Buongiorno amici lettori e ben ritrovati.
“Aprile dolce dormire” ha colpito anche voi? Speriamo la stesura di questo articolo, incentrato sull’ennesimo argomento leggero (attenzione: questo è un trigger warning), possa fungere da caffè emotivo. Almeno per me.
Cominciamo? Immagino -scorrendo il titolo- abbiate già intuito che si discuterà di capacità tecnologiche, upgrade, intelligenza artificiale. E proprio su quest’ultimo aggettivo ci andremo a concentrare; perché di artificiale, a mio parere, c’è ben poco. A giustificare l’uso del termine, forse, la volontà di distinguere visivamente un server da un cervello. Eppure…
Il macro argomento I.A. è una vera giungla, fra le cui liane ci si annoda facilmente: chi difende, chi accusa, chi ne resta fuori e giura di essere rimasto fedele al Nokia 33.30. Insomma, mettendo da parte pregiudizi e commenti da salotto (vade retro, Facebook), l’innegabile avanzamento dell’informatica e della sua ingegneria, l’utilità tangibile in contesti lavorativi e formativi non possono passare inosservati. Sarebbe assurdo (e stupido) negarli, punto.
Ma ormai dovreste conoscermi. È un istinto primordiale, il mio: ricercare le radici, sollevarle il tanto che basta a studiarne la terra ospite, scovarne i funzionamenti più nascosti, le dinamiche meglio celate.
Nonostante le riflessioni siano pressoché infinite, ho selezionato per voi un punto di vista prioritario. Nel vero senso della parola: viene prima. Prima dell’inevitabile dipendenza da smartphone, prima dell’analfabetismo funzionale, prima dei deficit da attenzione e dell’impoverimento linguistico. Prima ancora della legittima preoccupazione per il mostruoso bisogno energetico necessario all’I.A. per “vivere”. Prima di ogni critica.
Vi siete mai chiesti CHI (e non cosa) educhi l’intelligenza artificiale a discernere il bene dal male, a classificare un contenuto come violento o divertente, disturbante o innocuo, a oscurare o meno un post sino alla conferma dell’utente di volerlo comunque visionare, a suo rischio?
Forse sì, forse no. La verità è che quando il cameriere ci mette sul tavolo un piatto fumante di lasagne e sappiamo di poterne mangiare quante ne vogliamo, poco c’importa del cuoco e della sua storia, di come ha scelto gli ingredienti (il basilico sarà stato secco o fresco?) o della sua soddisfazione professionale. Non è una colpa, sia chiaro, al massimo una conseguenza del benessere.
Tornando a noi, esempio illuminante a parte, mi sono chiesta proprio questo: come si svolge il processo di “addestramento” dell’I.A.? E quello che ho scoperto non mi è piaciuto… sai che novità.
Abbiate pazienza, amici, quest’anno mi sento in vena di approfondimenti inquieti e poco digeribili; sarà l’aria che tira, influenza parecchio i miei umori. Come sempre, sentitevi liberi di passare oltre. Oppure, di capire.
Esistono luoghi nel mondo -sempre gli stessi, quelli svantaggiati- in cui uomini e donne gravemente indigenti sono pagati per guardare dagli 800 ai 1.000 video al giorno. Non solo, viene loro provveduto un device (di solito un pc) grazie al quale “lavorare”. Direte voi: che pacchia, questo sì che è progresso! Dove ci si candida? Aspettate a esultare, coraggiosi lettori; perché i video in questione non hanno niente a che fare con gattini e performance canore. Contengono infatti violenza estrema. Ancora una volta, nel senso più letterale possibile: torture, pestaggi, abusi di gruppo su persone o animali. Usufruendo dei pochi spot in cui la ricezione internet è stabile, etichettano quegli stessi contenuti al fine di addestrare la nostra intelligentissima I.A. Cominciate a capire chi ne fa le spese? Non solo: definire i video servendosi di una parola chiave non è abbastanza; gli operatori devono descrivere nel dettaglio tutto ciò che vedono -ogni gesto, ogni rumore, ogni crudeltà- così che il cervello sintetico possa apprendere e, un domani, riconoscere in autonomia un contenuto dannoso. Ad essere gentili.
Secondo un’inchiesta condotta dal The Guardian, nella sola India ci sarebbero migliaia di donne attualmente impiegate in questo ingrato compito, adescate con la promessa di soldi facili. L'alternativa? Miniere e agricoltura intensiva. Ovvio che afferrino al volo la possibilità di un lavoro “pulito” e meno impattante sulla propria salute! Per poi scontrarsi con la realtà: scopriranno infatti presto di essere pagate una miseria, isolate (non a caso nel 100% dei casi appartengono a comunità rurali) e -soprattutto- senza alcun tipo di supporto psicologico. Obbligate a fissare ore ed ore di pornografia e violenza su minori. Sulle poche che hanno osato alzare la testa dallo schermo e ammettere di non farcela, è stata usata la cara vecchia tecnica della manipolazione: “Questa è opera di Dio: stai proteggendo i bambini”. Istinto alla crocerossina sfruttasi, insomma.
Non ci vuole una scienza per dedurre l'esito di questa storia; la salute mentale inizia a bussare. Dapprima piano, poi moderatamente, infine fortissimo. E chiede il conto. Nasce e si cronicizza nelle operatrici la totale repulsione per il sesso e il contatto fisico, causando irreparabili disagi personali. Senza parlare degli incubi, innescati dallo stesso profondo malessere. Queste ignare vittime (non saprei definirle altrimenti) assistono all'inesorabile trasformazione della loro mente in un enorme e purulento bidone dell'immondizia. Riempito sino all'orlo con materiale non riciclabile, emotivamente radioattivo. Persino i cestini delle nostre città hanno il diritto di essere svuotati, di tanto in tanto. Il loro no, resta lì a straripare, a mangiarseli vivi da dentro.
Stessa sorte per i “lavoratori” kenioti, pagati 2$ l'ora da Open A.I. per classificare testi violenti.
Ecco il motivo per cui, inizialmente, ammettevo che l'aggettivo “artificiale” proprio non mi va giù: mentre immaginiamo l'I.A. come qualcosa di astratto, costruito su circuiti e microchip, la sua vera faccia è quella di migliaia di persone deboli, sfruttate per la raccolta dei dati. La sola vera guerra che tutti i modelli di I.A. stanno attualmente combattendo. Perché in questo settore, chi ha più dati comanda. Punto. Non stupisce che la determinazione a ottenerli scavalchi qualsiasi tutela verso il prossimo.
Un'altra chicca, giusto per incrementare la gastrite? Sapevate che l'azienda Anthropic (a cui è stata intentata causa) avrebbe acquistato milioni di libri (milioni!) per addestrare la sua intelligenza artificiale Claude? L'iter ha previsto di strappare e scansionare ogni pagina per insegnarle a scrivere, senza imbattere in quella fastidiosa faccenda del diritto d'autore. Si sa, l'opera dell'altrui ingegno andrebbe pagata, ma potendolo evitare...
E così, sotto lo stesso cielo ma agli antipodi del mondo, si snodano le vite di donne distrutte e autori plagiati. Binari paralleli, che corrono vicini senza toccarsi mai. Che dire delle battaglie legali: potrebbero rappresentare uno strumento valido per difendersi da Golia? Se ne depositano a centinaia, certo, approdano eccome nei tribunali, tuttavia troppo spesso si chiudono in fretta e furia tra scuse formali e toppe monetarie: risarcimenti milionari su danni esistenziali. Il danno è ormai fatto, il trauma ha messo radice ma -se la vittima è fortunata- ottiene qualche spicciolo per comprarsi casa. O un'auto. Traete le vostre conclusioni. Atteggiamento tipico delle Big Tech e dei Big in generale: arraffare, contenere i danni, rimandare le responsabilità.
Ed anche oggi, si ride domani! Scherzi a parte, non mi stancherò mai di ricordare quanto la consapevolezza sia potente. Se non so, non empatizzo; se non empatizzo, non rifletto; se non rifletto, non cambio (idea, abitudini, obiettivi). Concludo con un quesito che nasce spontaneo: esisterà mai un'intelligenza artificiale in grado di assicurare un funzionamento etico, giusto, non basato su simili “tecniche”? Etica di chi la controlla, chiaramente. Possibile lo sfruttamento sistematico sia l'unico mezzo per ottenere I.A. potenti, performanti? Alzate la mano se anche voi anelate a una tecnologia neutrale, benché legata a precisi interessi socio-economici. Non facciamoci ingannare: non si tratta di mero dibattito tecnico. Qui di artificiale non c'è niente! Ve l'avevo detto.
La poesia di oggi è affidata alla penna di Francesco Targhetta (Treviso 1980): professore di Lettere alle scuole superiori, ha pubblicato un libro di poesie, “Fiaschi” (2009) e un romanzo in versi, “Perciò veniamo bene nelle fotografie” (2012). Nel 2014 ha vinto il premio Delfini e il premio Ciampi - Valigie Rosse (da cui la plaquette “Le cose sono due”) e nel 2018 è uscito il suo primo romanzo in prosa, “Le vite potenziali”.
DAS KAPITAL
C’è chi ci crede e chi no
ma non distingui nei fatti
gli uni dagli altri, perciò
la professione di fede
dà conto di un’indole, niente
di più:
rivela chi gonfia nel gruppo
e chi si preferisce impostore.
Dalla parte giusta
della storia
ci sta solo chi muore.
(tratto da “La colpa dei capitalismo”)
Questo verso in particolare:
“e chi si preferisce impostore”
Secondo il dizionario, impostore è colui che fa abitualmente ricorso all’inganno, alla falsità e alla menzogna; facciamo attenzione a non scivolare inavvertitamente nell’apatia di pensiero, nella pigrizia morale che giustifica con l’ignavia la scelta. Di fregarsene. E farsi fregare da chi con l’inganno spezza vite e guadagna montagne di soldi.
Pensateci su.
Alla prossima














