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Attualità | 10 aprile 2026, 09:29

"Il desiderio è una cosa intima o è un atto politico?"

Lunedì 20 aprile a Chieri il secondo appuntamento del progetto “Generazione C”

Lunedì 20 aprile a Chieri il secondo appuntamento del progetto “Generazione C”

Lunedì 20 aprile a Chieri il secondo appuntamento del progetto “Generazione C”

Lunedì 20 aprile, alle 15.30, la Biblioteca Civica di Chieri ospita il secondo appuntamento del progetto «Generazione C», che avrà come titolo «Il desiderio è una cosa intima o è un atto politico?» e sarà dedicato a riconoscere e decostruire i modelli affettivi e sessuali nelle relazioni e nella società.

«Generazione C» è una “comunità di pratica” per l’ascolto, la partecipazione e la co-progettazione con le nuove generazioni a Chieri e nel chierese, un progetto che coinvolge, tra gli altri, la Fondazione della Comunità Chierese, l’AslTO5, gli istituti scolastici Monti e Vittone, i Comuni del chierese, le associazioni giovanili e i gruppi informali.

Tutti gli incontri sono gratuiti e aperti alla cittadinanza (prossimi appuntamenti: 18 maggio e 15 giugno. Iscrizione attraverso l’apposito forum online su: www.comune.chieri.to.it).

«Un tavolo di progettazione partecipata che propone un viaggio inedito nel disagio e nei sogni della “Generazione Z” del Chierese, un esperimento di innovazione sociale unico sul territorio-commenta l’assessora alle Politiche giovanili Vittoria MOGLIA-un ambiente di apprendimento dinamico e orizzontale dove l’obiettivo è passare “dall’Io al Noi”. Nel primo incontro di marzo, attraverso la metodologia del World Café, che prevede rotazioni ai tavoli e conversazioni guidate da domande “generative” attorno a tovaglie di carta su cui scrivere e disegnare, i partecipanti hanno affrontato a viso aperto i mostri del quotidiano. Mettendo a sedere faccia a faccia, senza i filtri dei ruoli istituzionali, i giovani del territorio, gli amministratori comunali, docenti, educatori, associazioni e referenti enti dell’ASL, è emerso un ritratto spietato della nostra “società della performance”. Tra iperconnessione, app di tracciamento e agende da burnout, i giovani chiedono nuovi spazi in città e, soprattutto, adulti capaci di fare un passo indietro. Passare dalla società della performance a una comunità della cura e dell'ascolto è possibile. I giovani del chierese ci hanno lanciato una sfida molto chiara, che suona come un appello e un monito: “Non vi stiamo chiedendo di costruirci un futuro preconfezionato. Vi stiamo chiedendo gli strumenti e gli spazi per poterlo costruire da soli”».

Aggiunge Anna Maria Battista, la professionista che conduce gli incontri: «C’è una frase, pronunciata quasi a mezza voce durante uno dei tavoli di lavoro, che riassume in modo crudo e perfetto lo stato d’animo di un’intera generazione: “I giovani si sono rotti”. Non si sono rotti di fare, di studiare o di impegnarsi. Si sono rotti di dover costantemente “performare”. Di dover dimostrare a una società adulta, spesso distratta e inadeguata, di essere all’altezza di modelli irraggiungibili. Ma il dato più allarmante, emerso con forza dal dibattito, riguarda la normalizzazione dell’ipercontrollo. Oggi i ragazzi vivono perennemente tracciati da applicazioni di localizzazione usate in famiglia, ma diffuse anche tra gruppi di amici e persino all’interno delle relazioni sentimentali giovanili. Questa gabbia digitale del controllo soffoca l’autonomia. Ruba ai nostri ragazzi il diritto di mettersi alla prova, di affrontare l'imprevisto e di gestire il rischio, atrofizzando le loro competenze emotive. 

E gli adulti? Spesso fanno la figura degli "specchi rotti". Genitori e istituzioni pretendono maturità ma cadono vittime delle stesse vanità social, dimostrandosi inadeguati nel fornire un ascolto reale ed empatico. I ragazzi chiedono guide, ma trovano adulti troppo occupati a imporre progetti calati dall’alto. Saturi di impegni tra scuola, sport e corsi, i giovani chiedono a gran voce il diritto a una “noia sana”. Hanno un disperato bisogno di spazi di decompressione, dove potersi incontrare senza dover obbligatoriamente produrre un risultato, consumare o dimostrare qualcosa. Lo dimostrano il successo di alcuni progetti territoriali, che funzionano proprio perché disinnescano l'obbligo della performance. Il messaggio alle istituzioni è chiaro: basta politiche giovanili calate dall’alto. I ragazzi capiscono subito quando uno spazio è stato progettato senza di loro e, puntualmente, lo disertano. Gli adulti devono abbandonare la cattedra del “regista” e diventare “strumenti”, facilitatori pronti a supportare le idee dei giovani, garantendo loro il diritto di sbagliare e fallire. L'obiettivo di questo progetto non è stilare un elenco di lamentele sui “ragazzi di oggi” ma costruire insieme una diagnosi clinica del disagio giovanile e, soprattutto, tracciare una via d'uscita concreta.

La regola è una sola: lasciare i titoli fuori dalla porta e mettersi in gioco, portando la propria esperienza per prendere in cambio nuovi spunti e soluzioni. Il risultato è un Manifesto che chiama in causa l’intera comunità educante e ridisegna la mappa fisica ed emotiva del chierese».

comunicato stampa

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