rimanga sempre nello stesso circuito e tutto sia sempre organizzato da medio-piccole realtà che condividono poco e fanno un po' a gara anziché unirsi per creare uno zoccolo duro artistico. Manca un po' la scena compatta e che lotta per difendere tutta l’ecosistema musicale in ogni sua fase, a partire dagli artisti, ai fonici, ai produttori, alle etichette o ai festival stessi. E questo è una tendenza che ho paura sia radicata e presente in tutte le attività, dalla ristorazione, all’arte, ai negozi e alle associazioni culturali".

"Però ora è un momento molto importante, non solo per la musica, settore in cui mi auguro che nascano anche nuove idee, nuovi spazi, nuove collaborazioni in un clima di voglia di ricostruire anche, mettendoci più attenzione. Su questo Torino può davvero fare la differenza, data la sua grande capacità di trasformarsi. Nella mia esperienza personale si è sempre rigenerata quando incominciava ad annoiarmi, è come se cambiasse pelle come i serpenti".

I live sono ufficialmente ricominciati, potremo sentirla dal vivo?

"Suonerò al Castello di Rivoli il primo luglio, a Fluviale Spazio presso Hydro Biella il 9, al Kino Festival a Lubijana il 30 e al Fajaar Festival di Bari l’undici agosto".

Federica Monello

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Federica Monello

Giornalista pubblicista, ascoltatrice vorace di musica, amante di tutto ciò che è cultura. Nasco e cresco in Sicilia dove da studentessa di Lettere Moderne muovo i primi passi nel giornalismo, dopo poco unisco la scrittura alla passione per la musica. Giungo ai piedi delle Alpi per diventare dottoressa in Comunicazione e Culture dei media e raccontare di storie di musica, versi, suoni e passioni.

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Nuove Note è la rubrica che ogni settimana ti fa conoscere un nuovo progetto musicale emergente nato tra la Mole Antonelliana e un pentagramma, tra i boschi piemontesi e una sala prove casalinga, tra uno studio di registrazione e i chilometri che lo separano da un paesino in provincia. Nuove Note ti racconta le storie e la musica gli artisti più interessanti della scena musicale piemontese.

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