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Eventi | 25 febbraio 2026, 12:12

Palazzo Madama, le statue raccontano al storia dell'Italia con "MonumenTO"

Il percorso prende avvio nel 1838 e si estende fino agli anni Trenta del Novecento

Palazzo Madama, le statue raccontano al storia dell'Italia con "MonumenTO"

L’Italia custodisce il più grande museo a cielo aperto del mondo: un patrimonio diffuso di monumenti e statue commemorative che abitano piazze e vie di città grandi e piccole, spesso ignorato o dato per scontato, ma centrale nella costruzione dell’identità collettiva del Paese. È proprio l’esperienza italiana, infatti, ad aver definito un modello monumentale che si è imposto a livello internazionale. A partire dalla statua equestre di Marco Aurelio, ancora oggi fulcro simbolico del Campidoglio a Roma, la statuaria pubblica ha attraversato i secoli, dall’Umanesimo al Rinascimento, per trovare una straordinaria intensità espressiva nei decenni successivi all’Unità d’Italia.

MonumenTO, Torino Capitale. La forma della memoria, progetto espositivo a cura Giovanni Carlo Federico Villa e Cristina Maritano in collaborazione con l’Amministrazione civica, nasce dall’incontro tra una necessità di rilettura critica e un’occasione concreta: la capillare campagna fotografica condotta da Giorgio Boschetti, che ha restituito ai monumenti torinesi una presenza nuova e inattesa. Attraverso immagini notturne di forte impatto, le statue emergono dal buio come figure isolate, sottratte al rumore urbano e restituite a uno sguardo ravvicinato, capace di coglierne espressioni, posture e tensioni formali. Un lavoro che non documenta soltanto, ma riattiva, trasformando la città in un vero e proprio Teatro della Memoria.

A queste immagini fa riscontro l’imponente mappa di Torino realizzata a china su carta da Alessandro Capra, che ha adottato una sorprendente soluzione “ibrida”: la veduta zenitale del cuore antico della città, incentrata su piazza Castello e su Palazzo Madama, lascia gradatamente il posto a una veduta a volo d’uccello, che termina all’infinito meridiano sul Monviso. Nella fitta rete di vie e di piazze che compongono il tessuto urbano, si collocano i 79 monumenti pubblici di Torino, numerati in pianta e rappresentati ad uno ad uno in singole formelle lungo i bordi, in una visione complessiva che consente a chi guarda di cogliere l’insieme dei monumenti e la loro distribuzione sul territorio.

La mostra indaga un secolo di statuaria commemorativa pubblica a Torino concentrandosi su oltre cinquanta gruppi scultorei e offrendo una lettura storico-critica, artistica, urbanistica e sociale delle scelte che hanno modellato il volto simbolico della città. Il percorso prende avvio nel 1838, con l’inaugurazione del Monumento equestre a Emanuele Filiberto di Carlo Marochetti, e si estende fino agli anni Trenta del Novecento.

Attraverso opere e monumenti emerge una Torino dai molti volti: la capitale sabauda dei principi, dei condottieri e dei soldati (da Emanuele Filiberto, a Carlo Alberto, a Pietro Micca); la città dei santi sociali – Giuseppe Cafasso e Giuseppe Benedetto Cottolengo – celebrati tra quotidianità e retorica monumentale; la città capofila del Risorgimento, che celebra gli eroi delle guerre di indipendenza e della lotta per l’unificazione italiana (dall’Alfiere dell’Esercito Sardo a Massimo d’Azeglio, da Garibaldi a Cavour); la Torino laica e positivista, capace di commemorare figure della scienza, dell’impegno civile e dell’imprenditoria (da Luigi Lagrange, a Giuseppe Mazzini, a Pietro Paleocapa).

Il percorso espositivo riunisce circa cento opere – modelli in gesso, bronzetti, disegni progettuali, periodici, fotografie e manifesti che illustrano il lavoro degli artisti coinvolti nell’impresa di monumentalizzazione della città:  in primis, Carlo Marochetti e Pelagio Palagi, prediletti dal re Carlo Alberto ed esponenti del romanticismo, cui subentra dopo il 1850 il ticinese Vincenzo Vela, che con il suo magistero presso l’Accademia Albertina seppe imporre la propria visione verista, trasformando il modo di concepire la scultura monumentale. Nel solco formato dal suo insegnamento si collocano Giovanni Albertoni, Odoardo Tabacchi, Giuseppe Cassano, Giuseppe Dini, Alfonso Balzico, autori di alcuni dei più significativi monumenti torinesi. Sul finire del secolo l’avvento del Liberty e di spinte neoromantiche si avverte nell’opera di Davide Calandra, mentre Pietro Canonica, Edoardo Rubino, Arturo Martini, Eugenio Baroni sono i protagonisti dei primi trent’anni del Novecento, segnati dalla prima guerra mondiale e dall’avvento del fascismo.

La riflessione del direttore di Palazzo Madama Giovanni Carlo Federico Villa: “Il monumento non è mai un punto fermo della storia. È un sistema complesso che mantiene aperta una domanda: sul passato che evoca, sul presente che lo interroga, sul futuro che lo riceve. La maturità di una comunità democratica si misura nella capacità di sostare in questa tensione, senza ridurla a semplificazione né risolverla nella rimozione. In questo orizzonte, la grammatica monumentale torinese non indica soluzioni definitive, ma offre strumenti critici: insegna che la memoria pubblica vive solo se resta relazione, se accetta il tempo come condizione, se rinuncia all’illusione della neutralità. È in questa esposizione alla durata e al conflitto che il monumento conserva, ancora oggi, la sua funzione civile”. La mostra, che sarà affiancata da un public program condiviso con il Museo Nazionale del Risorgimento, è allestita non a caso a Palazzo Madama, già sede del primo Senato d’Italia, davanti al quale fu posizionato nel 1859 il primo monumento verista, l’Alfiere dell’Esercito Sardo di Vincenzo Vela, la prima “dichiarazione politica” in marmo del nostro Risorgimento.

L’esposizione evidenzia come in nessun’altra città europea la scultura monumentale legata alla storia patria abbia avuto un ruolo così centrale come a Torino, prima capitale dello Stato sabaudo e poi, per un breve ma decisivo periodo, del Regno d’Italia. Un progetto culturale e politico concepito in epoca carloalbertina, in cui la statuaria monumentale diventa strumento visivo e simbolico di un più ampio disegno di riforma che investe le arti, l’assetto dello Stato, l’urbanistica e la vita pubblica, fino alle grandi riforme giuridiche destinate a influenzare l’Italia unita.

Questa spinta propulsiva, proseguita negli anni del periodo cavouriano, non si arrestò neppure a fronte del trasferimento della capitale a Firenze, nel 1864, grazie al sostegno delle forze politiche, finanziarie e imprenditoriali che promossero lo sviluppo edilizio della città, e con esso del suo decoro monumentale. Un progetto corale che interessò le istituzioni, ma anche le associazioni culturali e i comitati di cittadini che, attraverso sottoscrizioni cui parteciparono sia il re che il Municipio, diedero vita a un vero e proprio Pantheon di uomini illustri cui dobbiamo la formazione politica, economica, culturale e morale dell’Italia.

comunicato stampa

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