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Cronaca | 14 febbraio 2026, 15:51

Suicidio assistito, in provincia di Torino il primo caso del Piemonte

Un paziente di 40 anni affetto da grave malattia degenerativa

Immagine generica d'archivio

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Un quarantenne affetto da una grave malattia degenerativa è il primo paziente che in Piemonte ha potuto accedere al suicidio medicalmente assistito. L'uomo si è spento nella propria abitazione, come riporta l'agenzia di stampa Ansa, alla presenza dei medici di sua scelta e con il supporto logistico dell'Asl To4 di Torino.

Era stato lui, alcuni mesi fa, a chiedere all'azienda sanitaria accedere al fine vita volontario. Nelle scorse settimane, attraverso una commissione interdisciplinare l'Asl aveva riconosciuto la sussistenza dei requisiti precisando però che non avrebbe messo a disposizione né farmaci né assistenza. 

Filomena Gallo, segretaria nazionale dell'associazione Luca Coscioni, si era proposta per affiancare dal punto di vista legale paziente e famiglia: "Alberto aveva chiesto all'Associazione Luca Coscioni informazioni sulla procedura per chiedere le verifiche del Servizio sanitario per accedere all' aiuto alla morte volontaria. La sua storia è reale, così come lo sono stati la sofferenza e il percorso condiviso con la famiglia. Garantire il diritto all’autodeterminazione nel fine vita significa fare in modo che nessuno debba lottare contro lo Stato per vedere riconosciuto un diritto che la Costituzione già garantisce”

Per Marco Cappato, Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, “Alberto (nome di fantasia, ndr) ha dovuto subire 8 mesi di condizioni di sofferenza insopportabili e di agonia prima di ottenere ciò che avrebbe dovuto ottenere da subito: l’aiuto medica alla morte volontaria da parte della ASL e del Servizio Sanitario Nazionale. Questo è un diritto in tutta Italia, anche se il Governo vorrebbe cancellarlo con una legge e anche se troppe Regioni continuano a ostacolarlo e boicottarlo”.

"Il primo suicidio assistito in Piemonte, operato con il via libera della Regione in attuazione delle prescrizioni della Corte Costituzionale, è prima di tutto, per tutti noi, partecipazione al lutto di una famiglia addolorata per la morte di una persona amata, un uomo giovane, che ha chiesto di porre fine a una sofferenza che non riusciva più a sostenere. Ora quest’uomo non soffre più, ma la sua vicenda resta una dolorosa tragedia e una sconfitta umana e sociale perché ha ottenuto questo obiettivo rinunciando alla propria vita", ha dichiarato don Giuseppe Zeppegno, presidente del Centro Cattolico di Bioetica della Diocesi di Torino.

"Mentre accompagniamo con un pensiero affettuoso coloro che stanno soffrendo, non possiamo rassegnarci a constatare che si affronta la sofferenza con l’annientamento della vita. È obiettivamente difficile comprendere perché si faccia ancora così poco nel nostro Paese per incentivare la medicina palliativa, che accompagna chi vive il dramma della malattia senza prospettiva di guarigione, alleviando il dolore fisico e prendendo in carico tutti i bisogni medici, assistenziali e spirituali. Questa, ne siamo convinti, resta l’opzione preferibile. Credo che la società debba sempre più organizzarsi con una attenta sollecitudine in funzione dei deboli. Quanto al via libera dato dalla Regione Piemonte al suicidio assistito, esso prende atto dell’esistenza di un quadro normativo vincolante anche in assenza di leggi: la partita è dunque in mano al Governo e al Parlamento, che da troppo tempo non si pronuncia pur avendo i numeri per cambiare, correggere o migliorare", è stata la conclusione di don Zeppegno.

redazione

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