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Attualità | 19 settembre 2026, 13:06

Quando Teddy abbaiò nel buio: premio alla memoria per il golden docile che salvò gli scout

È stato uno dei cani da salvataggio di persone disperse che ha ricevuto l’encomio durante la Giornata Cinofila di Pinerolo

Teddy con la sua famiglia di Cantalupa

Teddy con la sua famiglia di Cantalupa

‘Piazza Pinerolese’ racconta le storie dei cani da salvataggio premiati alla Giornata Cinofila di Pinerolo.

Il suo abbaiare è stato il suono della salvezza per i giovani scout belgi dispersi nel 2014, sui Tre Denti di Cantalupa. La sagoma di Teddy che si avvicinava, avvolto dal buio, rimarrà nei loro ricordi di adulti.

È stato lui uno dei cani da salvataggio di persone disperse che ha ricevuto un encomio alla memoria domenica 30 agosto, durante la Giornata Cinofila, organizzata dalla Pro loco di Pinerolo, in occasione della Fiera di San Donato. L’ha ritirato il suo proprietario e ‘conduttore’, il cantalupese Massimo Mina, educatore cinofilo e responsabile nazionale dei cinofili di Anpana (Associazione nazionale protezione animali natura ambiente).

Il suo Teddy, morto a marzo del 2025, è stato protagonista di alcune delle imprese dell’Aib di Cantalupa. Forse, la più memorabile, è proprio il ritrovamento di giovani scout. Ma Teddy era anche la ‘mascotte’ di famiglia.

Dalle montagne alle scuole

“Teddy è stato il primo cane che ho portato alla ricerca di persone disperse. Era già attivo prima ancora che venisse istituito il Nucleo cinofilo Anpana di cui faceva parte e in qualche modo ha accompagnato l’associazione a muovere i primi passi sul territorio” racconta Mina.

È stato lui il protagonista delle dimostrazioni di salvataggio svolte negli anni davanti agli alunni delle scuole della Val Noce e del Pinerolese: “Era un golden molto docile e socievole, adatto quindi a questo tipo di attività”.

Ma i suoi bambini preferiti erano i figli di Mina: “È stato il cane di famiglia ed ha avuto un ruolo importante per i miei tre figli, era la loro mascotte. Teddy ha ricevuto tanto amore e ha trasferito questo affetto nell’attività di salvataggio”.

L’entusiasmo non l’ha mai abbandonato: “Quand’è morto aveva quattordici anni e ha vissuto gli ultimi anni da ‘nonnetto’, cioè senza più partecipare alle attività di salvataggio ma ricevendo tantissime coccole”. Verso i dieci anni infatti Teddy è andato a riposo: “Tuttavia, ancora dopo, appena mi vedeva preparare lo zaino per un intervento, o quando mi sentiva accedere la radio per le chiamate, si preparava per partire con me. Avrebbe continuato a seguirmi”.

Stress e attenzione olfattiva

Ciò a cui si era abituato - tanto quanto alle coccole in famiglia - era l’addestramento: “Si svolgeva in due sessioni: una il martedì sera, che durava tre o quattro ore, e una più lunga il sabato mattina” racconta Mina. L’allenamento al salvataggio delle persone disperse si svolgeva in ambienti diversi e con differenti condizioni meteo, in modo da abituarlo a lavorare in tutte le situazioni. “A casa l’addestramento continuava: si giocava al ‘cerca cerca’ che consisteva nel nascondere delle sostanze in casa e poi invitarlo a fiutarle e a segnalarle” ricorda.

Ciò su cui vegliava costantemente Mina era il suo stato emotivo: “Uno dei compiti principali del conduttore di un cane da salvataggio è monitorare il livello di stress. Bisogna fermarsi prima che sia troppo tardi”. L’attenzione olfattiva dell’animale infatti non è illimitata: “Dura circa 20 minuti mentre gli interventi di salvataggio possono protrarsi per ore. Bisogna quindi ben dosare le pause”.

Fiutare per ore nei boschi può essere demotivante: “Per loro il premio è il ritrovamento stesso. Bisogna quindi fare attenzione che una ricerca prolungata senza risultati li demotivi. I cani da soccorso non sono ‘macchine’ ma animali senzienti”.

La gioia era il suo premio

Perché il premio, per i cani come Teddy, è la soddisfazione dei ritrovamenti: “Le grida di gioia dei giovani scout hanno rappresentato per lui una chiusura positiva del lavoro svolto fino a quel punto”.

Un premio che si è dovuto ‘sudare’: “È riuscito a fiutarli a circa 300/400 metri di distanza in piena notte dopo aver percorso i fondovalle annusando l’aria che scendeva dall’alto”. Inoltre non poteva contare su una traccia olfattiva: “In altri casi possiamo utilizzare su un oggetto della persona dispersa in modo da farglielo annusare e aiutarlo a discriminare gli odori”. Non era questo il caso dei giovani scout: “Il suo compito era quindi quello di segnalarci qualsiasi traccia umana”. E così è successo: “In fondo a uno dei valloni da perlustrare ha sentito un odore e ci ha avvertiti abbaiando, ha poi cominciato a risalirlo fino a quando non abbiamo trovato i ragazzi”.

Elisa Rollino

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